A TORINO, FRA LIBRI E STORIA (parte seconda)

Il secondo giorno a Torino si apre con un tempo incerto, ma alla fine prevalentemente primaverile. Brezza fresca, quasi fredda, sole caldo. La moda delle signore in passeggiata non disdegna stivali invernali e giacche pesanti o pile, e tuttavia si aggrappa anche, speranzosa, su magliette estive e sandali aperti.

Cominciamo la nostra esplorazione cittadina dal centro. È così bello fare i turisti senza altro pensiero che andare in cerca di qualcosa di bello da guardare. E qui le cose belle non mancano di certo.

Scopriamo che a pochi passi da noi ha dormito Mozart, in quello che oggi è un albergo, e forse era, ai tempi, qualcosa di simile. Nello stesso posto, in questa casa, un certo sacerdote, tale Giuseppe Cottolengo, assistette impotente alla morte di una donna malata senza poterla salvare, e la cosa lo turbò tanto che da lì maturò l’ispirazione a costruire il celebre istituto di assistenza che porta il suo nome.

L’ho detto, a Torino si respira la Storia. E io non ho neppure la macchina fotografica, che si è scaricata irrimediabilmente in un amen, e non posso immortalare queste meraviglie.

Pochi passi in centro, nel cosiddetto quadrilatero, ed ecco la Porta Palatina, mirabile opera del genio romano. Miracolosamente integra, ai suoi piedi la statua di Cesare Augusto. Ma quanti anni ha questo che per noi è un monumento e che all’origine era la porta d’accesso settentrionale della città? Tanti, tantissimi anni. Millenni. Parliamo del I secolo a.c.

Ecco, mi prende il groppo, come sempre quando mi trovo davanti a un reperto storico così antico. La stessa emozione me l’hanno sempre data, per esempio, i resti dell’anfiteatro romano a Lecce e il Colosseo con i fori imperiali a Roma. Ruderi millenari, resistenti a intemperie meteorologiche e umane, con un che di soprannaturale. Opere che hanno un eccezionale carico di Storia e di storie.

Chissà quante cose hanno visto le pietre rosse di questa porta. Storie di schiavi, per cominciare, costretti a lasciare la vita su un lavoro retribuito solo con colpi di frusta e un pezzo di pane che garantisse l’energia necessaria a ricominciare. Schiavi del lavoro, niente altro. Come noi, che sotto la frusta immaginaria di una società consumistica che deve fare-produrre-consumare-gettare, alla faccia di tutte le crisi, altrimenti non sopravvive, non riusciamo spesso a trovare il tempo per niente altro.
Amico schiavo del tempo che fu, io e te siamo fratelli.

Andiamo avanti, o torniamo indietro, non lo so, non sono io la navigatrice. La piantina è in mano alla mia amica, e per fortuna che c’è lei, altrimenti io andrei allo sbaraglio, perdendomi in questi incroci di vie perpendicolari.
Ci imbattiamo nel mercato settimanale. Evidentemente il sabato è sabato ovunque. Le bancarelle sono numerosissime, e neppure qui mancano quelle dei cinesi…la folla è esagerata, ma coloratissima. Incontriamo le vesti sgargianti di quelle che sembrano donne appartenenti al popolo dei rom. Incontriamo un uomo così carico di tatuaggi che ci fa pensare a un record man (chissà…): trascina un trolley, dove sarà stato, dove se ne sta andando?… E ancora tanti e tanti personaggi curiosi, come sempre quando c’è un’alta concentrazione di umanità.
Siamo una nazione multietnica, e ancora non lo vogliamo capire… ci dimentichiamo di quando gli immigrati eravamo noi e la gente del luogo ci indicava e rideva del fazzoletto in testa e l’abito nero delle nostre nonne, della valigia di cartone, dell’evidente provincialismo e della nostra caciara mediterranea.

Adiacente al mercato una curiosa costruzione in metallo e vetro. Sembrerebbe una chiesa, ma chiesa non è. Entriamo, curiose, e scopriamo che è un mercato pure quello, di generi alimentari, e si chiama Il mercato dell’orologio. Soprattutto ci sono macellerie, dove la carne è esposta in banchi ordinata e colorata, in quantità che a noi sembrano esagerate! È pur vero che siamo in una grande città, e tutto dev’essere in proporzione, ma ci fa lo stesso un po’ impressione.
Colori e odori, pane e salsicce: un posticino che solletica il palato.
Ma dobbiamo proseguire.

Un saltino in una splendida galleria lì nei pressi, intitolata a Umberto I, che, scopriamo, è stata l’antesignana dei moderni centri commerciali, zona di passeggio e di vetrine già alla fine dell’800.

