LAVORARE E’ UN DRAMMA

L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro. Lo dice l’articolo 1 della Costituzione. Bene, se negli ultimi tempi sul fatto che siamo in democrazia  nutro qualche dubbio (ma magari ne parlerò un’altra volta), almeno per quanto riguarda stabili fondamenta possiamo sentirci in salvo, no?
No. Non lo siamo.
Al giorno d’oggi l’intero articolo fondamentale su cui poggia il nostro Paese è praticamente disatteso.
Lavorare, oggi, è un dramma.

Ho vissuto la crisi energetica del 1974, l’austerity, le code interminabili al distributore del cherosene per la stufa, i debiti fino al collo e anche oltre, il baratro della povertà, le rinunce a quasi tutto, gli abiti smessi da altri e riciclati. Ho vissuto in prima persona l’emigrazione, perchè tanti nella mia famiglia sono emigrati in cerca di lavoro: mio nonno e le sue figlie più grandi, compresa mia madre, in Svizzera, come pure mio padre, e io stessa ho lasciato il sud per raggiungere una sicurezza economica al nord. Sicurezza che non è mai stata scontata e comunque sempre abbondantemente sudata.

Il problema della disoccupazione dunque l’ho sempre visto da vicino. Dalle mie parti era regola fare più lavori in nero, senza assicurazione, senza contributi, senza esistere agli occhi del mercato produttivo anche se in realtà ti facevi il mazzo.
Non è che non c’era lavoro.
Pure nei posti pubblici, talvolta, una spintarella ed entravi. Magari un vergognoso “contributo” economico e il posto era tuo. Ha sempre funzionato così, che io ricordi, da tanti, tanti anni.
Poi sono venuta al nord, dove pareva che tutto fosse facile e in regola. Basta avere voglia di lavorare e trovi ovunque, mi si diceva 20 anni fa. Tanto che l’istruzione era avvertita dai ragazzi come un qualcosa di inutile: loro volevano i soldi, piuttosto che perdere tempo con lo studio era meglio trovare subito un lavoro in fabbrica. Una qualunque. E se la prima non ti piaceva potevi cambiare. C’era tanta abbondanza di lavoro che capitava che i cittadini rifiutassero posti più o meno sicuri, o comunque promettenti (tipo una supplenza) se non era alle porte di casa. L’opportunità di cambiare non mancava mai.
Il mio primo luogo di lavoro ufficiale, con tutti i relativi crismi, era un incarico temporaneo, poi convertito in ruolo con concorso, in un ospedale di provincia che veniva considerato un porto di mare. Lì c’erano sempre assunzioni e sempre concorsi, perchè tutti quelli che venivano da lontano appena potevano si trovavano un lavoro più vicino a casa. Era sacrosanto, ed era possibile.

Sono da sempre avvezza ai problemi lavorativi. Ma ora mi sembra tutto molto più triste e molto più difficile.
Ora è tutto cambiato, e non solo qui, ma ovunque, nel nostro belpaese, da sud a nord.

Il metro che misura la crisi del settore non è dato da statistiche o articoli di giornali, o da quanto ci raccontano i parolai della televisione. La misura viene dai discorsi che si fanno con amici, parenti e conoscenti. È il primo argomento di conversazione, l’ansia che toglie il riposo e il respiro, quello che ti spinge a parlarne, per cercare comprensione e rassicurazione e magari una risoluzione definitiva.
Ho capito che tutti hanno (abbiamo) un problema legato al lavoro, quel diritto al lavoro su cui dovrebbe fondarsi un’intera Repubblica. Ne ho ascoltati alcuni, quelli che riporto sono tutti drammaticamente veri, situazioni personali o tratte dalla cronaca più recente.

Nelle fila che ingrossano l’esercito di insoddisfatti/preoccupati per il proprio lavoro c’è, prima di tutto, chi un lavoro non ce l’ha.

M. non ha un lavoro sicuro, uno di quelli che ti garantiscono di poter tirare il fiato, di poter pensare a costruire una famiglia e un futuro, di comprare casa, fare figli, mangiare tutti i giorni. E allora?, gli si chiede. L’appello che  allo stato attuale si rivolge ai giovani disoccupati, caro M., dice che bisogna mostrarsi flessibili, accettare le condizioni imposte dal mercato… Non fare il difficile se le condizioni sono capestro, se ti forniscono un impiego provvisorio, poi mesi a casa, poi di nuovo provvisorio, magari a mansioni inferiori e a part time. Pensa al vantaggio di non poter nemmeno ammalarti, che altrimenti perdi il posto, e di andare a lavorare con la febbre alta e magari pure subire angherie al limite del mobbing da parte dei datori di lavoro: o è così o pure, e altrove è uguale. Non è una bellezza?
E poi li chiami bamboccioni, se a 30 anni non si possono permettere l’autonomia che avevano i loro genitori e perfino i nonni. M. non si sente un bamboccione, ma lo costringono a esserlo.

