GLI HO SOLO TENUTO LA MANO

Ci sono persone ed eventi che non si dimenticheranno mai. E lui è una persona che non dimenticherò, come non potrò scordare ciò che gli è successo stasera.

Quarantenne problematico, serissimi problemi di salute, caratteraccio intrattabile.
I primi giorni niente gli andava bene, si indisponeva per qualsiasi cosa, rispondeva male e all’occorrenza urlava.
Pazienza, ci vuole pazienza.
Chi ha sofferto fin da bambino per malattie ingravescenti, non si può pretendere che sia anche dolce e remissivo. Ne ho visti tanti, così e anche peggio.

Ricordo Morena e la sua aggressività, con cui ha combattuto, fino all’ultimo sangue, tutta una serie di malattie e complicazioni che hanno rovinato gli anni più belli dell’adolescenza e l’hanno fatta morire a 38 anni. Ricordo gli insulti, la cattiveria, il bisogno disperato di offendere il male e l’impotenza di farlo, per cui si rassegnava a insultare il prossimo. Ed erano pretese, richieste, esigenze inderogabili quelle che presentava come capricci. La sola ragione per cui era sopravvissuta così tanto, rispetto alla malattia: la cattiveria, la forza, il non lasciarsi mettere i piedi in testa da nessuno, meno che meno dal male. Lei esisteva e pretendeva attenzioni estreme.
I suoi ultimi giorni li aveva trascorsi con l’espressione stanca di chi alla fine si è arreso. Niente più urla né pretese, docile come una bimba fino a che è morta.

Mi torna alla mente stasera, dopo quello che è successo a lui. Ho associato i due per via del brutto carattere. Ma alla fine come non considerare che si tratta solo di paura? Che è un modo per esorcizzare l’incognita che riserva il futuro? Inoltre chi da sempre ha a che fare con dottori, ospedali e medicine, diventa diffidente e pronto a contraddire per partito preso. Persone difficili da curare. Eppure, sempre, si riesce prima o poi a trovare il modo di conquistarne la fiducia.

Ricordo le lacrime di Morena in un momento in cui era ancora aggressiva ma spaventata per un futuro che non vedeva più.
Lui, invece, aveva messo da parte i modi bruschi e si era aperto anche al sorriso.
Aveva cominciato a scherzare. Dietro lo sguardo truce si nascondeva forse la voglia di compagnia, lui che era sempre solo.
Abbiamo scherzato anche stasera. Voleva che domani, in previsione di un esame, gli tenessi la mano. Aveva paura. Di fare l’esame per niente, delle complicazioni, ma non, stranamente, di quello che si sarebbe potuto trovare. L’ho rassicurato, come faccio sempre, in questi casi. Tutti abbiamo paura di qualcosa, specialmente se non sappiamo cosa ci aspetta.
È mio dovere rassicurare, fa parte del mio lavoro. Non so se ci riesco sempre, ma cerco di farlo nel migliore dei modi.
Dài, gli ho detto, la mano te la tengo domani pomeriggio, quando ci rivediamo e mi racconterai com’è andata.

Invece.

Invece lo troviamo a terra, in posizione fetale, gli occhi strabuzzati, metà corpo paralizzato, il respiro affannoso. Un ictus.
Subito il soccorso, il medico, lo specialista, la tac. La reprimenda del medico perché non abbiamo rispettato l’ordine della procedure, ma tanto noi avevamo già capito di che si trattava prima ancora che lui arrivasse, e la sostanza era quella, danni non ne abbiamo fatti, e del resto peggio di così, povero cristo, cosa potevi fargli?
Al diavolo le procedure. Sì, ok, la prossima volta faremo così.
Ma intanto lui?

Lui continua i suoi movimenti scomposti, le clonie, le sudorazioni. Lo accompagno alla tac, gli passo spesso la mano sulla fronte, cosa che fa anche lui, come se avesse un gran dolore. Non parla, non riesce, ma capisce. E io gli parlo, dico sciocchezze anche, lo rassicuro ancora. Gli tengo la mano. Era quello che voleva, no? Magari non per questo motivo, doveva fare solo un esame, domani… invece mi ritrovo a tenergli la mano stasera.

Lui non parla ma capisce, sembra essere passato il momento della confusione. Collabora, esegue come può gli spostamenti. Gli parlo ancora, lo riporto in reparto, spingendo il letto insieme al dottore. Gli dico che mi ha fatto sudare e che da domani lo metto a dieta perché pesa troppo. Sorride! Quella smorfia stirata sulle labbra non è un esito dell’ictus, ma è volontaria ed è conseguente alle mie stupide parole.
Non smetto di parlargli, gli spiego tutto quello che gli facciamo, gli do una motivazione per ogni cosa. Lui era così, voleva sempre sapere tutto e magari lo contestava. Ora non può contestare, ma mi sembra giusto che sappia. Si lascia fare, perché il suo corpo non può reagire, ma io credo che sia anche perché capisce che quello che facciamo ha un senso.
Lo sistemiamo sul letto, le posizioni che ci insegnano a scuola per evitare contratture spastiche e posizioni in seguito irrecuperabili.
Dio santo, ha solo 40 anni!! Come si può pensare a un futuro da emiplegico, a quest’età, oltre a tutto quello che già c’è in quel povero fisico sfortunato? No, dobbiamo fare l’impossibile per evitargli conseguenze dolorose!

