IL CAPO

Si va nei piani alti, quelli del potere. Quelli dove il capo si chiama manager, ma è sempre un Capo, con la maiuscola, circondato da tanti sottoposti che sono tutti Direttori. Ma guarda quanti Direttori ha un’azienda che si occupa di salute pubblica. Ce n’è pure uno doppio. Nel senso che in due occupano lo stesso ruolo, uno da pensionato e libero professionista, l’altro da direttore in carica ma con tanti altri incarichi che poverino, non gliela fa, e perciò è un bene che siano in due.

I piani alti sono quelli più alti. Dunque si va all’ultimo piano del Palazzo del Potere.
Qui c’è silenzio, quasi senti l’eco dei passi di chi osa avventurarsi nel tempio e si spera che abbia ragioni valide, perchè il Potere ha sempre molte cose da fare, mica può perdere minuti o, sia mai, ore, a discutere con una base che più lontana non può essere.

La Delegazione è accolta dalla Segretaria del Capo, una che è abituata a chiamare tutti “Dottore”, perchè evidentemente in questo posto chi è meno di un “dottore” ci passa di rado. Difatti il capo della Delegazione è puntualmente ossequiato con tale venerabile titolo, ma lui, onesto, sottolinea che, grazie, ma non lo è.

La Delegazione è numerosa, la signorina non se l’aspettava, per cui apre la sala del trono. Alla tavola di re Artù, che però non è rotonda, ma a T e con altri tavoli disposti lateralmente per le grandi occasioni, il posto del Capo è evidente: al centro del braccio piccolo della T, con una poltrona ben più grande delle altre, nella posizione dominante di colui che non deve voltare la testa per parlare con gli altri. Ai lati due poltrone piccole per i suoi Direttori.
L’associazione viene spontanea, e che non paia blasfema, pensando a un Capo ben più potente, finito crocifisso, con al suo fianco due poveracci qualunque, uno buono e uno cattivo. Ci saranno anche qui il buono e il cattivo, al fianco del Capo, partendo dal presupposto che nessuno è un poveraccio e nessuno verrà crocefisso?

Il Capo manca.
Momentaneamente impegnato manda a dire di cominciare senza di lui. Presenti uno dei sottoposti doppi, che fa dunque metà, e occupa la poltrona alla sinistra, e una vice sottoposto, che si rivela essere il cattivo. O almeno un antagonista antipatico.
Non presentarsi ad un appuntamento fa molto poco Capo. Non è vero che l’assenza deve dare il senso dell’importanza della persona, tutto al contrario. La grandezza di un Capo sta nell’avvicinarsi alla sua base, dandole la stessa importanza riservata al vertice.
Quale urgenza è più urgente di un appuntamento programmato da tanto tempo, atteso con ansia dalla controparte perchè occasione di avvinare l’inavvicinabile? Cosa c’era che non poteva aspettare, cosa era più importante? Ah bè, tutto è più importante dei piccoli, si sa. E la Delegazione, pur ben rappresentata oggi, ha numeri complessivi molto piccoli.
Il Capo arriverà con 45 minuti di ritardo. Insieme al secondo Direttore.

La riunione comincia e presto sono schermaglie. La vice sottoposto è un mastino sempre allerta che dimostra di essere molto in parte, e di parte; ha preparato la lezioncina, ma non dà tutte le risposte alle domande precise. A volte non le comprende neppure. Non lo fa apposta, ma sono proprio inconcepibili per una mentalità manageriale abituata a lavorare su carte e numeri, senza mai considerare che dietro carte e numeri ci sono persone. Le persone fanno domande, si è costretti a rispondere, e se non si riesce si resta sul vago, si promette, sui numeri invece si può giocare, loro non discutono.
E allora chiama i rinforzi matematici, che non si sa mai. Ma conta e ritorna, anche con il rinforzo i conti, visti da due punti d’osservazione diversi, non tornano.
L’è tutto da rifare?
Valuteremo studieremo, prendiamo nota.

D’accordo, l’incontro è informale e informativo, ma tutte queste promesse di valutazione e studio, ripetute più volte, sanno tanto di nulla.

E poi il Capo arriva, e stringe la mano a tutti, fa il giro della tavola a T. Ma appena seduto sul trono appare distratto dal blackberry, più che concentrato sui presenti o sui discorsi incominciati.
Si ravviva sentendo parlare di un possibile contenzioso. Non ne sa niente, come mai? La vice sottoposto lo tranquillizza, gli sussurra con fare rassicurante che non è nulla, che poi lo metterà al corrente. Ma insomma, sentenzia il Capo, si potrà senz’altro tentare una conciliazione, prima di arrivare al contenzioso.
Certo, si potrà.
Prenderemo nota, valuteremo.

