TORINO, FIERA DEL LIBRO IN CARBONERIA

E anche quest’anno c’è stata Torino! Sono trascorse già due settimane, a dire il vero, ma il mio tempo è quello che è, e prima non sono riuscita a completare il resoconto. Racconto ora, con colpevole ritardo, la cronaca di una bellissima trasferta con amici cari.
Ogni tanto capita di avere la fortuna, o almeno la possibilità di fare qualcosa di diverso. E se questo qualcosa di diverso è pure bello, non si può chiedere di più.
Così, senza troppi intoppi né troppa programmazione, anche stavolta ho potuto andare nella bella Torino. Non per rivedere la città, che pure mi sarebbe piaciuto molto, ma per visitare la nuova edizione della Fiera del Libro. Nel mio piccolo, anche come autrice. Ma va’… ma sì. Ho detto nel mio piccolo, piccolissimo.
Che poi bisogna vedere quanto è piccolo.
Tutto merito della mitica Carboneria Letteraria, il collettivo di scrittori folli che mi comprende, bontà loro, e che quest’anno si è guadagnata la possibilità di fare due presentazioni al Lingotto. Chiamalo poco.

Partiamo dall’inizio. Cioè dalla partenza, col treno, venerdì mattina. Non posso mancare, è un’occasione unica per ritrovare gli amici carbonari e passare un po’ di tempo insieme. Di solito, quando posso, mi reco io da loro. Il cuore carbonaro infatti è marchigiano, ed è in quella bella terra che si concentrano gli eventi letterari legati alla nostra associazione non troppo segreta. Io, con il mio scarso tempo libero, ogni tanto ci vado, soprattutto a rinsaldare l’amicizia e a partecipare ai ritrovi conviviali, che sono sempre meritevoli, allegri, occasioni da non perdere. E purtroppo ne perdo tante, invece, per colpa della lontananza… perciò bisogna prendere le occasioni quando vengono. Che siano ad Ancona, Milano, Roma o, appunto Torino.
Prendo il treno dunque, e arrivo a Torino. Normalmente avrei un po’ di ansia a fare un viaggio che conosco poco da sola, invece sono tranquilla: l’ho fatto lo scorso anno, ora posso andare ad occhi chiusi.

Armata di cartina rubata a Google Maps procedo sicura verso l’albergo, che miracolosamente ha riservato una stanza anche a me, nonostante l’abbia cercata in un secondo tempo rispetto a quasi tutti gli altri carbonari. Loro arriveranno più tardi, in blocco.
Mi gusto il senso di universalità dell’antica signora che è stata la prima capitale d’Italia. Una settimana prima c’è stata la festa degli alpini, come a dire che qui lo spirito patriottico si sente molto. La signora accoglie tutti, con cortesia e attenzione. Il colore della pelle delle persone qui non è unico, è più colorato che mai. Le razze sono tante, ma in fondo l’umanità è sempre la stessa, ed è come se la città lo sapesse.
Prendo possesso della mia bella cameretta, mi fiondo sotto una meravigliosa doccia e aspetto gli amici.

Mentre mi metto in libertà, che dopo il viaggio e l’aria un po’ afosa di una primavera metropolitana e forse non esente da polveri sottili ne sento il bisogno, scopro che il balconcino della camera è comunicante… con un’altra camera! Oh, accidenti! Mi affretto a richiudere il balcone. Non so chi ci sia nella stanza accanto, ma ho letto troppi libri gialli e visto troppi film per non chiudere subito tutto… non si sa mai.

E poi arrivano gli altri fratelli carbonari! Baci e abbracci, non ci vediamo da tanto tempo. Un’allegra confusione, e non sono più sola.
Andiamo subito a cena, anzi siamo già in ritardo.
Un’antica osteria, piatti tipici, buon bere. In fondo, che ci vuole? Tutto il mondo è paese, e se c’è armonia e amicizia si può stare bene ovunque.

Subito dopo cena, una lunga passeggiata. Ma proprio lunga. Probabilmente della cena ingurgitata con fame da terzo mondo non mi è rimasta nemmeno una caloria in corpo.
È tardissimo, ma in città la vita pulsa. C’è gente a piedi, c’è movimento di luci blu, ci sono taxi e autobus. Forse qui non si dorme mai?… Se fossi sola ammetto che non oserei andare in giro nelle ore piccole di una città sconosciuta. Ma sono scortata e amo come non mai questo momento di libertà.
Fuori dai soliti schemi! A casa starei dormendo già da ore, in montagna la vita segue altri binari e altri orari. Ma qui io non sono proprio io. E anche se i piedi protestano, sto benissimo.

