TERRONI, di Pino Aprile (e l’Unità d’Italia, secondo me)

Voglio dire anche io la mia sui festeggiamenti per l’unità d’Italia. Ricorrono i 150 anni dell’unificazione, non si parla d’altro, se si escludono brutti fatti di cronaca e i raccapriccianti e nauseanti particolari dei vizi privati (si fa per dire) di certi uomini pubblici. Quando alla fine si riesce a parlare dell’importante anniversario mi scopro a cercare, nei miserevoli comportamenti di una classe politica per lo più inetta ed egocentrica, qualcosa che somigli a delle motivazioni vere, a dei sentimenti sinceramente unitari e non frammentaristi. Ma vedo che in generale non esistono, o sono palesemente forzati. Come se l’unità nazionale fosse tutto meno che vera.
Un libro letto tempo fa mi ha fornito delle ipotesi sul perchè in fondo davvero uniti non lo siamo mai stati.

Ho letto Terroni (sottotitolo: “Tutto quello che è stato fatto perchè gli italiani del Sud diventassero meridionali”), di Pino Aprile, giornalista che conoscevo già di fama in quanto in passato scriveva per un noto settimanale per famiglie. Il libro, alla quindicesima ristampa, per copertina ha la significativa immagine di un’Italia meridionale rovesciata, con la Sicilia quasi per cappello. A me ha fatto un po’ impressione a vederla così. Però se ci penso mi pare che il disegno simbolico sia più reale della realtà geografica.

Piccola premessa, forse inutile. Sono terrona, credo che ormai si sappia. Sono nata al Sud, dove ho abitato per 22 anni prima di emigrare al Nord per studiare, lavorare e incominciare una nuova vita, probabilmente definitiva e stanziale.
Nel mio DNA comunque convive una commistione di sangue nordico e sangue meridionale, in uguale percentuale: 50% ciascuno. E proprio la “transumanza” in un luogo di pascolo diverso da quello natio mi ha messo in chiara evidenza un punto cruciale che fino ad allora avevo solo annusato, mai toccato: le differenze a volte abissali fra le popolazioni italiane, per così dire.
Cosa peraltro che ho sempre sostenuto essere un valore aggiunto, anche quando non capivo bene perchè ovunque andassi era considerato invece un problema: mi si considerava infatti appartenente a quel luogo solo per metà, per l’altra metà ero una straniera.

Nel primo periodo dopo la mia “emigrazione” ho affrontato più volte soprattutto il forte pregiudizio del Nord, ci ho proprio sbattuto il naso violentemente e in prima persona. Attualmente, in base alla mia esperienza, è un pregiudizio che si è un po’ smorzato; con l’avvento dei migranti stranieri (a volte veri profughi, anche se si tende a dimenticarlo) i bersagli della diffidenza e della paura della diversità sono cambiati: hanno la pelle di un altro colore. Hanno un sapore medio-orientale, oppure conservano il vento del deserto cucito nei poveri stracci.
Tuttavia non è che per questo i giudizi e i pregiudizi nei confronti del Sud d’Italia siano stati abbandonati del tutto, tanto è vero che si fanno film (comici, ma veritieri) e si scrivono ancora saggi sulla cosiddetta questione meridionale. Mentre ci si appresta a festeggiare l’unità di un Paese che unito non lo è stato mai.

Mi sono sempre chiesta perchè ci fosse questa pesante considerazione del meridione e dei meridionali: tutti cattivi, sporchi, portano via il lavoro ai locali, sono maleducati, cafoni, rumorosi… ho sentito dal vivo questi aggettivi, mi hanno ferito non poco, negli anni passati. Perchè questo disprezzo?
La risposta mi era sotto gli occhi, e non potevo sempre negarla: quello che si diceva era la verità, o una parte della verità, anche se hai voglia a dire che non si può generalizzare, e che io soprattutto non mi ci riconoscevo in quei ritratti (colpa della mia metà nordica??)! E allora la domanda seguente era inevitabile: perchè molti dei meridionali erano davvero come li si dipingeva?
A questo era già più difficile rispondere.
Lo ha fatto per me, o ci ha provato, Pino Aprile, con il suo libro.
È stato un sollievo scoprire che non sono stata la sola a farsi tante domande. Lui, che le aveva uguali, ha cercato le risposte e ha enunciato le sue conclusioni con questo testo, un po’ saggio, un po’ storia, tanta partecipazione appassionata e ben documentata. Un libro molto attuale, di questi tempi… “unitari”, dove l’unità non sembra essere particolarmente sentita.

