IO E LA RADIO

Avevo più o meno 10 anni, un po’ di più o un po’ di meno. Pochi svaghi, oltre alla lettura: leggevo sempre gli stessi libri che trovavo per casa, le possibilità erano quelle che erano negli anni dell’austerity. Non amavo moltissimo giocare in compagnia, a meno che non si trattasse di giochi da tavolo o anche di carte, ma con i fratelli finiva spesso in guerra, e dunque era un’opzione da scegliere con riserva. E poi, nei caldi pomeriggi estivi non trovavo nessuno che volesse veramente giocare con me. La canicola estiva imponeva la chiusura delle palpebre nelle ore pomeridiane. Tutti riposavano, tranne me, che non potevo dormire perchè mi sembrava di perdere tempo.
È stato così che ho scoperto la radio.

Era la RAI, ovviamente, non c’era ancora molto altro che si potesse lecitamente ascoltare.
Divenne una piacevolissima abitudine ascoltare un certo programma di musica folk, lo adoravo. Mi piaceva perfino il giornale radio che lo precedeva, e poi c’era pure Arbore con Alto gradimento e i suoi strampalati ospiti che stentavo, nonostante il titolo del programma, a gradire, ma le cui battute erano entrate nel gergo di chiunque, e dunque non potevo perderlo.
Il venerdì c’era l’Hit Parade di Luttazzi, e il sabato la Corrida di Corrado. Imperdibili, due miti già allora.
La radio riempiva le mie ore di mini adolescente attraverso un auricolare, per non disturbare il sonno del mondo.

Avevo 17 anni, suppergiù, di certo andavo ancora a scuola. Le radio pirata, poi diventate libere, poi private, erano nel pieno della gloria, e spuntavano come funghi occupando ogni frequenza.
I nomi dei conduttori di quelle locali erano familiari come quelli di vecchi amici. Tutte le voci erano incredibilmente calde, o, come si diceva, molto “radiogeniche”, prive di inflessioni dialettali. Era un piacere ascoltarle ridere, commentare la musica, perfino mandare la pubblicità o fare annunci commerciali. Il Dj era una persona importante, un ruolo ambito per sentirsi protagonisti.
Il complesso musicale dei miei sogni fece di un Dj malinconico il protagonista di una canzone che mi faceva sempre piangere: il titolo era In diretta nel vento, e dice già tutto. Nonostante sia ormai un po’ anacronistica, a me vengono ancora i brividi: immagino quel povero ragazzo tutto solo in radio, di notte che riceve la telefonata del suo amore e le dedica una canzone… Lui mette un disco sul piatto che gira mentre parla con lei… Eddai, che romanticismo!
I programmi di dediche e richieste andavano alla grande.
Io ero, o mi sentivo, molto sola. La radio mi faceva compagnia. Un giorno ho raccolto il coraggio, e vinta la timidezza ho composto il numero di telefono che veniva ripetuto tante volte, incoraggiando a chiamare per fare la propria dedica. Non ricordo cosa ho richiesto, probabilmente ancora una canzone dei Pooh: erano loro la mia colonna sonora in quegli anni, il mio mito, gli unici per i quali avrei fatto (e ho fatto) qualche pazzia. Mi hanno chiesto a chi volessi dedicarla, ho esitato solo un attimo e ho risposto: la dedico a me. In fondo, nessun altro lo avrebbe fatto, non c’era nessuno al mondo che volesse dedicarmi una canzone. Che strana, ma confortante sensazione, sentire pronunciare il mio nome alla radio, sentirsi definire “simpaticissima”… Ho perfino pianto, un po’ per questo improvviso calore, un po’ per la solitudine che mi gravava addosso, e poi… Poi ho richiamato subito per dedicarmi un’altra canzone. Ma la magia non si ripetè. E io non chiamai più.