Il giorno dopo, sabato, sveglia relativamente presto. Ci aspetta il Salone del libro.
Al solito, radunare tutti è un po’ un’impresa, perciò alla fine ci si muove in gruppetti. Prendiamo la metro, c’è un nuovo tratto che arriva giusto al Lingotto. È bella! I vagoni si muovono da soli, non hanno l’autista, e le stazioni sono ben illuminate. Anche qui molta gente, ma non tanto come ci si aspetta. Alcuni cartelli avvisano che in queste giornate di eventi straordinari si potrebbero verificare ritardi, ma a quest’ora del mattino tutto scorre liscio.
E siamo al Lingotto, in un soffio di vento.
La metro è una gran bella invenzione.

L’immenso parallelepipedo si staglia davanti a noi. Una volta era una fabbrica, anzi, LA FABBRICA per eccellenza, il simbolo di Torino insieme alla Mole Antonelliana. È un monumento che ha fatto la storia della città, ma anche dell’intero Paese, e che ricorda anni difficili di immigrazione e integrazione, anni di fortune economiche, anni di contestazione e anni di scioperi operai. Per fortuna si è potuto utilizzarlo anche quando non è più stato una fabbrica. Uccidere questo luogo sarebbe significato annullare decenni di storia italiana.
Ora è utilizzato anche per eventi come questo, la Fiera Internazionale del Libro, una grande, mastodontica festa di parole e immagini, dove tutti, ma proprio tutti i cultori, chiamiamoli così, della carta stampata (e non solo) si ritrovano.

La fila all’ingresso, poco prima delle 10 di mattina, è impressionante. Ma noi abbiamo un appuntamento, non possiamo perdere tempo! Per fortuna i carbonari sono geniali… La sera prima uno di noi ha fatto le prenotazioni online, l’albergo ha gentilmente messo a disposizione la stampante per i biglietti et voilà… i comuni mortali fanno la fila, noi procediamo spediti.
Un po’ di ansia ci coglie al momento di esibire la stampa del biglietto (andrà bene, ci saranno inconvenienti?) e in effetti uno di noi ha qualche piccolo problemino con il lettore del codice a barre… ma la facciamo franca e siamo dentro, nel mare magnum, anzi, nella folla oceanica che già invade gli spazi.
Persone di ogni età, di ogni condizione, tanti, tantissimi disabili, e poi giovani e bambini. Persone comuni e persone importanti. Dietro di noi si avvia, sembra seguirci, la scrittrice Dacia Maraini. Se non me la segnalavano, non l’avrei riconosciuta: una distinta signora in età, molto curata, dall’aria sbrigativa, ma di certo senza il marchio della scrittrice in fronte… Penso che in fondo uno scrittore non ha nulla che lo faccia distinguere nella folla, a meno che non sia un volto già famoso, ma anche così rischia di non essere notato. Uno che scrive libri non indossa una divisa, ecco.

Ma è subito caos. Ed è subito tempo di recarsi nell’ala dedicata alle regioni, e in particolare nello stand marchigiano, che ospita ben due presentazioni carbonare. La prima è subito in corso. Pelagio d’Afro, componente multiplo della carboneria, presenta un must, I ciccioni esplosivi.

Non c’è molta gente ed è un peccato, perchè le presentazioni carbonare sono sempre divertenti, e a partecipare si passa qualche minuto in compagnia di argomenti interessanti detti in allegria.
Nello spazio riservatoci c’è molta confusione. Le regioni si danno tutte da fare con una quantità di eventi, le voci si accavallano, la gente passa.
Poi siamo liberi anche noi di muoverci, la prossima presentazione è al pomeriggio. E comincia l’esplorazione dell’immenso salone.

Qualcosa è cambiato rispetto allo scorso anno. Mi sembra tutto più grande! Scopro che ci si può perdere, affogando in un mare di carta stampata.
Una delle prime cose che mi colpisce, proprio nello stand delle Marche, è la fabbricazione della carta. Da Fabriano, infatti, sede di un’importantissima produzione cartaria, mi illustrano l’antica procedura: la cellulosa, con l’acqua, e poi lo stampo, il torchio, l’asciugatura ed ecco, come per magia, un bellissimo foglio di carta filigranata che invita a posarvi sopra una penna.

Poco più in là i caratteri mobili, come si stampava una volta, ecco, le pagine del futurismo composte con estro d’artista.
Quante cose sono legate ai libri.
Anche l’anniversario dello stato unitario, è un’occasione per un viaggio nei libri. Un libro per ognuno dei 150 anni dell’Italia unita, un percorso nella storia che non mi è possibile però approfondire. Sono tante le cose da vedere.

Camminiamo fra gli stand degli editori. Copertine colorate, pagine e pagine, miliardi di parole.
Mi colpisce un cartello con una frase: Il libro è l’unico oggetto inanimato che possa avere sogni.
Quanto è vero. Lo ha detto Ennio Flaiano, prendo nota.

