PIAZZA FACEBOOK

Io lavoro e penso a Facebook.
Torno a casa e accendo Facebook.
Preparando la mia cena guardo Facebook.

Sono al buio e vedo Facebook.
Chiudo gli occhi da gufo e vedo Facebook.
Io non dormo non mangio non vivo non scrivo se non ho Facebook.

Mi ci sono trovata per caso, per seguire degli amici.

Beeeeello! Guarda quante facce! C’è Tizio, c’è Caio, e c’è pure Sempronio!
Siamo tutti qui come ai giardinetti pubblici, con il gelato in mano e il nuovo balocco da scartare.

Messaggi aperti e incrociati: credi di “parlare” a tu per tu con qualcuno ma scopri che tutti hanno “ascoltato”. Come le comari nella piazza del paesino, solo che qui non si può bisbigliare nell’orecchio spiando chi passa… Anzi sì, perché poi scopro che c’è il sistema per escludere gli indesiderati dalla conversazione, il che equivale appunto a bisbigliare.
Però bisogna ricordarsene e che fatica!
Anche perché in un attimo mi sono ritrovata con un affollamento di centinaia di persone e se devo escludere ogni volta chi non deve essere coinvolto, ho lavoro per tutto un lustro.

Già, ho un centinaio di amici e non lo sapevo.
Caspita, chissà perché a volte mi sento sola, allora.

Però dai, è bello!
Ci sono tanti che mi richiedono espressamente, vogliono a tutti i costi diventare miei amici. Cosa sarà che li attira? La mia fotografia? Seeeeeeeee ….. Manco fossi nuda e senza scarpe!
E poi Facebook non accetta nudi, c’è una persona con le forbici in mano a tagliare immediatamente ogni sconceria, pure quella della mamma che allatta il suo pupo.
Uh…. Facebook bacchettone…
Però cavolo, c’è qualcuno che vuole ammazzare i gatti, poi qualcuno che vuole ammazzare i bambini down, poi gruppi con la svastica, poi i simpatizzanti per il politico di turno che s’impossessano delle identità altrui…

Ehi, Facebook bacchettone, questi ti stanno bene????

Mm… qualcosa non va.

E il dubbio mi resta: perchè degli sconosciuti vogliono essere miei “amici”?
Scopro fra loro dei legami che sanno un po’ di raccomandazioni. È come se dicessero “Mi manda Picone, il nostro amico comune”, perché in effetti risalendo l’albero genealogico che li ha portati a me, si ritrovano degli amici in comune. Che però il più delle volte non si conoscono fra loro. Tra gli amici degli amici degli amici, si accumulano in breve un mucchio di facce e io mi chiedo chi sono e che cosa vogliono. Aspetto che mi parlino, ma nessuno mi chiede nulla.
Boh!
Che tipi strani.

Però perché mi sento spiata?

Ma tu la daresti la confidenza al primo che ti ferma per la strada?
No.
E se ti dice sono amico di Picone?
Dipende se conosco Picone e che tipo di rapporto ho con lui.
Ma sai, parlarsi de visu è un conto. In piazza Facebook non è lo stesso.

Guarda, m’invitano a partecipare ad un sacco di  cose!!! Eventi, presentazioni, manifestazioni, gruppi dei più assurdi… e vogliono proprio me!
Mi sento importante.
Provo a rispondere cortesemente che mi dispiace, ma non posso andare qui e lì, che li ringrazio tanto. Un po’ mi sento in colpa, sono così gentili. Poi mi capita di invitare a mia volta, perché si sa, le cortesie vanno ricambiate.
Risposte non me ne arrivano, né in sì né in no.
Ma come, e tutti questi amici? Si sono girati dall’altra parte?

Però che figata.
Mi prende la smania di vedere che cosa sta facendo Caio e Tizio e Sempronio. Stanno là tutto il giorno a cambiare stato, si dice, cioè a cambiare il pensiero del momento. Esprimono uno stato d’animo, descrivono quello che stanno facendo, loro, la zia, il canarino in gabbia. Mi sento una di casa. Vorrei consolarli dei momenti neri e gioire delle loro gioie. Qualche volta lo faccio, sì, perché sono come miei parenti. Qualche volta invece mi sento di troppo e vorrei richiudere la porta sul loro affanno, per rispetto di una privacy un po’strapazzata. Quando si dice mettere i panni in piazza, s’intende una cosa del genere, credo.

La cosa un po’ antipatica è che quando parli con qualcuno ti arrivano tutti gli interventi degli altri amici; sinceramente, tutta questa gente mi preoccupa. E poi io non ascolto mai le conversazioni private, non vedo perché dovrei farlo qui.
Uffa, questa cosa, imparo presto, limita la mia voglia d’intervenire nei posti super affollati. E un po’ mi dispiace.