Ci ritroviamo poi, nel nostro preciso girovagare, davanti al duomo. Ma guarda un po’, chi avrebbe detto che questa chiesa dall’aspetto così austero e in fondo non tanto imponente, sia la chiesa principale di Torino? La piazza è grande, e forse per questo sembra esserci poca gente, ma non è così. Scopriamo ben presto due percorsi, due lunghissimi corridoi coperti da tende ai lati della chiesa. Sono i percorsi dei pellegrini che vanno a visitare la Sindone.
La Sindone!
Due ali di folla, coda lunghissima e ordinata, di gente che per fede o per curiosità ha prenotato da mesi il privilegio di poter vedere da vicino il telo del mistero. Noi non ci chiediamo se è fede o curiosità. Ci guardiamo negli occhi e decidiamo di entrare. Dalla porta principale. Ci aspettiamo di essere fermate da qualcuno, non abbiamo prenotazione, seguiamo l’impulso del momento. Nessuno ci ferma, l’ingresso è libero, e non ci sono neppure controlli come in Vaticano, anche se forze dell’ordine ce ne sono in abbondanza lì intorno.
Entriamo.

Nella navata principale, dove ci ritroviamo, tante persone entrano ed escono liberamente. I due corridoi che abbiamo visto all’esterno invece proseguono lateralmente. In fondo, di fronte a noi, qualcosa riluce nel buio. È una teca, lunga e stretta. Dentro c’è il Lenzuolo.
È una copia, pensiamo. Non può essere che sia così visibile, così disponibile. Ci avviciniamo per quanto possibile, a ridosso della folla. Riconosco l’allestimento che ho visto in tv, durante la preparazione all’ostensione. Non può essere una copia, non ha senso. È l’originale.
Davanti a noi c’è la Sindone, quella vera.

Non riusciamo a parlare per un po’. Osserviamo quell’oggetto misterioso. Io mi sforzo di ritrovare i segni impressi sul telo, per capire, ma non devo sforzarmi. I segni ci sono. Distinguo le mani incrociate, i femori, i piedi. Distinguo, un po’ meno nitidamente, i tratti del viso. E i segni delle spine.
Non ci sono parole, non c’è niente da dire. Il mistero è lì davanti a me. Sia quello che sia, io ho perfino paura di credere che sia vero, è troppo grande. Io, appassionata di storia, di fronte a quel lino che racchiude LA STORIA, oltre che la fede, non so che dire, che pensare.
Non sono una miracolata, la mia fede è quella che è, ce l’ho dalla nascita, come tutti i dubbi che mi coglievano già da bambina, e tale è rimasta. Ma è innegabile il fascino, l’attrazione, l’emozione che esercita quel pezzo di stoffa che racchiude qualcosa che non è un disegno, né un dipinto, né un ricamo; qualcosa che non è stato ancora identificato, se non con gli occhi della fede.
E io pure ci credo.
A dispetto della mia razionalità. Ci sono cose che non possono essere spiegate.

Usciamo dalla chiesa sotto sotto un po’ scosse. Io mi sento una privilegiata per aver potuto assistere a questo evento, senza neppure averlo previsto. Sono contenta.

Proseguiamo il nostro vagabondare, direzione Mole Antonelliana. Ci perdiamo un pochino, solo un po’, e chiediamo indicazioni a una gentilissima signora. Ancora una volta, la cortesia delle donne torinesi le distingue.

Prima di raggiungere la Mole scopriamo la maestosità di Piazza Castello. Mi si allarga il cuore! Quanto spazio in questa piazza, e quanta eleganza nei palazzi che la circondano! Non per niente siamo di fronte alla residenza reale, quella dei Savoia al culmine dello splendore dinastico, e cioè Palazzo Reale. Appena più in là Palazzo Madama, altrettanto sfarzoso e imponente, e del resto tutte le costruzioni là intorno sembrano un unico magico merletto. Ma per ora non possiamo indugiare troppo, ci aspetta la Mole.
Cerca cerca, alla fine la troviamo. Per quanto la si veda da ogni scorcio di Torino, ci accorgiamo che non ha neppure una piazza che l’accolga. È là, semplicemente, in una via come altre. È imponente, davvero. Poggia su una base quadrata e colonne enormi, e si innalza per 167 metri, a cupola. È divertente pensare che quella cupola è riprodotta sulle monete da 2 centesimi di euro… un valore così piccolo, per il monumento più alto d’Italia!
La fila all’ingresso non ci sorprende più di tanto, era prevedibile. Ci stupiscono però i tempi: dal punto in cui siamo ci vogliono due ore per entrare, e un’altra mezza se vogliamo salire sull’ascensore panoramico. Caspita! Due ore e mezzo! Da fare in piedi. Vale la pena? Sì. Non si può venire a Torino e non salire sulla mole. Ci rassegniamo. Mangiamo a turno un panino comprato al bar lì vicino, che sembra messo apposta per fare affari con i turisti in coda. Il tempo non passa più, eppure passa. A passo di formica riusciamo a raggiungere l’ascensore. I tempi erano incredibilmente esatti.