Non che quelli più anziani stiano meglio. Padri di famiglia come P. senza lavoro da un giorno all’altro, a 50 anni sulla strada e nessuno che li vuole perchè “sei troppo bravo e dunque costi troppo, uno giovane costa meno e posso farne ciò che voglio.” Non ti devi arrabbiare caro P. la legge mi consente di scegliere, e io scelgo dove mi conviene.
Se vuoi, puoi suicidarti.
I suicidi fioccano tra chi proprio non ce la fa più. S. aveva creduto che lavorare fosse un diritto garantito dalla Costituzione, ai suoi tempi glielo avevano insegnato a scuola, ma ora, in pratica, nessun articolo gli insegna come mandare avanti la famiglia.
Falliscono anche le imprese come la sua, e le aziende. La moria di lavoro colpisce anche chi il lavoro dovrebbe fornirlo. Non si contano più quanti imprenditori si sono arresi, e vergognosi di se stessi, di non riuscire a pagare i dipendenti e i propri debiti, colpiti da una stanchezza che non ha nome,  ma a ben vedere ha una causa, hanno scelto di finirla per sempre. Come S.

È una strage.

Dice: devi adattarti, inventarti il lavoro, se non lo trovi! Sì, ma come? Se U. non ha i soldi non può imbarcarsi in quell’impresa fantastica, innovativa, giovane come gli si chiede, e se non lavora i soldi non li fa. E se li fa glieli mangia poi lo Stato (ah sì, questo Stato che ti assicura il lavoro!), in tasse su tasse e interessi sui prestiti. I prestiti d’onore, che diventano disonore e pignoramento (ma cosa vuoi pignorare a un nullatenente??) se non riesci a saldarli. Ma è giusto. Lo Stato non può rimetterci. Lo Stato ti dà una mano, e con l’altra ti chiede il conto.

Ci sarà un motivo per cui i negozi in città aprono e chiudono velocemente, come corolle di fiori che di giorno si aprono e la sera si chiudono. Un anno apri il negozio, l’anno dopo svendi tutto e chiudi bottega.
Evviva la flessibilità! Oggi sei titolare di un’attività commerciale, domani, se sei fortunato, pulisci scale condominiali o sei alla catena di montaggio. Se non sei riuscito a fare altro è perché non sei stato abbastanza bravo. E ringrazia il cielo se comunque, in qualche modo, con 8-900 euro riesci a sbarcare il lunario. C’è chi non ha nemmeno quelli.

Poi, sembra impossibile ma è l’altra faccia della stessa medaglia, ci sono quelli che lavorano troppo, come B. Costretti dallo stesso sistema: se ti va bene è così, se no pure, c’è sempre quello che è più “flessibile” di te, quello che vive per la carriera e non gliene importa di mogli o figli, quello che non ha un hobby, o una vita privata, quello che morirà d’inedia quando sarà costretto per legge ad andare in pensione. Ecco, se tu vuoi dedicarti ad un passatempo, a una passione, a uno sport, a qualsiasi altra cosa che non sia lavoro, fallo pure: c’è già pronto chi prenderà letteralmente il tuo posto, perché in due a fare lo stesso lavoro non si può stare.
Ma su, non sapevi, caro B., che il lavoro nobilita l’uomo? A che serve un divertimento, il bisogno di svagare corpo e anima, il sogno di far crescere la propria cultura e i propri bambini? Ti si chiede di lavorare 14 ore al giorno, e non è sempre vero che un lavoro d’ufficio è meno pesante di un lavoro manuale. I carichi che sposti sono mentali, le responsabilità che ti affibbiano sono tali da non farti dormire più di 3 o 4 ore per notte. Quando va bene. Ma sai bene che se non è così, è peggio. Cioè il nulla.

R. lavora le sue ore di pubblico dipendente, ma le avverte come un carico pesantissimo, che non gli si consente di alleggerire. Ironia della sorte, chi vorrebbe un part time se lo vede negato. R. vorrebbe un part time per sopportare un lavoro usurante che con l’avanzare degli anni stenta a svolgere appieno, perchè aumentano gli acciacchi e le responsabilità, perchè la salute e l’attenzione non sono più quelle dei 20 anni. Ma il part time è un lusso, quando non è un imposizione, che non è facile da ottenere, e oggi ancora meno. R. non ha altre esigenze oltre a quella di un estremo bisogno di rallentare, e secondo i criteri di graduatoria per questo motivo non può rientrare nella classifica dei frotunati. Ma chi può valutare se le condizioni psicofisiche di R. sono ancora tali da garantire la sicurezza sua e degli altri? Non il medico preposto, che afferma sprezzante che poiché tutti quelli di una certa età hanno qualche problema, non si fa niente per nessuno. Bella risposta. E ci vuole una laurea per questo.

