ANCHE IO MANGIO

Alto, con le spalle curve di chi porta il peso di molti inverni. Una certa distinzione nel modo di muoversi, sebbene appaia malfermo sulle gambe. Indossa sopra abiti lisi un vecchio cappotto color cammello, decisamente corto per lui, elegante sì, ma in altre epoche.
Parla fra sé non chiedendo ascolto, non attendendo risposte. Da tempo nessuno lo ascolta.

Il supermercato inoltre non è luogo d’ascolto. Al massimo ci si può litigare con qualcuno, per un parcheggio rubato all’ultimo secondo, per la fila scomposta davanti alla cassa, per la cassiera che chiude proprio davanti al nostro naso. Ci si può perfino lamentare a denti stretti se, in coda per il pagamento, la signora che ci precede deposita sul nastro trasportatore il contenuto di un carrello che non si svuota mai, e non ci importa che si scusi per avere una famiglia numerosa. Il tempo è prezioso, perderlo per una coda alla cassa è insopportabile.

Nessuno è propenso all’ascolto, in un supermercato, alle undici di un lunedì mattina.

L’uomo lo sa, sa pure che non è soltanto al supermercato che la gente non ascolta.
Neanche per le strade, dove lui passeggia ingannando un tempo sempre più vorace che lo marca stretto, si trova qualcuno che ascolti.
Perché ascoltare la voce di un vecchio dalle spalle curve, che brontola a se stesso e non si sa cosa dica? Il mondo va di fretta, e un vecchio fretta non ne ha. I due non sono fatti per capirsi.

Al supermercato il vecchio cammina fra gli scaffali. Il ben di dio lo circonda, a volte non riconosce i prodotti. Ci sono alimenti esotici che non ha mai sentito nominare, non saprebbe nemmeno come si mangiano, e se si mangiano. Poi la vista non è che lo accompagni molto, gli occhi azzurri così liquidi hanno l’ombra della cataratta.

Passa oltre lo scaffale di detersivi e saponi. Proprio non gli interessano, la pulizia maniacale che distrugge ogni forma di vita è una cosa che non lo riguarda. Ai tempi aveva conosciuto il profumo della lisciva, i lenzuoli lavati con la cenere erano bianchissimi e profumati, le donne sapevano come fare, inginocchiate al torrente o alle fontane. Col benessere poi c’era stato il sapone di Marsiglia, e pure questo aveva un bel profumo. Lui lavava anche le onde naturali dei capelli con il sapone di Marsiglia. Era un bel ragazzo, ci teneva a essere in ordine e piacere alle signorine. Ora tutte quelle scatole, quelle confezioni… non ci capiva più niente.

E oltre a non saper scegliere, avrebbe avuto anche difficoltà a pagare. I soldi in tasca erano sempre pochi. Aveva fatto una gran fatica a impararne il valore. La lira aveva mutato molte facce nel corso degli anni, ma cambiare addirittura d’un colpo il nome e il potere d’acquisto, non lo aveva mai visto. Per fortuna era ancora abbastanza giovane quando c’è stato il cambio, e applicandosi un po’, aiutando gli occhi che già difettavano con il tatto (aveva belle mani ancora lisce), aveva imparato a riconoscere le monete. Questo gli bastava, che  tanto le banconote avevano smesso presto di girargli per le mani.
Al massimo adesso in tasca si ritrova quei pezzi di carta piccoli e grigi, che equivalgono più o meno alle 10.000 lire di una volta. Ma sono così piccoli, in tutti i sensi, che gli durano poco.

Davanti al bancone della gastronomia si ferma, sempre borbottando fra sé. Vede piatti ricolmi di parmigiane, pasticci di lasagne, patate al forno. Tanta abbondanza non fa per lui, non ci si è mai abituato. Lui è sempre stato parco nel mangiare. Conserva ancora una bella figura snella, l’obesità non l’ha mai conosciuta. Ha sperimentato la fame vera, questo sì. Tutti quelli che lui conosceva hanno avuto fame per un certo periodo. A guardarsi intorno non si direbbe questo che sia lo stesso Paese che viveva a fagioli e polenta mattina e sera, quando andava bene. I fortunati che avevano la mucca in casa avevano anche il latte, il burro e il formaggio, ma erano pochi. La guerra aveva requisito e divorato tutto.