Aprile parte da lontano ma in fondo resta, appunto, nel pieno dell’attualità. Parte infatti dall’unificazione d’Italia.
Nel 1861, sostiene l’autore, a muoversi per unificare il Paese, allora soprattutto diviso in un regno del Nord, sotto i Savoia, e un regno del Sud, sotto i Borbone, non furono solo i grandi ideali di politici e pensatori che aspiravano a un’unica, grande patria. Ma furono determinanti anche i motivi economici. Il Nord era indebitato, i Savoia erano stati poco oculati nell’amministrazione e spendaccioni e le loro casse piangevano. Mentre al Sud, sorpresa!, Ferdinando di Borbone aveva impostato il suo regno con un modello socio economico efficace e produttivo, a cui tutti avrebbero dovuto ispirarsi.
Ma come?! Possibile? Perfino chi come me ha vissuto al Sud ha sempre sentito dire che il regno dei Borbone non era il massimo dell’efficienza o della presenza. A conferma ho addirittura memoria di allegri stornelli dialettali che cantavo quando ero piccola:

Inne rre Ferdinandu all’arcu te Pratu
lu sindacu tisse presciatu:
“Maestà, quistu è l’arcu”
e iddhu te bottu respuse “che me ne fotto!”

Traduz.: Venne re Ferdinando all’Arco di Prato (grazioso arco nel centro storico di Lecce, uno dei simboli del cuore della città, ndr),
il sindaco disse contento
“Maestà questo è l’Arco”
e lui di botto rispose “Che me ne fotto”

Bonariamente, e in musica, si prende in giro il Re in visita a Lecce, che sembrava non scomporsi per le bellezze della città, alcune delle quali a lui dedicate e che esistono ancora, come per esempio l’obelisco di Porta Napoli. Insomma, non era il massimo della disponibilità o della cordialità… ma lui era il Re!
Leggendo il libro di Aprile tuttavia su quel Re si scopre l’impensabile: c’erano state da parte sua concessioni sociali, tasse eque che tutti potevano pagare, lavoro e scuole per tutti. Il bilancio era attivo e la gente era contenta. La pacifica gente del Regno delle due Sicilie stava bene com’era; se glielo avessero chiesto, di cambiare, non se lo sarebbero mai sognato.
Ma qualcun altro aveva deciso: come sempre quando si parla di popoli interi, le decisioni vengono prese da pochi. L’Italia si aveva da fare.

Io non sapevo che i piemontesi fecero al sud quello che i nazisti fecero a Marzabotto. Ma tante volte, per anni. […]. Non volevo credere che i primi campi di concentramento in Europa li istituirono gli italiani del nord, per tormentare e farvi morire gli italiani del sud, a migliaia, forse a decine di migliaia (non si sa, perché li squagliavano nella calce), come nell’unione sovietica di Stalin. […] E mai avrei immaginato che i Mille fossero quasi tutti avanzi di galera”.

Esordisce così Aprile, nell’incredibile introduzione. Un elenco di non sapevo, non immaginavo, credevo, che sono e saranno comuni a tutti coloro che hanno letto e leggeranno questo testo, perché tutti abbiamo imparato la storia in un certo modo a scuola. Ed è scioccante constatare che nel corso dei secoli ci sono state cose taciute, nascoste o peggio ancora negate. E non cose da poco: si parla di crudeltà gratuite, violenze, stupri, saccheggi, stragi che sfiorano il genocidio, sfruttamenti che hanno accompagnato l’unificazione d’Italia; barbarie, i cui particolari documentati sono riportati nel libro, commesse dai fratelli del Nord nei confronti dei fratelli del Sud.
Fratelli per modo di dire, a questo punto. Quella che si è svolta a quel tempo è stata né più né meno che una guerra d’annessione. E come tutte le guerre è costata sangue, razzie, furti, distruzione gratuita.
E sfruttamento.

Il Sud, annesso con la forza, depredato di ogni cosa, era considerato una colonia da sfruttare. Le ricchezze in oro e opere d’arte, che non mancavano, sono servite a pagare i debiti del Nord, ad avviare riforme, creare infrastrutture, fare bonifiche e rilanciare l’economia. Al Nord, tutto al Nord. Al Sud niente, non serviva, quanto già c’era di buono, come un fiorente commercio navale con tutta Europa, come centri siderurgici di eccellenza, come una fiorente attività agricola commercializzata verso l’Europa, tutto è stato ignorato e distrutto. I meridionali, dice Aprile, erano già “rozzi, brutti e cattivi”, e tali si voleva lasciarli. Magari anche fare di peggio.
L’opera di Garibaldi, dice sempre l’autore, fra le altre cose “[…] demolisce un’economia promettente e ne mina la rinascita, con meccanismi di preclusione che funzionano ancora dopo centocinquant’anni: distrugge l’attitudine a considerarsi parte dello stato (non ci si può fidare: il vecchio non ha saputo difenderci; il nuovo ci discrimina); genera e alimenta, nei meridionali,una condizione di accettata minorità, rispetto al Nord; incrementa nei settentrionali, sino al razzismo, l’idea che il loro vantaggio si spieghi con l’insufficienza dei terroni.”
Una specie di lavaggio del cervello perpetuata nel tempo.

