NOI, BAMBINI DI IERI E FACEBOOK

Non è uno scherzo, e non può essere una presa in giro, per il solo fatto che se lo fosse non avrebbe alcun senso. Provo un misto di stupore, incredulità e un tantino di commozione: davanti a me, sul monitor del computer aperto su facebook, un messaggio, accanto a una foto e un nome che non possono essere inventati. Io li conosco.

“Ciao, sei tu la mia compagna delle elementari?”.

Certo che sono io, mi rispondo da sola, e tu sei stato uno dei miei compagni di avventura di quei cinque anni che, lo scopro ora, non ho mai dimenticato.

Sul nome non ho dubbi, è proprio lui. Mi concentro meglio sulla foto, cercando di ritrovare i lineamenti del bambino che sedeva accanto a me. Ci sono delle indubbie differenze. Lui aveva i capelli ricci e scuri e caldi occhi castani. Questo uomo di mezza età è rasato, porta gli occhiali da sole che nascondono lo sguardo… però… però la linea della bocca e le fossette sulle guance, conseguenza di un sorriso malandrino, sono quelli. Inconfondibili.

Sono trascorsi quasi quattro decenni dal giugno del 1974, primo mese dell’estate di quell’anno, ultimo di scuola elementare. Avevamo terminato gli esami di quinta, eravamo di nuovo liberi di correre incontro al sole e al mare. Come sempre un saluto, ciao e ciao, ma stavolta c’era qualcosa di diverso rispetto al solito: in autunno non ci saremmo rivisti alla riapertura del nuovo anno. In effetti, da allora, io i miei compagni non li ho rivisti mai più.

La prima media mi aveva catapultato da subito nell’universo sconosciuto degli adulti e delle responsabilità. Tutto quello che c’era prima, il mondo dei bambini, era stato cancellato di colpo.

Le cose erano completamente cambiate con la chiusura del ciclo delle elementari. Per cominciare nessuno mi avrebbe più accompagnata a scuola. Ero grande e la scuola era vicina a casa: “Attraversi la strada, stai attenta, ricordati di guardare prima a sinistra poi a destra, alla prima traversa devi svoltare a destra, non ti puoi perdere nemmeno se vuoi.”. Invece il primo giorno mi sono proprio persa, a dimostrazione che per diventare grandi occorre un po’ di allenamento. Ma questa è un’altra storia.

Un altro cambiamento drastico era stato l’avere a che fare con un mucchio di estranei chiamati professori, e non con una sola maestra. Erano i tempi della maestra unica alle elementari, una specie di vice mamma, se eri fortunato, altrimenti, a essere sfigati, solo una cerbera educatrice da cui non avevi scampo. L’unica, nel bene e nel male, a decidere del tuo destino. Ora invece tutto si era moltiplicato, i giudici erano tanti, uno diverso dall’altro, e bisognava adattarsi a tutti!

Un altro cambiamento naturalmente avrebbe riguardato i compagni. C’era da ricostruire una nuova rete di relazioni sociali, le vecchie conoscenze sarebbero state dimenticate presto. Una svolta epocale, una delle tante che il puro fatto di esistere ti riserva, come capisci solo quando, col tempo, nel tuo archivio documenti scopri una quantità enorme di piccoli e dimenticati files di vita, pronti per essere ripescati, se un virus non li distrugge.

Dopo 37 anni, uno di quei bambini cui ho detto un ciao che era un addio in quella luminosa mattina di giugno, è qui di fronte a me, in foto e spirito. Aspetta una risposta a una domanda gettata come un amo nel mare virtuale del social network. Finisce che abbocco, in un impeto di nostalgia, e rispondo che sì, sono io quella bambina.

La nuova risposta non si fa attendere, come se il mio vecchio compagno fosse stato pronto su uno scoglio in riva al mare con la lenza in mano e finalmente avesse ricevuto uno strappo.

“Sono felice di ritrovarti. Come va, tutto bene? Ti informo che stiamo organizzando una rimpatriata con i nostri vecchi compagni. Li abbiamo rintracciati quasi tutti, mancavi tu e pochi altri. Ci stai?”