Mangiamo qualcosa al volo e riprende il pellegrinaggio. Vedo passare Susanna Tamaro, in una giacca blu elettrico. A proposito di divisa, penso, questa non sarebbe male, se non altro si nota.
Mi segnalano Mauro Corona, e altri, ma non sono riuscita a vederli, troppa confusione, troppo anonimi, a volte, anche i loro volti. Bè, a dire il vero di solito Corona lo si nota: chissà com’era vestito oggi, se aveva la bandana o il mitico gilet a pelle.

La seconda presentazione carbonara riguarda un progetto che ci ha visto coinvolto in parte, ma che abbiamo in pratica acquisito,pur sottolineando la partecipazione di altri amici. Si presenta Onda d’abisso, la raccolta di racconti noir a tema marino, e la neonata, e forse già defunta, collaborazione con la casa editrice Orecchio di van Gogh. Misteri dell’editoria, di un mondo perennemente in crisi, di menti idealiste e in alcuni casi poco pratiche.
Mah. Sarà quel che sarà.
La presentazione si svolge bene, nella solita allegria.
Poi siamo di nuovo liberi e riprendiamo il vagabondaggio.

Ritroviamo perfino la nostra piccola, prima produzione collettiva, il minuscolo libretto dal titolo Primo incontro! È incredibile, dopo quasi 4 anni dall’uscita, quando la vita media di un libro che non sia un best seller è di poche settimane, il nostro primo figlio è ancora lì, in bella mostra. E sembra che continui a vendere! È una specie di miracolo, e ci commuoviamo nel nostro intimo.

Passa un’altra scrittrice, Michela Murgia, che riconoscerò solo quando la vedrò in televisione, nei giorni seguenti… Sempre a proposito dell’anonimato degli scrittori.

Facciamo una capatina in un’ala riservata alla musica, e un’altra nello spazio dei piccoli editori, dai grandi siamo già passati, attraversando una ressa spaventosa. Ritorniamo allo stand che ci ospita, perchè sta per arrivare un ospite illustre. L’attore Neri Marcorè parteciperà alla presentazione del libro di un giovane autore già avviato sulla strada del successo.
Cavoli, quant’è affascinante! Arriva circondato da pubblico e giornalisti, altissimo, spettinato, con la barba incolta, ma armato del suo sorriso dolcissimo. Mi godo da pochissimi passi il suo intervento, è piacevole guardarlo e anche starlo a sentire. E al termine della presentazione faccio qualcosa che non è da me, proprio no, ma non resisto e lo devo fare: mi piazzo davanti a lui, che miracolosamente mi vede e non mi evita, non mi dribbla, non mi calpesta e gli chiedo un bacio, spudoratamente, dato che non ho niente su cui farmi apporre un autografo. E lui mi bacia, in effetti, due baci sulle guance. Poi, forse pentito, sparisce, atteso da altri eventi, altri fan, altri spettacoli.
Però!…Non avrei pensato di avere una simile faccia tosta, ma ne valeva la pena…

Stanchi, morti, sfatti dal caldo e dalla gente, torniamo in albergo, una rinfrescata veloce e via, una nuova chilometrica passeggiata per recarci a mangiare in un altro ristorante molto carino.
Le portate sono quasi le stesse della sera prima, ma ci vanno più che bene: è tutto molto buono!
La festa è la solita, l’allegria pure: si mangia e si beve. Un mal di testa incipiente, la stanchezza, l’emozione, tutto svanisce a sentire un gruppo di russi al tavolo vicino intonare i loro canti tipici. Eccola, l’universalità metropolitana.

Tutto è bello, e tutto finisce.
Il giorno dopo si riparte.
Riprendo il treno, che dall’ovest dell’Italia mi riporta all’est. Sono stanca, e ho molti pensieri. Ma non importa, mi sono divertita.
Mentre il treno parte, penso che comunque, alla Fiera del libro, presa da una specie di sindrome di Stendhal, non ho comprato un solo libro.
Lo trovo buffo.

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2 Risposte to “TORINO, FIERA DEL LIBRO IN CARBONERIA”

  1. Pedalo Says:

    🙂 non è che non passo…. è che a casa è saltato telefono, internet e tutto quanto… per una firma sbagliata su un modulo di una nota compagnia telefonica…. riuscire a riavere il telefono nel 2011 sembra impresa impossibile….

    Ma riusciremo a sopravvivere pure a questo…. ahahahah

    Bellissimo, come sempre, il tuo racconto.

    Un abbraccio

    Peda

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  2. ramona Says:

    eri finito in moderazione…
    avevo notato l’assenza della tua tribù su fb, mi chiedevo cosa era successo… Dai, speriamo che si risolva tutto presto, questa cosa è assurda!

    Un bacione!!
    e grazie, come sempre….

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