Avevo appena superato i 20 anni e vivevo il periodo più grigio: difficoltà esistenziali e parentali, indecisione e ribellione, sottomissione e furore. La radio era un po’ meno presente, non c’era posto per lei nelle mie ore inquiete. Tuttavia ogni tanto accendevo e ascoltavo voci estranee, cercavo di colorare con la musica il mio tempo. I comunicati commerciali ormai dilagavano un po’ troppo, mi disturbavano e le voci dei conduttori non mi sembravano più così accattivanti.
Una mattina faccio caso ad un appello accorato. Una di quelle voci senza volto aveva urgente bisogno di sangue a causa di una brutta malattia. Ne rimasi coinvolta e sconvolta: mi sembrava che alla radio chiamassero me, che ci fosse bisogno di me. Non sapevo come fare, non sapevo se il mio gruppo sanguigno potesse andare bene, magari anche come scambio per quello compatibile. Sapevo solo che l’appello richiedeva una risposta. Sono volata fuori di casa, ho inforcato la bici e ho raggiunto qualcuno che stava peggio di me. Non ricordo dove fosse, a casa, o alla radio, o in ospedale. Ricordo solo che in un attimo ho raggiunto quell’indirizzo, sperando che non fosse tardi. Ricordo il viso di un ragazzo pallido come il latte, grigio come il male che lo divorava. Ricordo il suo sfinimento, la rabbia, un sorriso appena accennato e uno stanco gesto di ringraziamento.
Non c’è stato bisogno del mio sangue, volevano quello compatibile.
Non ho mai saputo com’è andata a finire. Avevo un po’ paura di accendere la radio.

Ora ho un po’ di anni in più. E dopo il telefonino, la chat, il social network e la rete in generale, dopo aver perso ogni affezione per la televisione, ho riscoperto la voce amica della radio. Una voce di cultura, che informa in modo comprensibile, che espone opinioni diverse e interessanti, che illustra tutto un mondo, quello della letteratura, anche a chi non ne è esperto, che appassiona e coinvolge in giochi che niente hanno di stupido. Il contenitore che da qualche tempo ho scoperto si chiama Fahrenheit, e lo si ascolta tutti i pomeriggi su radio 3. Non sempre posso farlo, naturalmente, ma qualche volta, mentre sbrigo qualche altra faccenda, infilo gli auricolari, come quando avevo 10 anni, e ascolto le voci. Sono sempre voci amiche, talvolta anche conosciute: con emozione ho sentito alcuni miei amici parlare con passione dei loro libri, e poi le interviste a qualcuno dei miei scrittori preferiti, e opinioni di esperti su molti problemi di oggi e di ieri e chissà, anche di domani. Un pomeriggio così equivale a un’avventura con gli amici.
E quando ho avuto bisogno di aiuto per un amico, è agli amici che mi sono rivolta. È così che funziona l’amicizia.
Un libro che non si trova, un regalo richiesto e che, inconsapevolmente, avevo dimenticato di cercare. Una ricerca affannosa mi dice che il libro in questione è fuori catalogo da molto tempo. Ma se c’è un luogo che trova l’impossibile in fatto di libri, è Fahreneith.
Senza nemmeno pensarci invio la richiesta. C’è un’apposita rubrica che si chiama Caccia al libro che fa per me. Tutti possono richiedere un qualsiasi libro fuori catalogo, introvabile per definizione: saranno altri ascoltatori che, se ne sono in possesso, possono decidere di regalarglielo. È una catena di solidarietà fra appassionati, fra persone che conoscono il valore anche affettivo di un libro. E proprio per questo le donazioni sono gesti di una generosità che ha dell’inverosimile, perchè privarsi di un libro, per chi li ama, per regalarlo ad uno sconosciuto, non è facile.
La macchina si mette in moto anche per me. La redazione mi contatta nel giro di qualche nanosecondo, lasciandomi esterrefatta, ma riesco a concordare un giorno per la messa in onda, in diretta, della mia richiesta.
E così, dopo tutti questi anni, sono di nuovo alla radio. Cioè, non fisicamente, ma, oggi come allora, via telefono. Vado in diretta, la redazione è stupenda, la precisione è svizzera e il conduttore è fantastico, mi mette a mio agio; non penso nemmeno che milioni di persone mi stanno ascoltando… Ascoltano la mia richiesta, che non è una canzone, come quando ero adolescente, ma… un libro di canzoni da regalare ad un amico.
Pochi minuti, non faccio nemmeno in tempo ad emozionarmi. La mia voce in diretta nel vento, come dicevano i Pooh. Il pensiero mi strappa un sorriso nostalgico.
Se pensavo finisse lì, mi sbagliavo di grosso. Solo il tempo di un week end, e la voce amica della radio mi raggiunge per la seconda volta La redazione mi chiama per dirmi che il libro è stato già trovato, una signora si è offerta di regalarmelo. Non ci credo. Ma non era introvabile?
Il contatto deve avvenire un’altra volta in diretta, in trasmissione, perciò concordiamo un altro appuntamento, per lo stesso pomeriggio. E di nuovo sono in onda! Di nuovo l’efficienza di grandi professionisti fa avvenire tutto come per magia. Mi ritrovo a parlare con il conduttore ma anche con la gentile signora che mi regala il libro, e il tutto arriva nelle orecchie delle tantissime persone in ascolto in quel momento. Chiacchieriamo amabilmente, come se fossimo in un salotto e io confesso, ma solo a me stessa, che non vorrei nemmeno chiudere la comunicazione, mi sento benissimo!