Prima ancora che possa riflettere sul significato di una proposta come questa partono una serie di suggerimenti di amicizia che mi lascia senza parole. A me difficilmente mancano le parole, ma stavolta la sorpresa è davvero grande e inaspettata.

Riconosco i nomi che giungono istantanei a richiedere un’amicizia che non è nuova e non è vecchia. Un qualcosa che c’è stato, che fino adesso non c’era, ma che in realtà era solo sospeso nelle pieghe del tempo. È un allucinante sbalzo temporale e sembra un ritorno a casa.

Inizio un gioco divertente che sa un po’ di massacro: riconoscere in ritratti di adulti abbondantemente maturi i bambini di allora associandoli ai nomi. Ma il massacro non è poi così pesante, anzi. Scopro che quei bambini si sono trasformati in uomini (per ora vedo solo i maschietti) affascinanti. In ognuno di loro c’è qualcosa che richiama alla memoria i tratti infantili, non fatico a riconoscerli, invece mi emoziono più del previsto. Quante storie scopro un po’ alla volta!

Fra i bambini che conoscevo ci sono adesso persone che hanno realizzato una vita piena, che si sono inventati un lavoro. C’è chi ha conseguito una laurea, chi ha iniziato subito a lavorare. Quasi tutti hanno famiglia, qualcuno si è sposato due volte, qualcuno mai.

Lo avremmo mai immaginato quale sarebbe stata la nostra strada, a 10 anni? C’era qualcuno di noi che già aveva le idee chiare? M’informerò, ma non credo. Eravamo veramente bambini come forse oggi a quell’età non si è più. C’era un candore sorprendente, eppure in qualche modo, senza pensare al futuro, avevamo pensieri da grandi.

Sorrido mentre in facebook riscopro le tracce dei miei due giovanissimi pretendenti. Uno, intraprendente anche allora, quando eravamo in quarta o in quinta mi rivolse una domanda che non ho mai dimenticato.

“Ma tu, fra me e lui” e indicava l’altro nostro compagno con cui stavamo chiacchierando di chissà cosa “chi sceglieresti per fidanzato?”.

Sfido qualsiasi donna navigata a rispondere ad una domanda così schietta avendo di fronte i diretti interessati che pendono dalle sue labbra. Non c’era rivalità per me fra i due, o almeno io non ne ero al corrente. Non sarebbe finita con una sfida a duello all’alba del giorno dopo per vendicare l’onta del rifiuto, però era dura lo stesso… Anche perché a me segretamente piacevano entrambi! Erano diversi, uno allegro e impertinente, capace di pensieri carini e di consolare le mie piccole disgrazie, l’altro garbato e posato, all’apparenza maturo e distante. Tutti e due bravissimi a scuola, come lo ero io. Ecco, se c’era una rivalità fra noi stava nelle gare di matematica alla lavagna. La maestra ci chiamava a due a due e ci dava lo stesso esercizio, o problema, e ci invitava a risolverlo pubblicamente il più velocemente possibile. Il premio per chi finiva prima e in modo corretto era un bel 10 bravo e svelto. Durante lo svolgimento a tutta velocità in classe si scatenava sempre un tifo da stadio. Eravamo bravi tutti e tre, io solo un pochino meno, la fretta non mi è mai stata amica, né allora nè in seguito. Me la cavavo meglio in italiano.

Ad ogni modo niente mi avrebbe fatto presagire la domanda più imbarazzante che abbia mai ricevuto in vita mia. “Chi preferisci fra me e lui?” Non sapevo rispondere, un po’ perché davvero non avrei saputo scegliere, ma anche perché non volevo scontentare nessuno. Così scoprii la mia vocazione diplomatica nello stesso istante in cui proferii la risposta: “Lui è più bello ma tu sei più simpatico… vi scelgo tutti e due!”. Ci furono delle proteste ma io le ignorai, soddisfatta di me.