Nessuna politica di incentivazione economica fu fatta al Sud per decenni, ma furono istituite tasse più alte che altrove. Il Sud non conosceva l’emigrazione, prima dell’unità, mentre al Nord si viveva di stenti e i poveri facevano la fame e cercavano fortuna all’estero. Ma dopo molti anni di sfruttamento, anche i meridionali dovettero cominciare ad emigrare. E non hanno più smesso… sono andati a cercare quel lavoro, quella casa, quella vita dignitosa che hanno forzatamente contribuito a creare, in Italia sì, ma lontano dalla propria terra.

Ma se ancora tutto questo non aiuta a capire perchè i meridionali sono considerati così male dai settentrionali, non posso che rimandare al capitolo del libro intitolato “Educazione alla minorità”. In qualche modo una seconda illuminazione, per me. Non vorrei togliere tutto il piacere della scoperta, a chi vorrà scoprire il perchè di questa minorità meridionale e la teoria dell’”impotenza appresa”… ma sì, questa la riporto: “Cos’è l’impotenza appresa? L’esperienza dei perdenti. Quando sei in una situazione di difficoltà e cerchi in tutti i modi di uscirne e ogni tentativo si rivela inutile, accetti la condizione, il ruolo di sconfitto, perchè ti convinci che non esiste un sistema che ti consenta di prevalere. Apprendi di essere impotente a mutare le circostanze per te negative. […]”.

Le teorie esposte da Aprile, da lui discusse con studiosi di alto livello e che comprendono anche inevitabili riferimenti ad argomenti dolorosi come la Cassa per il mezzogiorno o l’autostrada Salerno-Reggio Calabria, e che io mi sono limitata qui a tentare di riassumere, perdendo senz’altro il meglio dei concetti, mi sono apparse molto convincenti. Lo ripeto: io sono per metà sangue del Nord e per metà sangue del Sud, metà della mia vita l’ho vissuta al sud e metà al nord. So bene di cosa si parla, sono sensazioni vissute sulla pelle, e per la prima volta le ho viste spiegate da chi ha vissuto la mia stessa esperienza.

E cosa c’entra tutto questo con l’Unità d’Italia?
Centra, perchè si sta per festeggiare un evento che è costato, appena ieri l’altro in fondo, migliaia di morti; che anche se era stato voluto da pochi e anche se la motivazione principale era lo sfruttamento economico e l’annullamento di un popolo pacifico, l’ideale originario che ne fu motore, quello dell’affratellamento, di un’unica bandiera, di un unico stato, di un’unica lingua, è oggi ancora valido. Soprattutto per il rispetto di quei morti.
Centra perchè dopo tanta fatica nell’unificare oggi si parla di separare. C’è chi non si sente “italiano”, ma legato ad un’altra nazione per storia e vicinanza. C’è chi vorrebbe che l’Italia si fermasse più o meno al centro, dimenticando e lasciando affondare quello che c’è sotto. C’è chi vorrebbe usare il sistema dei due pesi e delle due misure, ignorando, più o meno volutamente, che se oggi c’è più benessere economico al nord, è perchè un secolo e mezzo fa, quando la situazione era rovesciata, sono state le risorse del Sud a spingere il motore settentrionale, senza avere niente di niente, in cambio.

Ma tutto questo è stato il passato, un passato che è diventato comune a prezzo di sangue. Io, da meridionale trapiantata al nord, che si sente italiana “multietnica” vorrei invitare tutti a festeggiare l’unità nazionale. Perchè ci è costata cara. Perchè se qualcuno l’ha voluta, ora ce l’abbiamo. Perchè è assurdo fare nuove lotte di separazione. Perchè le differenze fra meridionali e settentrionali ci sono, ma sono spiegabili e soprattutto superabili. Perchè, di fronte alla Storia, siamo nati tutti insieme, e siamo davvero tutti figli di una stessa madre, che se pure a volte è matrigna, crediamoci: più bella, più colta, più libera, al mondo, non c’è.

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