A TORINO, FRA LIBRI E STORIA (parte terza)

Per strada, dopo esserci recate finalmente a incontrare il Po e i suoi famosi murazzi, nel centro torinese del passeggio, e di negozi artigianali di classe, ci imbattiamo ancora in un luogo storico che non possiamo non osservare da vicino.
Una piazzetta, piuttosto piccola, che comprende un enorme palazzo, un teatro, un ristorante e una statua. Sentiamo una guida raccontare a un gruppo di turisti, sfiniti come noi, l’importanza di questo luogo. Mi accodo, con aria indifferente e partecipe al gruppo, e ascolto anch’io. Siamo in piazza Carignano, questo è lo splendido palazzo Carignano, dove è nato Vittorio Emanuele II, e dove è stato ospitato il primo parlamento italiano, dopo che l’Italia fu unita e Torino ne divenne capitale.
Che tempi, quelli… quanto sangue, quante battaglie per fare della nostra un’unica nazione. Oggi invece, quante battaglie per dividerla. E non conta che siano più o meno incruente, la realtà è che quello spirito, quegli obbiettivi, sono stati inutili, a poco più di un secolo di distanza.

Nella stessa piazza il teatro dove i reali Savoia-Carignano assistevano agli spettacoli (omodi, eh?, bastava solo attraversare la strada…), il ristorante, antichissimo, ai cui tavolini sembra ancora di vedere il conte Cavour, abituale frequentatore, e la gelateria da Pepino. Insomma, principi e re non si facevano mancare proprio niente…

E finalmente, a pochi passi, eccomi, a tu per tu con la magia e il mistero di un’antichissima civiltà. Sono dentro al Museo Egizio.

I manufatti sono stupefacenti, se si considera che sono in vigore ancora oggi (vogliamo parlare delle infradito? E del sedile che funge da water?…). I papiri, che a pensarci bene sono estratti da vegetali, non possono che sbalordire, per la loro resistenza. Altro che al giorno d’oggi, che un libro ha una validità, se va bene, di due anni, prima di essere ridotto a cenere, e una permanenza in vetrina di pochi mesi. Questi scritti hanno 3-4000 anni, e credo anche di più! Abbiamo tutto da imparare, dagli antichi.

Ma certo niente è più sconvolgente del ritrovarsi a tu per tu con le mummie.

In una teca trasparente dorme per l’eternità una piccola figura umana rannicchiata e rinsecchita. Mi sfugge chi possa essere, ma non mi sfugge, di colpo, la consapevolezza che quella figura è stata, millenni fa, un essere umano. Una persona che camminava, parlava, agiva e interagiva col suo mondo come me ora.
Penso che oggi, con il culto dei morti che ci vantiamo di avere, con i nostri sguardi voraci stiamo invece mancando di rispetto a questa persona. D’accordo, è morta. Ma noi, da morti, vorremmo che i nostri resti fossero esposti agli sguardi di milioni di persone? Vorremmo che il nostro ultimo istante, il più intimo, fosse sotto gli occhi di tutti?
Non lo so. Provo della pietà per questa figura rannicchiata, viva in un tempo così lontano da me eppure così simile a me. Sembra un bambino, per quanto è piccola.

Poche stanze più in là e mi rendo conto invece che le piccole dimensioni sono una caratteristica di questo popolo. Troviamo infatti altri sarcofaghi, e altre mummie. Cioè altri cadaveri. Questi sono ancora avvolti nelle bende, qualcuno ha fuori solo la testa, così scarnificata eppure così… viva! Tutti piccoli di statura, questi egiziani, eppure quanto grandi nella loro scienza! Di nuovo una sensazione di rispetto e di pietà per questi morti, anche se da millenni le loro anime hanno raggiunto il regno dell’altrove.

Imponente, strabiliante, la grande stanza dove sono racchiuse le statue: faraoni e dei, dai nomi impossibili, e anche la sfinge. La osservo, quest’ultima, molto da vicino, per vedere se davvero ha un’espressione impenetrabile come si racconta. Sì, ce l’ha. Ma non che gli altri siano più divertenti o espressivi. Anzi, proprio la loro severità incute soggezione. Mi verrebbe da fargli il solletico sotto i piedi giganteschi, per farli ridere. Credo che capiscano il mio desiderio, perché di colpo, come mi è venuto, mi passa. Mi sento osservata severamente, mi coglie la debolezza… è meglio andarcene!