I nomi continuano a scorrere davanti ai miei occhi sullo schermo, frugo un po’ nei pochi dati che facebook mette a disposizione prima che l’amicizia diventi ufficiale anche sul network, oltre che nella vita. Mentre rifletto su questa insolita idea della rimpatriata, ricevo messaggi e contatti in chat, grazie a questo potente e modernissimo mezzo. Intreccio conversazioni virtuali con quelli che nella mia memoria, senza questa opportunità, sarebbero restati bambini per sempre, scopro le loro storie, i loro interessi. È strano rendersi conto di come ognuno di noi abbia coltivato delle passioni diverse, quasi che l’avere avuto la stessa istruzione, la stessa formazione primaria, avesse dovuto foggiarci in modo uniforme. E invece c’è chi ama il ballo, chi il silenzio delle grotte, chi vola in bicicletta. Chi, come me, legge e scrive.

Lo trovo bello e rassicurante. Nessuno ci ha plasmato secondo un modello unico.

Mi accorgo che è facile parlare con i miei vecchi nuovi amici, come se ci fossimo lasciati ieri, come se ieri fossimo stati già gli adulti di oggi, invece che alunni di elementari. Anzi, ora non si dice più così. Oggi saremmo definiti studenti delle primarie, o qualcosa del genere… ma a me non sembra nemmeno la stessa cosa.

Parlando in chat confrontiamo i ricordi. In tutti noi sono ancora netti, condivisi eppure in qualche modo diversi. Per esempio, mi sorprendo quando più di qualche maschietto ricorda le “botte” della maestra. Bambini vivaci, un po’ “capoccioni”, con voglia di giocare più che di stare fermi nel banco. Bambini uguali a tutti i bimbi del mondo. Perché picchiarli? Immagino si sia trattato di qualche sberlottone, non riesco davvero ricordare questo aspetto della maestra. Poi mi viene in mente che uno schiaffo l’ho preso anche io, perché leggevo un fumetto durante la lezione… Vabbè, io ero in torto, lo schiaffo sincero e pesante. Oggi non sarebbe ammesso. La maestra sarebbe diventata una bestia da telegiornale accusata di violenza su minore, sbranata dai media e dall’opinione pubblica. Invece all’epoca in qualche modo le botte erano giustificate, i genitori dicevano “la maestra ha fatto bene” e nessuno si scandalizzava.

Uno dei miei compagni ammette ora che questo sistema educativo gli aveva pur fatto passare l’amore per la scuola, ma le botte lo hanno fatto crescere, e non ne è rimasto traumatizzato. Anzi, gli sono servite per non usarle a sua volta sui figli, a rifiutarle in assoluto come strumento educativo.

Ad un certo punto circola una foto di classe scattata in quinta, e poi ne ricevo altre… E di colpo non è più un salto nel tempo, è il passato che si fa presente. Perché io sono quella ragazzina seduta in prima fila, con i capelli lunghissimi, il broncio e un mondo interiore incantato, pieno di letture in cui rifugiarsi. Non sono la donna che ha vissuto tanti dolori e tante gioie, che ha costruito una famiglia e un’esistenza lontana dalle proprie origini. Io sono lì, ora, seduta davanti alla maestra, a sua volta congelata per sempre in un’algida perfezione estetica, rossetto e ombretto e capello accuratamente in piega. Sono accanto a quei bambini che, in uno squarcio temporale impensabile nel fermo immagine, ora posso vedere anche nel loro lontano futuro. E nuovi antichi volti che non ricordavo, nomi sepolti nella memoria. Riemergono come se fossero stati sempre lì.

Intanto si accumulano gli aggiornamenti su chi non si vede da quasi 40 anni. Ricordo un bambino che mi riempiva di piccoli regali, l’unico che ho rivisto (un flash!) una sola volta quando eravamo all’incirca ventenni o anche meno. Lui già lavorava, io ero in cerca di un destino. Chiedo di lui, scopro che lo hanno già contattato, che un gruppetto di ex compagni si è riunito con lui intorno ad un buon caffè. Chiedo delle ragazzine, un po’ latitanti in questa ricerca. Chissà perché non me ne ricordo molte. Ricevo notizie anche di loro. Non tutti sono presenti su facebook, qualcuno si è iscritto per l’occasione. Qualcuno non sapeva nemmeno usare un computer e ha imparato apposta.