Resta nell’aria quel che di vago, di promesso, di indefinito. Perfino quando il tema si fa arduo e tocca un nervo sensibile. Parliamo di rapporto di lavoro a orario ridotto. Ah, chi già ce l’ha non si tocca!!! Unica azienda (un vanto!) che non tocca diritti già acquisiti, nemmeno se sono ingiusti, nemmeno se i requisiti per averli non esistono più! Sarebbe una scelta assai impopolare rivedere certi contratti ventennali o anche più: part time concessi per bisogni famigliari, per bambini da seguire, per anziani a carico, per parenti invalidi. Giusto, giustissimo. Ma a distanza di decenni, i bambini sono sposati o vanno all’università e di certo non hanno bisogno della mamma, gli anziani a carico probabilmente hanno concluso la loro sofferenza terrena, e gli invalidi, almeno alcuni, hanno talvolta, fortunatamente, perfino un’attività propria e di certo non necessitano dell’aiuto del coniuge. Sia ringraziato Iddio per la loro capacità di reazione a quanto la vita gli ha tolto.
Però.
A distanza di decenni ci può essere, in chi non ha bambini, in chi non ha invalidi o anziani a casa, una situazione di logorio, di usura, di malessere, l’esigenza di tirare il fiato, dato che su queste spalle, presenti a tempo pieno senza interruzioni di sorta, pesa il clou del lavoro nell’azienda. Senza alcuna concessione, mai.
Eresia!
Il lavoro a tempo parziale non va utilizzato per il benessere personale, dice il Capo, ma per dare sollievo a particolarissime situazioni famigliari, in modo da incentivare la produttività, assicura, pur stupito egli stesso di quanto afferma LA LEGGE. Stupito, ma solo perchè si chiede come possa aumentare la produttività lavorando meno.
Bisognerebbe spiegarglielo.
Un manager non ha orario di lavoro, non deve timbrare il cartellino. Suo l’onere di gestire la propria produttività, con solo l’obbligo di dimostrarne il profitto.
Prendiamo invece un dipendente turnista, che è obbligato a un certo numero di ore, spesso sforato, dato che molte volte vede saltare il proprio turno di riposo, per un bisogno interno o per una mal distribuzione dell’orario. Un turnista risente dell’alterazione dei cicli circadiani: del sonno, che gli viene quando dovrebbe restare sveglio nel turno di notte, ma gli manca quando è nel suo letto; della digestione, con gastriti, reflussi gastrici, stipsi; spesso ha problemi muscolo-scheletrici o articolari, ernie al disco, dolori diffusi che peggiorano nel tempo; disturbi dell’umore, dovuti a tutti i punti precedenti, e al fatto di dover sempre sorridere anche quando non sta bene (perchè chi sta in quel letto di degenza non può risentire dei problemi di chi lo assiste, e giustamente), di non sentirsi valorizzato, né a volte rispettato, ma sfruttato e subissato di sempre nuove responsabilità e incombenze spesso inutili. E della coscienza di avere il peso della vita altri nelle proprie mani.

Tutto ciò non merita sollievo, dopo una vita dedicata al turno e all’azienda? Se parliamo di produttività, caro Capo, un dipendente riposato, ascoltato e capito, lavora meglio e produce di più.
Anche lo Statuto dei lavoratori dice che bisogna assicurare le migliori condizioni di lavoro possibili, ce lo siamo dimenticato?
E se il tempo parziale non può essere usato per questi scopi, qual è lo strumento giusto per venire incontro alla massa dei dipendenti che vede allontanarsi sempre più l’età del riposo, che ha lo stipendio bloccato senza riguardo, che vede i carichi di lavoro aumentare e le ingiustizie moltiplicarsi.

Parole restano in parte inespresse ancora una volta tutto sospeso, solo accennato, perchè non è il luogo né l’occasione giusta per parlarne, perchè occorre che siano presenti tutte le parti, non una sola Delegazione.
Ma, credeteci, ci stiamo lavorando!

E il Capo non perde occasione di rigirare la frittata, dimostrando che non si è Capi per niente: si fa finta di capire, dimostrando di non capire, si dà un dito con una mano, si toglie a tutto spiano con l’altra. Fare concessioni di questo genere, dice il Capo, vuol dire sottrarle a chi ne ha “più” diritto.
Cadono le braccia, c’è la tentazione di lasciar perdere, di rovesciare il tavolo, di urlare basta all’ipocrisia. Ma non si può. Il capo della Delegazione lo sa bene, in fondo parla lo stesso linguaggio, sa come comportarsi e cosa dire.

Non c’è altro da dire. Tutto viene rimandato a dopo agosto. I Direttori hanno fame, l’udienza è tolta.
Un’ulteriore stretta di mano a tutti i presenti.
La Delegazione se ne va. Passi rimbombano: ancora l’eco, nel silenzio.
Nulla è, per il momento, cambiato.

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2 Risposte to “IL CAPO”

  1. Peda Says:

    Triste…. doverti dire… benarrivata nel girone “infernale”….

    C’è, purtroppo, chi si abitua…
    C’è chi un piccolo passettino alla volta, spesso nascosto e/o deriso, prova a migliorare almeno un po’ questo triste tristissimo mondo…

    Un abbraccio

    Peda

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  2. ramona Says:

    Ciao, Peda, ben tornato!
    Diciamo che il mondo è sempre lo stesso, l’ho sempre saputo. Chi combatte queste cose magari è un illuso, ma alle volte qualcosa la ottiene. Un passo alla volta…
    Un bacione!

    Mi piace

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