Giorno dopo giorno mi connetto e vedo come vanno le cose. I disperati tornano sereni, i sereni si disperano. Proprio come nel mondo.
Qui è come affiggere quello che si pensa in una bacheca in piazza. Chi passa, per motivi suoi, si ferma a leggere e se è il caso interviene, ha lo spazio per scrivere.
Interessante mezzo di comunicazione di massa.

È bello, davvero!
Così quando non sto bene anche io lo scrivo, così le centinaia di amici mi consoleranno.
Non sarò mai più sola!
Ma che strano. Quando non sto bene, si fanno vivi due o tre. E gli altri??

Gli altri sono occupati a scrivere di sé. Non c’è tempo per leggere i problemi altrui. Anzi, gli stati altrui. E intervenire, come ho detto, potrebbe voler dire ricevere anche tutte le altre comunicazioni. Qualche volta può interessare, qualche volta proprio no!

Che bello, c’è un sacco di gente famosa! Sono emozionata, contatto un po’ di scrittori, gli unici “divi” che vorrei conoscere.

Il primo lo sento anche in chat, gli dico che ho appena letto il suo ultimo libro e mi è piaciuto e… ah sì, risponde. Bene, brava. E la chat non funziona più.
Al secondo ho recensito un libro, anni fa. Ha dei punti in comune con me, frequenta i luoghi della mia infanzia, lo sento vicino. Che bello, glielo dico, lo chiamo in chat. Ma che strano, queste chat su Facebook proprio non funzionano, non si riesce mai a comunicare.
E dopo un po’ mi accorgo che non sono più nell’elenco degli amici di questi due scrittori. Ci resto male. Cosa gli ho fatto??
Il terzo scrittore non ha mai dato una risposta che sia una ai tantissimi fans che gli scrivono messaggi. Mi sorge il dubbio che non sia lui. Perché sto diventando esperta, ho capito che c’è chi si fa passare per chi non è. Così, per non passare da scema, questo qui lo depenno io.
Il quarto è un giornalista scrittore. Ma ha già troppi amici e Facebook mi dice che non posso essere sua amica.
Ehi, Facebook, hai provato a chiederglielo, almeno??? Nella vita non c’è limite all’amicizia.

Qualche nome della politica?… Vediamo. Ho anche io le mie tendenze, si capisce, anche se districarsi nella politica di questi tempi è un’avventura da Indiana Jones. Però perbacco, sì, ci stanno anche i politici qui su Facebook. Provo a seguirne uno… mi perdo, è prolisso e polemico come Alì Babà (non so se Alì Babà fosse prolisso e polemico, mi è venuta così e così la passo). Dopo un tanticchia, direbbe Camilleri, depenno pure lui. Non mi piace la sua aggressività.

Però continuo a ricevere richieste di amicizia che mi onorano.
Caspita, dal Bangladesh! Dove si trova il Bangladesh?… In fondo, molto in fondo, a destra, verso oriente. Il tipo somiglia al vecchio Saddam, ma è molto più giovane. Non malaccio. Qualche conversazione in chat, siamo amici no? Poi più niente. Lui è lì, certo, ma non mi cerca più. Ah già, stupida, sarà per il fuso orario!
Ora provo con l’America. California, un bel biondino che dice sempre “Hi”, e usa un inglese abbreviato che immagino sia l’equivalente del linguaggio sincopato dei nostri sms. Che fatica capirsi!
Non funziona nemmeno con l’americano, dopo la storia della sua vita, gli auguri del compleanno che cade nello stesso giorno per entrambi (ma che f-a-n-t-a-s-t-i-c-a coincidenza!!), non resta più nulla fra noi. Se non questa vaga promessa di amicizia tra le pagine di Facebook.

È incredibile, mi trovano e mi raggiungono pure i fantasmi del passato: persone che non vedo e non sento da tanti di quei decenni… Ma che bello scoprire che sono ancora vivi! Mi aggiornano sulla situazione dei nostri comuni insegnanti alle scuole medie. E scende la malinconia. Noi sì, siamo vivi. Qualcuno, fra quelli che ci hanno educato alla vita, non lo è più. Qualcuno è in casa di cura. Che tristezza. Nel nostro immaginario, nel mio almeno, sono ancora giovani e volenterosi, alle prese con ragazzini che a vederli adesso com’erano, nei colori sbiaditi di una foto, sembrano uscire dal dopoguerra, istantanee di un film di Vittorio de Sica o Roberto Rossellini.
Però è bello ritrovare un filo della memoria ormai persa, grazie a questi “fantasmi” di ritorno. E, che diamine, qualcuno resta a pieno titolo fra gli amici! Quelli veri.