È vero che si è tutti o quasi presi male. Perché chi ha vissuto sperando in una vita normale ora ha nipoti da accudire e genitori grandi anziani da curare (l’età avanzata non è in automatico sinonimo di vita migliore). Per non parlare poi dei figli “bamboccioni” che non se  ne vogliono (non se ne possono) andare. Sono tanti i problemi di cui un lavoratore mediamente cinquantenne come R., oggi, deve spesso farsi carico. E non è che lavorando a tempo pieno, con la prospettiva di continuare a farlo fino che avrà quasi 70 anni, ce la può fare.
Una volta il cinquantenne era alla fine della sua attività lavorativa, i genitori erano morti e i figli sposati, la vita che percorreva un binario solido. Ora che tutto ricade sulle sue spalle, non gli si dà nemmeno la possibilità, se lo volesse, di respirare. Può solo lavorare come un povero somaro, a testa bassa, dimenticando la fatica e le proprie magagne e ringraziare il cielo che quella Costituzione ti permetta di ammazzarti come ad altri non è concesso.

La famiglia, il cuore della società, è allo sbando. Tanti come R. lavorano per pagare babysitter e badanti, fra mille preoccupazioni, e la sera li vede a pezzi, incapaci di godere di quel bene prezioso ed effimero che è la vita.

Ma la Costituzione, per fortuna, garantisce il lavoro come strumento di dignità sociale ed umana e di fondamento della società.
Peccato che poi anni e anni di battaglie sindacali, di scontri, di morti si rivelano inutili, di fronte ad una inspiegabile retrocessione dei diritti umani. Oggi si può costringere un operaio di una grande fabbrica come T. a scegliere tra i diritti fondamentali che tutelano la sua stessa salute (e di riflesso la produttività, il welfare, la società stessa!), e il lavoro. Guarda, T., i Paesi in via di sviluppo, loro sì che non fanno storie! Nessuno più pensa a quando eravamo noi un Paese in via di sviluppo, non molti anni fa, e che lo sviluppo che poi c’è stato è avvenuto sulla pelle dei nostri nonni e pure dei nostri genitori, che si sono ammazzati per acquisire la dignità che spetta a un essere umano in una società civile.

Qualcuno ricorda cos’è, cos’è stato, lo Statuto dei lavoratori?
No, oggi non se lo ricordano più, i proseliti miliardari dell’economia, quelli che esortano a fare sacrifici in nome della ripresa economica, cioè del consumismo, senza conoscere il significato della parola sacrificio, perché tanto devono farlo gli altri. L’importante è che si produca denaro, in che modo, non importa.
Se l’operaio cinese, poveraccio lui, lavora 15 ore al giorno, senza nemmeno il corrispettivo economico, solo per lo stretto necessario per non morire, perchè non farlo anche nell’occidente del benessere? Cosa importa se vuol dire tornare indietro nel tempo di almeno 100 anni?

I soldi contano, ma che siano tanti e per pochi, mi raccomando.

Tornando a chi ha la fortuna di avere un pubblico impiego, non è che se la goda poi tanto rispetto al privato. Certo, lo stipendio entra tutti i mesi in tasca, per carità, e pure la tredicesima. Peccato che non segua l’andamento del costo della vita. Aumenta tutto, ma non la busta paga, congelata per almeno 3 anni; dicono così, ma come fare a credere che non sia di più e peggio in futuro? La scala mobile non esiste più, per lo Stato la fonte di reddito sicura non viene certo dai ricchi (oh sì, ci sono i ricchi, esistono ed evadono le tasse!) ma è quella dei lavoratori pubblici, schedati come ergastolani, che non solo non possono evadere nemmeno un centesimo, ma si vedono aumentare le imposte e ridurre il potere d’acquisto. Lo Stato, che deve garantire il lavoro, per il perverso meccanismo economico che lo strangola, deve cercare di garantire solo i proprio introiti nel modo più facile.
Del resto chi guadagna i milioni e i miliardi sa come nasconderli, chi guadagna 1000 o 1500 euro no, non sa come fare e paga il proprio tributo di sangue alla patria.

C’è più di qualcosa che non va quando si parla del diritto al lavoro sancito dalla costituzione.  Questi sono i nostri tempi bui.
Meritano una riflessione collettiva, un pit stop e una ripartenza da Ferrari. Con il via, e l’arrivo, a quell’articolo numero 1 ormai dimenticato.

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2 Risposte to “LAVORARE E’ UN DRAMMA”

  1. Pedalopoco Says:

    Ciao Ramona
    letto di corsa e tutto d’un fiato.

    Argomento drammaticamente interessante e importante.

    Lavoro in un ambiente molto legato a questa realtà, come sai, anche
    se non sono direttamente coinvolto sulle tematiche da te illustrate.

    Torno a rileggere e magari ad aggiungere qualche impressione.

    Grazie

    Ciao e buon fine settimana

    Peda

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  2. ramona Says:

    Credo di avere solo sfiorato in minima parte le variegate e spesso drammatiche problematiche legate al mondo del lavoro. Non sono una sociologa nè un’esperta, ma ho riportato alcune esperienze personali e ciò che racconta la cronaca. E’ il lato umano quello che mi interessa maggiormente, quello che le leggi dell’economia non possono considerare nel dettaglio. Peccato, perchè sono i dettagli che fanno l’insieme.
    Mandami le tue opinioni, amico Peda, sai che sono molto interessata.
    Buon week end a te!

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