Trovo che si sia verificato una specie di miracolo, e che la generosità di tante persone lo ha permesso. Ritrovo una conferma, l’unicità della radio come mezzo libero di diffusione culturale, al di là di schieramenti politici e risse più o meno organizzate, al di là di ogni volgarità.
La radio torna mia amica, lo è sempre stata, l’avevo solo dimenticato. Mi è stata accanto in ogni fase della vita, e credo che ci resterà per sempre, anche se il mio tempo per gli ascolti è così limitato.
E come ogni volta che penso alla radio, mi torna in mente una canzone, che forse è solo una canzonetta, ma contiene una grande verità:

Quando sono solo in casa e solo devo restare
per finire un lavoro o perché ho il raffreddore
c’è qualcosa di molto facile che io posso fare
accendere la radio e mettermi ad ascoltare

Amo la radio perché arriva dalla gente
entra nelle case e ci parla direttamente
se una radio è libera ma libera veramente
piace anche di più perché libera la mente

Con la radio si può scrivere leggere o cucinare
non c’è da stare immobili seduti a guardare
forse è proprio quello che me la fa preferire
è che con la radio non si smette di pensare

Amo la radio perché arriva dalla gente
entra nelle case e ci parla direttamente
se una radio è libera ma libera veramente
piace anche di più perché libera la mente

E. Finardi

La radio libera la mente, è questa la grande verità. Per fortuna qualcosa di buono riusciamo a conservarlo, in quest’era di consumo e di orrori mediatici.

Un grazie ancora di cuore alla redazione di Fahrenheith e alla signora che a breve mi farà avere il suo regalo, affinché io possa, a mia volta, regalarlo, in una stupenda e libera girandola di parole di carta e di musica.

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2 Risposte to “IO E LA RADIO”

  1. Pedalopoco Says:

    🙂 io ascolto tantissimo la radio, amo la canzone di finardi che ascolto spesso, che bello che tu sia riuscita a trovare il libro che cercavi…

    la linea a casa è ancora ko… ma forse riusciamo a risolvere con altro gestore…. che casen…

    a casa tutto bene… spero altrettanto

    un abbraccio

    peda

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  2. ramona Says:

    Ciao Peda. Qui tutto bene, dato che ho cominciato le ferie….
    Mannaggia, ‘sta cosa delle linea fa davvero imbestialire, immagino. Speriamo in bene.
    Un bacione

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