UN GRAZIE

“Io devo ringraziarla, sa?”

Lo guardo, questo omino piccolo, ricoverato da giorni nel mio reparto. Mi ha chiamata per nome, mi sono voltata. Il mio nome, come quello di tutti i dipendenti pubblici, non è un mistero, abbiamo un cartellino appeso, è nostro dovere essere riconoscibili. Ma sono sicura che non è da lì che ha imparato come mi chiamo, ma dalle colleghe: ci chiamiamo spesso, da un capo all’altro del corridoio, abbiamo sempre bisogno l’una dell’altra, per le mille necessità dei degenti. Quest’uomo mi ha chiamata per nome, quando avrebbe potuto chiamarmi signora, o signorina (le infermiere per i pazienti sono quasi sempre signorine…) o addirittura avrebbe potuto proprio chiamarmi infermiera. Invece ha usato il mio nome di battesimo, e ora vuole ringraziarmi. Di cosa? Glielo domando.

“Devo ringraziarla per avermi messo a mio agio quando sono stato ricoverato… è stato grazie a lei se ho superato quel momento.”
Lo fisso un po’ stupita, cercando di capire cosa vuole dire, e di ricordare cosa ho fatto, per avere fatto scaturire questo bisogno di ringraziamento.

Lo ricordo, il momento del suo arrivo in reparto. Era notte, arrivava barellato, dopo un lungo viaggio con un’ambulanza. Aveva una flebo, l’ossigeno, l’aria spaurita e frastornata. Era in mutande, per la comodità del trasporto, chiaramente a disagio. Il medico di turno lo aveva fatto liberare da tutti gli orpelli. Non aveva bisogno né di flebo né di ossigeno, e poteva camminare con le sue gambe. Lo aveva visitato subito e poi lo avevamo accompagnato al letto assegnatogli.

Un ricovero di notte comporta qualche attenzione in più, rispetto a quelli diurni. Bisogna fare meno rumore possibile, per non disturbare i pazienti che dormono, ma bisogna anche mettere a proprio agio il nuovo arrivato, non lo si può ignorare solo perchè è arrivato fuori dall’orario canonico. Del resto si sa che l’ospedale vive e respira a tutte le ore, che il lavoro e l’assistenza non si fermano mai.
Così, ricordo di aver mostrato all’omino smarrito il suo letto, i servizi, il campanello per le chiamate. Come si fa di giorno. Gli ho chiesto i dati che si raccolgono di routine per conoscere la sua situazione clinica ma anche sociale e familiare, i numeri di telefono, i parenti più prossimi. Ricordo di aver parlato con un tono di voce abbastanza normale, appena più basso, perchè c’era un altro degente che cercava di dormire un giusto e difficile sonno.

Come faccio sempre, ho cercato di sorridere e di chiedere se avesse bisogno di qualcosa in particolare. Ricordo anche di aver percepito in lui una certa problematicità. Piccoli segnali, cose non dette, una certa reticenza nel parlare, mi avevano fatto capire che c’era qualcosa nel suo privato che non era di facile gestione. Non era il momento di indagare. Né di giorno né di notte si può andare oltre il muro della privacy che una persona erige intorno a sé. Ma l’esperienza ormai mi manda un messaggio in codice che resta a livello latente, sottopelle.

Con lui mi ero comportata come con tutti, non ricordo di aver detto cose particolari, di aver fatto qualcosa di diverso.
Eppure ora quest’omino piccolo mi ringrazia, perchè quella notte lo avevo tranquillizzato, lo avevo, evidentemente, accolto come lui aveva bisogno di essere accolto.
E i problemi che avevo “annusato” in lui si sono poi manifestati. Problemi caratteriali rilevanti, somatizzati fino al punto di creare malesseri reali. I primi giorni di astensione totale dal cibo e dall’acqua, una forma di protesta verso il mondo. L’incapacità di esprimere tanto disagio. E ora invece me lo sta spiegando, il motivo per cui era entrato in una sorta di anoressia, quasi a scusarsi di avere dato fastidio o preoccupazione. Non gli ho chiesto niente, me ne sta parlando spontaneamente. Dopo i ringraziamenti, le spiegazioni.

Mentre ascolto mi si conferma l’impressione iniziale, del tutto istintiva, di un carattere difficile, chiuso nonostante l’apparente bonomia e il sorriso sempre pronto. Mi viene in mente di quando questo stato si è manifestato nel suo culmine, con un malessere concreto e, di nuovo, io ero là a soccorrerlo. Per combinazione, ancora presente. Capita, a volte. I turni ruotano, non siamo ventiquattrore al giorno in servizio, ma per qualche sorta di alchimia succede di esserci nei momenti salienti della vita da paziente di una stessa persona. Come se fossimo il suo angelo custode, pronti a toglierlo dai guai nel momento del bisogno.

E io c’ero, infatti, quando l’omino si è accasciato nel corridoio, senza cadere, contratto, appoggiato al muro, lasciando che il cellulare che aveva in mano si sfasciasse per terra (con chi stava parlando?), senza perdere la coscienza di sé e del mondo, ma forse con un gran bisogno di farlo, o quanto meno di urlare, senza riuscirci. C’ero, ho preso al volo una carrozzina, rubandola ad una signora cui al momento non serviva. C’ero, e l’ho accompagnato al suo letto, ancora, continuando a farlo parlare, per capire cosa gli stava succedendo. Un dolore, quel dolore forte, senza alcun riscontro organico, come ha confermato il medico che lo ha visitato. Un dolore forse dell’anima, una contrattura del profondo incapace di esplodere, ma che implodeva dentro, deflagrando. C’ero, di nuovo, a rassicurarlo che non era niente, almeno di fisico, che doveva stare tranquillo e riposare, che tutto sarebbe passato. Certo, ho riflettuto dopo, sarebbe passato l’istante doloroso, ma la condizione sarebbe rimasta. Doveva venire da lui il passaggio, la metamorfosi, l’evoluzione di un aspetto così devastante del proprio carattere ad aspetti più morbidi e meno traumatici per il proprio corpo. Doveva imparare a chiedere aiuto. Ma, per ora, un aiuto lo rifiutava.

I giorni sono passati, si avvicina la dimissione. E ora questo strano omino mi vuole ringraziare, con un mio certo imbarazzo. Ringraziare di cosa, in fondo? Ho fatto il mio lavoro. E se vogliamo resta perfino un po’ incompiuto, dato che il problema di fondo non è risolto.
Ora mi sorride, si scusa del disturbo arrecato, mi ringrazia per quello che ho fatto per lui. Però non sono sicura che alla prima difficoltà le sue reazioni non saranno ancora violentemente somatizzate.

Ma l’omino che mi chiama per nome mi sorride timido e grato, sinceramente riconoscente. Io, schiva più di lui, impacciata, sorrido a mia volta, non so cosa dire, minimizzo, ma in fondo qualcosa si allarga dentro di me: quella meravigliosa, benefica sensazione di essere stata utile a qualcuno.

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2 Risposte to “UN GRAZIE”

  1. Pedalopoco Says:

    Bellissimo,

    grazie Ramona.

    Un abbraccio a presto.

    (ps – qui tutto bene, il lavoro è diventato un po’ pressante e i tempi si sono ridotti tantissimo… a presto)

    Peda

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  2. ramona Says:

    anche io divorata dagli impegni… sigh…
    grazie per esserci sempre! A presto!

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