Ora il vecchio vede i polli arrosto e ne aspira l’aroma, senza alcun piacere. Fino a non molto tempo fa aveva le galline. Erano la sua vita, la sua compagnia, il suo lavoro retribuito solo dall’uovo fresco di ogni mattina. Ora non ci sono più galline per lui. Nel guardare i polli allo spiedo un po’ si commuove. Sarà perché i vecchi hanno la lacrima facile. O sarà perché pensa che le galline non sono anonimi animali da sacrificio: lui le amava, quelle povere cose che girano sullo spiedo gli fanno solo tanta pena.

Continua a borbottare incompreso e a girovagare per gli scaffali. L’incedere traballante fa temere che debba cascare da un momento all’altro, eppure non cade, non barcolla troppo, e procede.

Gli scaffali del vino gli fanno brillare gli occhi azzurri che è una bellezza. Non distingue le etichette, vede solo i colori. Qui c’è un liquido rosso intenso, di sicuro ha il gusto forte di una gradazione alta. Giusta per inebriarsi appena un pochino… Quel rosso più brillante gli ricorda il vinello frizzantino e allegro che talvolta gli ha allietato la tavola e fatto onore a piatti semplici. Gli piaceva gustarlo schioccando la lingua. Anche adesso un tantino di saliva gli scivola da un lato della bocca semiaperta. E poco più in là il prosecco, il re dei vini. Ma perché non gliene fanno più bere almeno un goccio ogni tanto?

Riparte con l’esplorazione tra banconi e scaffali, così ricolmi di merce assurda. Sembra cercare qualcosa.
Si ferma davanti al frigorifero. Decine di alimenti freschi e colorati: budini, merendine, spuntini, latticini, latte di tutte le specie (altro che mucca…). E finalmente trova. Non ha esitazione, allunga la mano tremante verso una confezione di yogurt alla frutta, di quelli che vanno venduti a coppia. Li sceglie in mezzo a tanti, tradendo la consuetudine a individuarli anche con la poca vista che si ritrova. E finalmente si comprende anche il suo borbottio: è l’affermazione di un diritto, ribadito con insistenza, forse temendo che, se mai fosse ascoltato, gli venga contestato. Lo ripete come un mantra, mentre va deciso verso la cassa, gli yogurt in una mano, nell’altra gli spiccioli.

“Perché io, anche se ho novant’anni, mangio!”.

E una volta pagato il dovuto, estrae dalla tasca del vecchio cappotto una cannuccia. Seduto con sussiego su una panchina all’uscita del supermercato, col suo modo distinto che stringe il cuore, consuma il pasto appena acquistato.
Perché anche chi ha novant’anni e poche pretese, di solito, mangia.

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2 Risposte to “ANCHE IO MANGIO”

  1. Pedalopoco Says:

    …guardo spesso le persone che incrocio durante la giornata, guardo spesso le persone che corrono trafelate schizzando, come impazzite, da una parte all’altra della città e riconoscendomi in questo massa impazzita di persone in movimento…
    …guardo spesso le persone anziane, riconoscendo o immaginando di riconoscere nei loro tratti, nel loro incedere frammenti della vita che portano sulle spalle…
    …guardo spesso la mia ombra quando, solitario, cammino per crinali, creste o valli di montagne che amo e per le quali sento sempre più forte una nostalgia profonda…

    mi ritrovo in questo tuo bellissimo quadro che coglie in un attimo di vita il desiderio di vita che non abbandona mai…
    una frase mi ha colpito particolarmente per come “risuona” così vera e presente in me: “ingannando un tempo sempre più vorace che lo marca stretto”…. mi ha fatto venire i brividi… è come sentirlo vivo, proprio qui dietro la nuca… questo tempo vorace… e per il quale sento sempre più vivo in me il desiderio di poterlo vivere quasi centellinando ogni attimo…

    rileggo ancora una volta queste bellissime righe….

    veramente bello….

    grazie Ramona.

    Buona Giornata.

    Peda

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  2. ramona Says:

    grazie a te, Peda, come al solito… Sono contenta anche io di essere riuscita a fermare la mia attenzione, il mio sguardo su qualcuno. Lo facevo spesso, una volta, ora sempre meno, a causa di questo tempo che incalza e tutto divora.
    Non dovremmo mai farci travolgere, mai dimenticarci degli altri.
    Un abbraccio

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