Continuo a connettermi, ammaliata, ad aprire la finestra sulla piazza di Facebook. Scopro che i logorroici li posso nascondere. No, non serve eliminarli tutti, dovrei fare una strage e io sono pacifica. E poi sono simpatici e mi hanno voluta per amica. Li nascondo, ecco, li metto in un cantuccio della piazza e tiro la tenda. Se serve li ripesco. Tanto non hanno nulla da dire a me di persona. Loro non sanno chi sono io, cosa penso realmente al di là degli annunci in bacheca, non gli interessa conoscere la persona vera che sono. E allora che stiano lì, nell’angolino. Conoscenze occasionali, un buongiorno e via.
Credo che nell’angolino ci mettano molte volte pure me… e in qualche caso mi ci metto io da sola.

Intanto continuo a vivere, anzi a condividere le sorti di persone a me care. Sono lontane, soprattutto, e attraverso i loro stati cerco di capire come se la passano, se hanno bisogno di una parola. Ma scusa, una volta per questo c’era il telefono, poi la mail e il messaggino… sì, vabbè, preistoria. Adesso c’è Facebook, e io mi sento a casa loro, ospite gradita.
Almeno credo.

Sono molto presa da questa vita altrui. Tanto che dimentico la mia.
Se devo scrivere non porto a termine niente, perché devo sbirciare su Facebook.
Se devo uscire esco, ma quando rientro accendo subito Facebook per aggiornarmi.
Se ricevo una telefonata magari parlo a scatti, perché sto leggendo i nuovi stati.
E per fortuna mi tengo alla larga dai giochini e quiz vari di piazza Facebook… sono come il gioco d’azzardo, ti prendono e non ti mollano più. Meglio non cominciare, come con tutte le dipendenze.

Però.
Sarò mica dipendente?

Accendo Facebook, scorro la home page. Centinaia di annunci che di colpo non mi dicono un granché. Sconosciuti che si passano per amici dicono la loro e non ascoltano la tua.
Gli amici, a dire il vero, fanno altrettanto.

Ho la babele in testa. Una gran confusione, non so più chi devo ascoltare, o leggere, e per non saltare nessuno scorro tutta la pagina, ma mi rendo conto che non mi soffermo su nessuno. Non ne ho il tempo. Forse mi è passata anche la voglia.
Perché mi sento sola in una piazza superaffollata, sola nel caos di una metropoli, sola con un megafono in mano che non sovrasta la confusione.
E non sono più libera di prima. Devo misurare le parole dello stato, ricordarmi che sono in una piazza aperta, che coloro che voglio raggiungere mi scappano, e che quelli che non vorrei informare dei fatti miei invece li leggono. Ah, le comari del paesino! Devo sempre tenerlo presente! E invece me ne dimentico.

Mm… caro Facebook, di nuovo c’è qualcosa che non funziona.

Ma sì, non sei tu a non funzionare. Sono io che ti uso male.
Tu sei quello che sei: una piazza, dove tutti vogliono farsi notare senza preoccuparsi di osservare gli altri. Tutti vogliono mostrarsi e parlano parlano parlano, ma ascoltare no, non è altrettanto semplice o scontato. E in ogni piazza ci sono poi le comari, quelle che ti prendono a braccetto, e che vogliono sapere tutto di te, mentre tu, guarda un po’, non glielo vuoi dire….

Credo, caro Facebook, che qualcosa dovrà cambiare.
Non ti dispiace, vero, se chiudo la finestra, senza disturbare, e mentre lavoro cucino mangio dormo scrivo vivo faccio a meno di te?

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2 Risposte to “PIAZZA FACEBOOK”

  1. troubledsleeper Says:

    cara puntapiedi,
    credo che tu abbia centrato con il tuo post un punto saliente: ci vuole un pò di spirito critico per usare FB.
    Per scegliere cosa mostrare di se stessi e come; come comunicare con gli altri (i messaggi e la chat proteggono la privacy) etc etc
    Forse credo proprio questa consapevolezza manca. specie tra i più giovani.
    un saluto

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  2. ramona Says:

    Grazie del tuo intervento. Mentre scrivevo il post ho pensato esattamente alle cose che dici tu. Ci vuole un certo distacco e usare il mezzo per quello che è: un mezzo! Non bisogna farne uno scopo di vita, perchè la vera vita è altrove.
    Un caro saluto a te.

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