Lui segue tutte le nostre mosse, continua a collaborare per come può. Prova a suonare il campanello su nostra richiesta, che così valutiamo il suo stato di coscienza. È lucido, capisce tutto, suona il campanello, ma ovviamente non parla.
Non ti preoccupare, gli dico, se hai un bisogno in qualche modo ci capiremo.
Il suo sguardo un po’ meno truce e un po’ meno confuso è fisso su di me che continuo a spiegargli tutto. È come se mi ascoltasse con gli occhi.
Io non posso trattenermi dal carezzargli i capelli e ogni tanto prendergli la mano. Questi avvenimenti scatenano in me l’istinto di protezione per chi è indifeso. Chi è che pensa più al suo caratteraccio? Ora è inerme, non può parlare, è un giovane disperatamente solo e in situazione critica. Vedo solo questo.

Dopo averlo sistemato e iniziato la terapia, dobbiamo fare anche il resto dei lavori, ci sono altri pazienti da seguire. Siamo tutti scossi, medici, infermiere e anche quelli dei pazienti che hanno capito, che si sono accorti, che non vedono più quel giovane dallo guardo truce, ma di recente un po’ più socievole, passeggiare nel corridoio.
Una signora chiede se può andare a salutarlo. Piange spaventata e preoccupata. Le diciamo che può andare domani, ora bisogna lasciarlo tranquillo. C’è una grande solidarietà fra i pazienti, ma forse, nel segreto del pensiero più profondo, anche un certo sollievo nel constatare che non è toccato a loro. Sono tutti consapevoli che può succedere a chiunque. Meglio che succeda a un altro, ma poverino, lui è così giovane, speriamo si riprenda.
Credo sia normale, e l’augurio è anche sincero.

Ritorno poco dopo a vedere se ha bisogno di qualcosa. Noto con sorpresa che il braccio paralizzato si muove, anche se in modo scomposto, e pure la gamba. Sta migliorando!
Gli prendo ancora la mano, gli chiedo di stringere una volta per il sì e due per il no, e gli faccio domande semplici. Ma lui è insofferente, non vuole fare questi giochetti. Vuole dire qualcosa, ma non so cosa, non capisco.
Aspetta, mi fa segno con la mano.
Si concentra, vedo lo sforzo, ma non gli vengono le parole, appena un mugolio: è pur qualcosa! Non è soddisfatto, mi prende per un braccio, per una spalla, mi indica. Chiude il pollice e l’indice a cerchio, una O, forse. Continua a toccarmi, mi prende la mano o la spalla, o il braccio e poi di nuovo quel segno con le dita. Non lo capisco, mi sento frustrata più di lui. Gli avevo appena detto che ci saremmo capiti in qualche modo, e mi ritrovo smentita da me stessa.

So perfettamente cosa si prova quando non si può parlare. Una rabbia infinita, la frustrazione più assoluta. In seguito a un incidente e a un intervento alla mandibola, sono stata 5 giorni, a 20 anni, senza spiaccicare parola. Le amiche mi avevano regalato una lavagnetta così almeno potevo scrivere.

Lui non può certo scrivere, ancora. Gli chiedo se conosce l’alfabeto dei sordi, quello che da piccoli abbiamo usato tutti per gioco! Non mi risponde, mi guarda e basta. Forse non può ancora coordinarsi.
Alla fine mi dichiaro sconfitta, e mi dispiace. Lo saluto, gli dico che ci rivediamo domani e di nuovo lo prendo per mano. Il turno è finito, devo andare.
E me ne vado, infatti, col pensiero fisso alla sua sventura e a quel tentativo di comunicare non riuscito.
Poi di colpo penso… lui che mi indica, che fa il gesto di una O…
Era un ok? Un grazie?
Non lo so.
Io ho fatto solo il mio dovere. E gli ho tenuto la mano, come voleva. Niente di più.

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4 Risposte to “GLI HO SOLO TENUTO LA MANO”

  1. Pedalopoco Says:

    ….ho i brividi…

    e le lacrime agli occhi…

    ……………………………

    peda

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  2. ramona Says:

    Pure io le ho avute le lacrime agli occhi…

    Oggi però va un po’ meglio, anche per il ragazzo: poco, ma meglio di niente….

    Tutto bene Peda? Non ti sento da un po’! Ciao!

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  3. clelia pierangela pieri Says:

    … quanta dignità in questo tuo chiudere il post.
    Grazie.

    c.

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  4. ramona Says:

    grazie a te, Clelia. Davvero.

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