VENTO SCOMPOSTO, DI SIMONETTA AGNELLO HORNBY, E I MIEI DUBBI DI LETTURA

A volte i libri ci lasciano un po’ così.  Qualcosa non ti soddisfa fino in fondo. Hai letto la storia, ti è piaciuta però… c’è un però e non sai cos’è.
Ora provo a chiedermelo, cos’è questo però.

Il libro in questione è Vento scomposto, di Simonetta Agnello Hornby, scrittrice italiana che di professione fa l’avvocato a Londra, dove risiede da molti anni. Per la precisione è un avvocato dei minori, molto attiva e di una certa fama. Professione che svolge decisamente con passione, dato che ha deciso di riversare in questo suo romanzo, in chiave più o meno narrativa, quella che è la sua esperienza professionale.
La storia infatti parla di abusi, reali o presunti, presenti o passati, su bambini. Il pane quotidiano, insomma, per il nostro avvocato.

C’è una maestra che crede di capire qualcosa di grave riguardo a una bambina di 4 anni e agisce di conseguenza, finendo per scatenare una serie di avvenimenti che, complice una dottoressa distratta e presa da problemi personali, portano il padre della bambina a essere accusato di aver abusato di sua figlia. Da qui parte un incubo pazzesco per i genitori della piccola, che non sono esattamente dei poveracci ignoranti: il padre è agente di borsa (almeno credo… che diavolo è altrimenti un “merchant bunker”??) della City londinese, la madre consulente di qualcosa (forse designer???) per negozi di lusso. Persone facoltose, dunque, ma anche i ricchi piangono, come si dice, e così a loro capita di ritrovarsi vittime di un sistema giudiziario e sociale che, nato per difendere e tutelare il minore, si rivela insufficiente, carente e soggetto a manipolazioni. Nonché, ma questo è un mal comune di cui poco gaudio c’è da spartire, abbastanza farraginoso e burocratico. Per chi vi incappa innocentemente un incubo, appunto.

La storia è avvincente, non sono stata capace di fermarmi se non all’ultima pagina, perché volevo vedere cos’altro succedeva a quel padre, capire se era innocente o un mostro inconsapevole, se dovevo odiarlo o compatirlo, che già non appare molto simpatico di suo. Molti indizi giocano da subito contro di lui. Ma sono indizi, appunto. Soggetti a interpretazione, spesso cieca, soprattutto da parte dei servizi sociali, che s’investono dell’armatura di paladini a prescindere, refrattari alla pura lucidità dei fatti. A noi che leggiamo, almeno i dubbi ci vengono, a loro no…

Tutti siamo a conoscenza di fatti di cronaca simili a questo. Anche se il sistema è diverso, qui da noi basta pochissimo per sbattere il mostro in prima pagina. E nel frattempo i veri mostri continuano nell’omertà generale a perpetrare le loro infamie su bambini anche piccolissimi.
Per me, che sono una persona pacifica e tollerante, la pedofilia è in assoluto, su una ipotetica scala di nefandezze, uno dei crimini peggiori dell’umanità contro l’umanità. Quante volte però abbiamo visto padri flagellati dall’accusa di averli commessi sui propri figli, ma poi scoprire che non era vero niente, che gli accusatori si erano sbagliati, tante scuse e via, tutto come prima. Nessuno spiega che dopo, invece, niente può essere più come prima.

Punto a favore del romanzo, che al contrario lo spiega molto bene. Porta alla luce i meccanismi perversi, le lacune umane, mediche e giudiziarie, i fraintendimenti, la superficialità anche di cosiddetti professionisti, e in fondo la fallibilità dell’umano giudizio, sia pure con tutte le buone intenzioni di agire a fin di bene.

Quindi ci si pone una prima domanda:è giusto partire a testa bassa con accuse e procedimenti che non siano attentamente vagliati? In Inghilterra si parte dal presupposto di fare presto, prestissimo! In effetti i provvedimenti di cui qui si parla sono quasi tutti urgenti, a effetto immediato! Se c’è qualcosa che la tira a lungo, sono le date delle udienze (ah, tutto il mondo è paese…), anche se bisogna dire che tutta la storia si risolve nell’arco di tre mesi, non proprio un periodo lunghissimo. Tuttavia, se ci mettiamo nei panni dei protagonisti, questo tempo è assurdamente infinito.