La debolezza in realtà è fame… dobbiamo cercare qualcosa da mangiare.
Troviamo a stento, Torino è affollata in questo periodo. Ci dicono no in un locale di pugliesi e in uno di cattolici dichiarati, scappiamo da un Macdonald assordante, e infine ci accolgono i napoletani con la loro mozzarella che sa di rosolio, per come siamo affamate.
I piedi sono ancora doloranti, scoprirò di avere guadagnato due vesciche enormi, ma almeno le forze le abbiamo recuperate. E così ci sembra un peccato andare subito a dormire e andiamo in cerca di qualcosa che forse non a tutti verrebbe in mente di visitare. Abbiamo parlato di Cottolengo, no? Possono due infermiere trovarsi lì nei pressi e non andare a dare almeno un’occhiata?

No, non possono.

Ed eccoci, quasi alle undici di sera, a cercare le mura della famosissima casa di cura. Non è facilissimo capire come è costituita. Chiediamo perfino a due poliziotti, estremamente carini (in tutti i sensi), e alla fine capiamo che oltre a, chiamiamolo così, all’ospizio, che ospita gli sfortunati con malformazioni o gravi ritardi e handicap fisici e mentali, esiste anche un vero e proprio complesso ospedaliero. La struttura sembra molto grande e, appunto complessa.
Mentre sfilano davanti a noi un numero imprecisato di simpatici pellegrini che finiscono per bloccare il traffico, ci fermiamo ancora una volta a riflettere sulle sventure che colpiscono certi sfortunati, e alla fortuna invece che al mondo ci siano persone così grandi da creare opere benemerite come queste.
Ora sì, con queste riflessioni, torniamo alla nostra stanza dedicata a Maria Josè, e piombiamo in un sonno profondo.

Il terzo giorno è quello della partenza. Però abbiamo ancora un paio di cose da fare. Prima di tutto, dobbiamo tornare a Palazzo Reale. Non possiamo andarcene senza aver visto, se possibile, il suo interno. Detto fatto. Siamo dentro. Non abbiamo il tempo materiale per visitarlo tutto, perciò scegliamo di vedere gli appartamenti privati. E non ce ne pentiamo. Sembra di vedere un film!
Tutto è rimasto più o meno come all’origine: mobili, arazzi, tappeti, specchi. Ci sono perfino alcuni vestiti indossati da manichini, non molto più grandi delle mummie egizie, a dire il vero. Mi fermo per un attimo a osservarne uno, valuto la vita sottile, l’ampia gonna, la profonda scollatura, il filo di perle e il cappello. Domando alla mia amica se mi ci vede con quell’abito addosso e lei risponde di sì.
Bè, misure a parte, forse…

Un percorso stabilito ci fa passare di camera in camera, di salotto in salotto. Certo le signore del tempo dovevano prenderlo come passatempo: per fare il giro di un appartamento così grande dovevano impiegarci tutto il giorno…
E naturalmente la fantasia corre agli intrighi, agli amori, alla politica che si sono consumati tra le mura sfarzose, i marmi e i dipinti. Amanti e ministri, chissà che girandola, e che segreti di pulcinella… eppure anche di qua è passata la Storia.

E infine resta ancora una cosa: cercare un indirizzo, dove la mia amica deve ritrovare un frammento della propria storia familiare. Ancora una volta una signora gentilissima, per strada, si offre spontaneamente di aiutare noi e una coppia cui avevamo chiesto indicazioni che non sapevano darci. Tanto per non smentire la squisita gentilezza delle donne, in questa parte di mondo.

Partiamo, e sul treno ritroviamo le stesse compagne di viaggio dell’andata! Quando si dice che il mondo è davvero piccolo… passiamo il tempo a chiacchierare con loro, scopriamo delle affinità che nemmeno sorelle separate alla nascita. Ci scambiamo opinioni sulla gita a Torino e sulle nostre vite, e il tempo vola.

Siamo arrivate.

Torino resta nei nostri ricordi, fantastica parentesi di storia, libertà e cultura.

Ora, è tempo di riprendere la solita vita.

Annunci

Una Risposta to “A TORINO, FRA LIBRI E STORIA (parte terza)”

  1. Pedalopoco Says:

    …questa volta sei stata velocissima 🙂

    …ti svelo un piccolo segreto, fin da piccolo ho sempre provato a far solletico ai piedi delle statue… non mi è mai riuscito però di farne ridere almeno una :-(, peccato, sarebbe molto divertente vedere l’effetto che fa!

    e poi la fantasia che subito ci porta, in qualsiasi luogo, ad immedesimarci o almeno a ripensarci tuffati in uno spazio-tempo diverso dal nostro. E un gioco che così spontaneamente faccio sempre e mi ritrovo a sorridere di me o di chi mi sta accanto in quel momento rivisto in situazioni così diverse o, in fondo a volte, così simili al nostro vivere quotidiano.

    Che dire, è stato bello rivedere Torino attraverso i tuoi occhi e le tue sensazioni…

    Grazie.

    Un abbraccio.

    Peda

    Mi piace

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...


%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: