PERDUTO

Lo sapevo che prima o poi sarebbe successo, ma era come se non lo credessi veramente possibile. Invece è accaduto, e per me è stato rivivere un’esperienza dolorosa.

Era il 2005, e da poco mi avvicinavo al web. Leggevo i siti di amici, primo fra tutti Vibrisse, di Giulio Mozzi, carismatico e irresistibile responsabile del mio avvicinamento al mondo letterario online (in quello di carta c’ero già dentro fino al collo da una vita). Vibrisse era dapprima un bollettino che arrivava via mail denso di notizie interessantissime, poi è diventato un blog assai seguito. E fra i lettori fedeli c’ero, ci sono, anche io.
Da Vibrisse in poi cominciai a seguire anche i siti di alcuni frequentatori, o meglio, i loro blog. E mi nacque la voglia di averlo anche io un blog! Era un diario, no? Sono sempre stata specializzatissima nello scrivere i diari… Ero digiuna di esperienza informatica, ma proprio Giulio, cui timidamente chiesi le prime informazioni, mi assicurò che non era difficile aprire un blog, ci riuscivano proprio tutti! Eh, ma io non ero “tutti”, la mia imbranataggine era, ed è tuttora cronica e nel tempo non è guarita, nemmeno migliorata.
Tuttavia volli provare e in qualche maniera, dalla vecchia piattaforma Clarence, partì il mio diario intitolato, quasi come l’attuale, In punta di piedi. Il titolo voleva spiegare il mio timido e silenzioso approccio a un nuovo mondo, oltre che alla vita.

Mozzi si accorse del mio inizio e lo rilanciò su Vibrisse, riempiendomi di stupore e di orgoglio: uno scrittore affermato che si interessava alla mia piccola avventura?! A mio modo di vedere non stava né in cielo né in terra, ma mi rese felice e per un po’ mi sentii una specie di miracolata: un gesto, quello di Giulio, che rimarrà per sempre nel mio cuore come un’affettuosa prova di amicizia, indimenticabile.

E cominciò l’avventura! Imparare da sola il funzionamento pratico del blog era una questione di puntiglio, che m’impegnava quasi quotidianamente. I problemi tecnici che non capivo erano infatti più o meno all’ordine del giorno, e risolverli una fatica immensa, senza avere alcuna base di informatica.
Ma continuai a scrivere. Le mie piccole avventure, i fatti di ogni giorno, i successi, più o meno modesti, dei miei racconti, i premi vinti. Non grandi cose, come la mia vita non è una gran cosa, tuttavia è la mia, e mio era quello che mettevo sul blog. Miei i pensieri, miei i racconti, mie anche le arrabbiature! In un diario ci metti tutto, e quasi tutto io ci mettevo, pur cercando di difendere una privacy che intuivo molto labile, gettata così sulla pubblica piazza.

Un po’ alla volta, grazie a questi scritti, sono entrata a contatto con una comunità immensa. Amici, i più, ma anche perfetti sconosciuti che passavano dalle mie pagine, vi si ritrovavano a loro agio e mi lasciavano una parola di affetto. Ho fatto conoscenze incredibili in questo modo.
Cinque anni è durata questa storia, sulla piattaforma di Clarence poi passata a Dada. Poi sono cominciate difficoltà di gestione sempre maggiori. Diventava difficile postare qualcosa, e alla lunga perfino impossibile mettere qualche immagine!
Come già detto, la mia imbranataggine sfiora le vette più alte, e mi resi presto conto che non potevo perdere un sacco di tempo in questo modo.

Perciò, scoperto WordPress, ho cambiato casa al blog. Mi è sembrato più maneggevole, più sicuro, più facile. E difatti lo è, anche se, per non smentirmi, qualche difficoltà la incontro ancora. E ho mantenuto il vecchio blog aperto, nella speranza che sarebbe rimasto per sempre in quell’angolino dell’universo virtuale, in cui occupava uno spazio infinitesimale, ma immenso per me, per i cinque anni di vita che vi avevo riversato.
Mi era stato detto di salvarlo, a scanso di equivoci, ma come si fa a salvare un blog? Io non ne avevo la minima idea. E mi ero illusa che, piccolo com’era, a nessuno sarebbe importato se c’era o non c’era, e dunque poteva continuare a esistere. Per i miei ricordi, per quella sensazione di sorpresa e nostalgia che mi prendeva, a rileggerlo, come quando si sfoglia un vecchio album di fotografie. Ogni post era legato a un ricordo, un’immagine, un’avventura, e ai commenti che i visitatori avevano lasciato. Un indirizzo che era rimbalzato nel web, linkato in vari luoghi, con sempre mio enorme stupore e riconoscenza. Non capivo bene come potessero piacere le semplici cose che vi scrivevo, ma era un fatto incontrovertibile che in molte parti c’era un aggancio al mio andare in punta di piedi. E fino a poco tempo fa, pur non essendo aggiornato, i contatori mi informavano che il blog continuava a essere frequentato. Da chi non lo so, ma qualcuno che vi accedeva c’era sempre.
Fino ad oggi.

Oggi che, in seguito alla richiesta di un’amica, voglio sfogliare quelle pagine in cerca di un post specifico, non vi trovo più niente. Tutto cancellato, inesistente, sostituito da una piattaforma musicale di cui non m’importa un fico secco. Chi, in qualche parte del globo virtuale, s’imbattesse in un link che porta al mio primo diario, non troverebbe nulla che lo ricordi, ma una marea di pubblicità e altre cose che con me non c’entrano nulla.
Una scoperta che mi ha annichilito.

Dove sono finiti i miei primi cinque anni di blog? Che fine hanno fatto cinque anni della mia vita, di conoscenze, di ricordi?
I singoli post sono ovviamente tutti conservati nella mia cartella documenti, ma sono andati persi i collegamenti, le date, le immagini, i commenti, i rapporti umani nati grazie ad essi. Tutto in fumo. Oppure, se ancora esistono, non mi è dato sapere dove si trovano e come posso accedervi. Perchè non mi è stata data comunicazione di niente. In un mondo permeato dall’esigenza di comunicare in tutti i modi con chiunque, nessuno mi ha avvertito di quanto stava accadendo. Non certo i gestori di Dada, che chissà se sono ancora loro i padroni del nuovo sito, non l’ho capito e non lo voglio sapere.

Di colpo sono tornata indietro di circa 26 anni. Non è la prima volta che lo racconto, ma è un ricordo indelebile, sul quale sono come costretta, ogni tanto, a tornare, forse perchè in fondo è una ferita mai guarita.
Ero in procinto di cambiare città, ambiente e vita. Dovevo partire e non sapevo se sarei tornata a vivere nei luoghi della mia infanzia. Avevo un carico prezioso ma pesante che non sapevo dove nascondere. Undici anni della mia vita di ragazza riversati su quaderni a righe dalle foggie più strane. Il mio diario. Tanti quaderni, custoditi in enormi borse di plastica. I mei pensieri, i miei amori, le mie sofferenze adolescenziali. Argomenti molto diversi da quelli che anni dopo ho riversato sul blog, di certo molto più intimi, che nessuno conosceva. Non sapevo cosa farne. Dove andavo non potevo nasconderlo, dove si trovava non era al sicuro. La mia anima era in pericolo.
Per questo l’ho distrutto, mandando letteralmente in cenere la fatica di vivere e i ricordi più cari dei miei anni giovanili. Ogni pagina bruciata dieci lacrime, un’equivalenza ingiusta e crudele. Alla fine ero spossata e più leggera, forzatamente più leggera.

Ora scoprire che altri cinque anni se ne sono andati così, come se non fossero mai esistiti, mi ha riportato a quel periodo. Ma stavolta non è stata una scelta, per quanto dolorosa, questa volta è stata una sopraffazione. E fa più male.
Inoltre induce a un pensiero, nemmeno originale, per la verità: siamo niente. Crediamo di lasciare un segno, un qualcosa d’importante, perchè la nostra vita data in pasto a chiunque è un gesto importante per noi, ma in realtà siamo niente e nessuno. La Rete divora vite e umanità. Bisogna comunicare sì, la privacy è solo un vecchio concetto cavalleresco, ma di fatto a nessuno importa di noi come persone, se si è capaci di passare sopra ai sentimenti in questo modo.

Io forse sono molto attaccata ai ricordi, lo ammetto, ma perchè non dovrei esserlo? Perchè non dovrei tranquillamente riconoscere che dal passato si valuta il presente e si spera nel futuro? Perchè dovrei vergognarmi di trarre una sensazione di benessere ripercorrendo le cose belle che sono accadute e valutando quelle brutte con il giusto distacco, per non ripeterle? Perchè è ammesso riguardare una foto di decenni fa, anche solo per sorridere di come si era, e non dovrebbe esserlo rileggere pagine di un’esistenza unica e irripetibile?
No, io non me ne vergogno.
Il mio diario passato, sia di carta che virtuale mi manca.

Eppure devo prendere atto che non esiste la possibilità di tenere una banca dati dei ricordi. Se la memoria, che già non è brillante, fra qualche anno mi abbandonerà, non avrò la consolazione di ritrovarmi su qualche pagina, ritrovare ciò che sono stata e chi ha attraversato, anche solo per poco, la mia vita.
Sono stata defraudata della memoria.

Lo so, sono un’ingenua, avrei dovuto credere ai presentimenti, rammentare che il web è virtuale per eccellenza, che dunque ciò che vi galleggia oggi domani può non esserci più. Avrei dovuto fare un’azione di salvataggio, ammesso che fosse possibile e che ne fossi capace.
Ormai è andata così. Quasi certamente anche questa pagina fra qualche tempo non esisterà più, devo farmene una ragione e prendere ciò che l’esperienza del blog può dare al momento, non nell’ottica del futuro, e forse nemmeno del passato.
Viviamo l’attimo e poi dissolviamoci, è così che in realtà ci vogliono oggi le nuove esigenze della comunicazione.

Non cliccate più sul link al mio vecchio diario: è morto.

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2 Risposte to “PERDUTO”

  1. Pedalopoco Says:

    questa è una delle ragioni per cui ho deciso di farmi un piccolo spazio sul web, pochissimi euro al mese, ma almeno non ho più problemi di “cancellazioni” o sparizioni o altro… e soprattutto tutto quello che è su web (con back up giornalieri e/o settimanali) è anche tutto sul mio pc…

    …è un vero peccato perdere tutti quegli “anni”….

    un abbraccio

    Peda

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  2. ramona Says:

    Forse hai ragione, Peda, ma col poco tempo che ho non so se riuscirei a gestire un vero sito, tra l’altro senza avere le competenze o le conoscenze. Va bene così, ma è stata una sofferenza…
    Ciao, un bacione!

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