Ma questa mania di fare in fretta a separare un padre dai figli, ad accusare senza prove certissime, è sempre una buona cosa?
Oltremanica se ne sta discutendo. E noi lasciamo che chi di dovere ne discuta. Sono questioni che la gente comune non può risolvere, la competenza è ad alti livelli ideologici e procedurali. La gente comune può, di solito, solo subire ingiustizie.

Dopo la prima riflessione, di pancia, sulla situazione, la seconda è sul romanzo.
Che non sembra tanto un romanzo, ma un miscuglio fra una cronaca strettamente giudiziaria e un polpettone estremamente descrittivo.
A tratti infatti ci s’impiglia in divagazioni ambientali un po’ noiose, che poco hanno di poetico o letterario, o in dettagli tecnici che chi li capisce è bravo, in quanto, come già detto, il sistema giudiziario inglese è diverso dal nostro (non è che il nostro sia chiaro, limpido ed efficiente, beninteso). Per fortuna i telefilm americani ci hanno insegnato qualcosa, e in qualche modo riusciamo a destreggiarci.

Io della Agnello Hornby avevo letto il romanzo d’esordio, La mennulara. È stato diversi anni fa, quando appunto lei non era ancora una scrittrice, però ricordo bene che quello era un romanzo, mentre questo… non molto. A dirla tutta sono due stili completamente diversi, non sembra neppure la stessa autrice. Vero è che anche le ambientazioni sono diverse, le vicende sono diverse. Sarà che in un legal-thriller trova migliore indicazione un linguaggio più asettico, chi lo sa. Ma resto molto dubbiosa in proposito. Non ci trovo molta poesia, in queste pagine. Anche le divagazioni di cui sopra non riescono a fare presa.

Eppure ci sono personaggi di contorno molto forti, che creano una cornice intensa e da soli sono storie nella storia, e tuttavia sono sbrigati un po’ velocemente. Ecco, sì, la velocità con cui si sbrogliano le vicende un po’ disorienta, a stento si riesce a starci dietro. Sembra quasi impossibile che un avvocato (il difensore del padre accusato di abuso) e le sue assistenti riescano a svolgere del lavoro che, a cronometrarlo, secondo me richiederebbe molto più tempo. Parlo di trascrizioni, istanze, documentazioni e via di seguito. Però può anche darsi che l’efficienza britannica in campo legale non si faccia influenzare dalla tradizionale, universalmente riconosciuta, flemma inglese… chissà!

In mezzo a tutte queste perplessità, la storia si evolve e si risolve, e in qualche modo si fa leggere. La tensione resta alta se ci si concentra sulla vicenda principale, arricchita via via di impensabili colpi di scena, magari talvolta un tantino improbabili, ma che in un romanzo ci possono stare. Notevole ed esemplare, nonché illuminante, la trascrizione del colloquio della bambina con la dottoressa, quello da cui è partito tutto, ma che finalmente si riesce ad acquisire solo nell’udienza finale. Forse un tantino forzato il linguaggio di una bambina così piccola, ma, anche qui, forse le bambine inglesi sanno meglio come esprimersi, e magari far passare per allocchi certi adulti….

Lieto fine? Più o meno. Un pochino di amarezza resta, pensando che se tutto quanto viene qui raccontato fosse vero, come lo è di certo in occasione reali, sarebbe bastato molto poco per evitare il catastrofico sconvolgimento di tante vite. Anche se alcuni cambiamenti registrati nei personaggi, alla fine sono solo positivi.

Ma c’è ancora una spina che non mi va del tutto giù, nemmeno all’ultima pagina. Anzi, quando arrivo all’ultima pagina scopro che non sono mai riuscita a digerirla per tutto il tempo della lettura. Fin dalle prime battute mi sono letteralmente scontrata con uno strano modo di usare (scusate il gioco di parole) il verbo “abusare”. L’autrice lo usa in modo transitivo, associando un complemento oggetto. Ovvero, per esempio: “abusare Lucy” e non “abusare di Lucy”.

La mia lettura si è incespicata ogni volta che incontravo un tale disinvolto (ab)uso del verbo. Cioè per tutto il romanzo! E posso assicurare che non è piacevole, mentre si legge, incepparsi su un sassolino come questo.

Ho tuttavia fatto un’indagine, nel caso la mia fosse stata solo una fisima, una sottigliezza, una mancanza di aggiornamento. Si sa, io mica sono una cima, ho fatto studi più scientifici che letterari… Perciò ho chiesto lumi a tutti i miei amici insegnanti di materie letterarie, e tutti sono stati d’accordo con me. Il verbo abusare non è transitivo, occorre specificare: abusare di qualcuno o qualcosa, e non qualcuno o qualcosa.
Meno male, non sono io la fissata, i dizionari e i miei amici mi soccorrono…

Cerco ancora delle spiegazioni, voglio capire. Si azzardano delle ipotesi. Può trattarsi di un uso antico del verbo, e piovono dotti ed illuminati esempi, che qui riporto, ringraziando, mai abbastanza, un amico, l’incredibile Andrea Angiolino.

Il Vico, nel suo La Scienza nuova (1730):
“Vogliono gli ordini Regnanti de’ Nobili abusare la libertà signorile sopra i plebei?”

O il Tommaseo, ne Il segreto dei fatti palesi seguiti nel 1859- Indagini (1860)
“Se gl’italiani, irritati dalla lunga stolta spietata tirannide di coloro che abusano il nome del Papa e di Cristo, movessero da sé soli a spodestare il principe…”

E ancora Annibal Caro scrivendo a Monsignor della Casa:
“Mi fa sperare che non voglia abusare la sua potenza contra la mia giustizia, e contra l’onor suo”

Infine il Tasso, canto decimonono della Gerusalemme Liberata:
“Infuriassi allor Tancredi, e disse:
Così abusi, fellon, la pietà mia?-
Poi la spada gli fisse e gli rifisse
Ne la visiera, ove accertò la via.”

Parrebbe possibile dunque, ma nel nostro caso poco probabile.

Si tratta allora di traduzione poco accurata? Ma l’autrice è italiana! Però trapiantata a Londra da molti anni. Ecco allora un’ulteriore e forse più plausibile ipotesi. Il verbo to abuse, in inglese, è transitivo. E dunque, in una persona perfettamente bilingue, può ingenerare un po’ di confusione.

A sostegno di questa teoria, nella pagina dei ringraziamenti, l’autrice racconta di aver scritto il romanzo prima in inglese e poi in italiano! E la trasformazione in italiano non è stata una pura traduzione. Dice la Agnello Hornby: “Ho dovuto necessariamente reinventare il tono, il passo, il ritmo della storia. […] Ricordo i momenti felici di questa fatica, le considerazioni sull’armonia del linguaggio, sulla pertinenza del lessico, l’anima che ogni lingua ha e lo sforzo per rispettarle entrambe.”.

Ecco, secondo me in questo uso delle due lingue si è un po’ persa la freschezza della narrazione. Forse la versione inglese si legge più come romanzo di quella italiana. E chissà se una traduzione accurata, invece che una “reinvenzione” non avrebbe reso maggior giustizia al testo, restituendogli quel po’ di calore di cui difetta.

Quanto al verbo abusare, sembra confermarsi che in fondo si è trattata di una svista da poliglotta. Solo che mi chiedo se tutti coloro che hanno letto le bozze sono dei poliglotti, visto che nessuno è intervenuto.

O forse sono io, e insieme a me i miei amici che hanno scomodato pure il De Mauro, a sbagliarmi?
È possibile che il mio inciampo sia realmente solo una fisima?

Tirando le conclusioni, il libro, come dicevo all’inizio, tutto sommato non mi è dispiaciuto.
Anche se i miei però, pur avendoli chiariti, di certo non se ne sono andati.

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2 Risposte to “VENTO SCOMPOSTO, DI SIMONETTA AGNELLO HORNBY, E I MIEI DUBBI DI LETTURA”

  1. Pedalopoco Says:

    😉 Ciao Ramona
    ho letto con piacere questa tua “recensione”…

    Molte cose ci sarebbero da dire su questo triste argomento e soprattutto sul modo in cui spesso si abusa (appunto) della sua risonanza così forte sull’animo umano per trarne un ben più “risonante” tornaconto economico…

    Un abbraccio

    Peda

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  2. ramona Says:

    Secondo me più se ne parla meglio è… gli abusi sono intono a noi, dove non li sospettiamo, colpiscono bambini di entrambi i sessi e riguardano persone insospettabili.
    Però bisogna ben distinguere i fatti dalla caccia al mostro a tutti i costi, evitare spettacolarizzazioni e sonate di grancasse mediatiche, anche per proteggere i bambini stessi.
    Dopodiché, ci vuole la pena giusta e senza ipocrisie.

    Quanto alla mercificazione del problema, che dire… c’è qualcosa che non sia spudoratamente sfruttato oggi per trarne guadagno? Temo niente…

    un abbraccio a te

    Mi piace

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