Caspita, mi emoziono ancora… Cos’è che ci tiene uniti, che ci fa venire voglia di sentirci, vederci? In fondo siamo estranei, qualcuno di noi si è allontanato anche dai luoghi che abbiamo condiviso, abita a centinaia di km dalla nostra vecchia scuola. Perché sentiamo invece la necessità di riunirci?

La rimpatriata. I miei ex compagni stanno aspettando una risposta, che ancora non so dare. Sto parlando con degli sconosciuti, anche se tecnicamente non lo sono. Al di là dei ricordi e delle informazioni su facebook, cosa ne so in realtà di ciascuno di loro? Di colpo ho paura di distruggere uno dei miei vecchi files, il ricordo di anni spensierati, di coetanei di cui mi pare di avvertire ancora le singole peculiarità caratteriali. E se invece non sono più i bambini che ricordavo? Ci ragiono, so bene che non possono essere più bambini, come non lo sono io! Eppure il timore di una delusione (anche reciproca) è grande. Non so se sono in grado di accettare la prova vivente del passaggio del tempo, che tutto trasforma nel suo progredire, corpi e anime.

I bambini sono cresciuti in altezza, hanno cambiato voce, si fanno la barba, qualcuno ha i baffi, hanno avuto a loro volta figli. Hanno amato e amano ancora, hanno voglia di vita, fanno i conti con la crisi economica, seguono i progressi scolastici della prole e si confrontano con essa in un “Quando andavo a scuola io…”, spiegando ai giovani quanta acqua, passando sotto i ponti, ha modificato il pianeta scolastico. Qualcuno magari guarda con apprensione ai nuovi cambiamenti, perché i figli sono piccoli, e la nostalgia per un tempo lontano si rafforza.

Sono cambiati, quei bambini, eppure sono anche sempre gli stessi. Il timido è rimasto timido, lo sfrontato è ancora simpaticamente sfrontato, il gianburrasca è sempre pieno di energia. Anche io sono cambiata, eppure sono ancora la stessa, timida, permalosa e sognatrice.

“Allora che fa, vieni?”, un nuovo messaggio stimola una decisione.

Scopro che la maestra è ancora viva! Non ci posso credere. La nostra vice mamma severa e un tantino manesca, sempre elegante e truccata, mai fuori posto, che non ci faceva imparare troppe poesie e non amava le recite scolastiche, che il primo giorno di scuola non si era fatta impietosire dalle mie lacrime disperate. Mi dicono che è ancora uguale a se stessa, solo un po’ più vecchia. So che sarà difficile, ma mi piacerebbe andare a trovarla.

E allora mi decido, perché so che non avrò altre occasioni di rivedere questo pezzo della mia infanzia. Ci voleva facebook per farmi pensare di tornare davanti alla maestra e provare, a priori, la stessa antica soggezione. Mi viene da sorridere. Siamo dei vecchi bambini con un giocattolo moderno fra le mani che giocano a tornare indietro nel tempo e si divertono da matti. Mi voglio divertire anch’io, non ho più paura. Digito il mio messaggio di risposta.

“Ditemi dove e quando.”

E penso che sarà una bella festa.

E quando, pochi giorni fa, abbiamo realizzato con ferrea volontà la nostra voglia di vederci, è stato come avevo immaginato: bellissimo. Grazie a tutti.

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2 Risposte to “NOI, BAMBINI DI IERI E FACEBOOK”

  1. Pedalopoco Says:

    “è stato come avevo immaginato: bellissimo”
    leggerti, leggere di te e, in questo caso, pure dei tuoi amici è sempre “bellissimo”.

    grazie.

    Peda

    (linea ok, nuovo gestore va tuttto come un treno… 🙂 )

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  2. ramona Says:

    Ciao peda, grazie, come sempre, della tua gentilezza.
    Bene benissimo, finalmente, per la linea! cavoli, quanto ci è voluto!
    Ciao, bacione!

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