L’esperienza di entrare come sardine, non più di 9 persone per volta, nell’ascensore è impagabile. In un minuto ci ritroviamo a 85 metri, salendo nell’interno della costruzione, e guardare dai vetri panoramici mi procura una vertigine, sia che guardi in alto sia che guardi in basso. Meraviglia!
Dalle terrazze della Mole poi lo spettacolo è entusiasmante, abbiamo Torino ai nostri piedi, letteralmente. Come casette del lego vediamo gli antichi palazzi, l’edificio della stazione ferroviaria, elegante anch’esso, e le case con i tetti a tegola, che spesso delimitano i lati di cortili quadrati, piccoli mondi a sé stanti.
Vediamo le arterie principali della città, in lontananza, ma non troppo, la basilica di Superga, che non riusciremo a visitare, e le Alpi: le montagne in questa giornata di primavera sono a portata di mano, ma a rispettosa distanza.
E laggiù il Po, il re, il fiume più grande del nostro Paese. Una visuale mozzafiato, a 360°.

Ma dobbiamo scendere, e non ci perdiamo il museo del cinema interattivo e la mostra permanente del cinema.

Nel grande salone centrale troneggia una statua enorme: un mostro in catene. L’ho già vista, l’ho già vista… ma sì, è un’icona dei film mitologici. Si tratta nientemeno che dell’originale statua del dio Moloch, utilizzata per un vecchissimo film, Cabiria. Imponente e impressionante. Affascinante tutta la mostra, le ricostruzioni di ambienti di film famosi, ma anche i lettini per la visione delle pellicole (quanto vorrei sdraiarmi e restare lì per un sacco di tempo… mi fanno male i piedi!!). E soprattutto m’incanto di fronte al costume, anche questo originale, di un mostro di Alien.
Il film l’ho rivisto da poco, mi ha tolto ancora il sonno, come tanti anni fa. E ora ho il mostro davanti a me!!! Inquietante, ma per fortuna meno di quanto temessi. Chissà perché nel film mi faceva più paura.

Con tutto il mal di piedi e la stanchezza che si fa sentire, pensiamo che comunque un salto al Museo Egizio ci sta. Certo che ci sta! Non può sfuggirmi l’ennesimo appuntamento con la Storia, tanto più così antica. A costo di trascinarmi, ci arriverò!

(continua….)

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2 Risposte to “A TORINO, FRA LIBRI E STORIA (parte seconda)”

  1. Pedalopoco Says:

    …lo sapevo che non dovevo aspettare fino a Natale per leggere la seconda puntata ;-)…
    l’attesa non è poi stata così lunga come avevi predetto, bravissima.

    E la descrizione che stai realizzando di questo “passaggio” a Torino è così ricca di particolari e di “sensazioni” che ti si perdona sicuramente anche il venial peccato di non aver pensato alle batterie di riserva della digitale 🙂 (io sono un esperto in materia, di batterie dimenticate intendo 😉 )…

    E’ bello leggerti e lasciarsi accompagnare al tuo fianco nel tuo percorso e assaporare, insieme a te e alla tua compagna di viaggio le vostre sensazioni e riviverle con voi.

    Un abbraccio in attesa della terza puntata 🙂

    Peda

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  2. ramona Says:

    Carissimo Peda, sapessi che rabbia, con quella digitale!
    Per fortuna la mia amica mi ha fatto delle foto, per cui almeno un ricordo lo conservo, anche se non è mai come cercare da sè lo spunto che colpisce l’immaginazione e che si vuole fermare per sempre.

    la seconda parte di questo racconto si è fatta sospirare, è vero, ma stai tranquillo, la terza è in agguato, a fra pochissimo!
    Anche se ci ho impiegato tanto, ci tenevo a memorizzare quelle belle giornate. E ad averne il tempo potrei scrivere molte più cose, ma per ora la pianto qui…

    Grazie come sempre per il tuo esserci, anche in questo viaggio.
    Bacio

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