I GIORNI DELL’ARCOBALENO: ricordi di scuola

La mamma accompagnava la bambina il suo primo giorno di scuola. Andavano a piedi, in una splendida mattina di ottobre del sud. Era la fine degli anni Sessanta: il futuro era lontano per la bambina, a scadenza molto più breve per la donna, ma intanto entrambe si avviavano inconsapevoli come per una tranquilla passeggiata fra le strade cittadine, insieme, mano nella mano. Gli ingorghi del traffico cittadino erano solo una fantasia degli anni a venire che, di lì a breve, l’austerity avrebbe per giunta censurato. Nel frattempo, durante il tragitto casa scuola le raccomandazioni si sprecavano. La mamma diceva alla bambina che doveva lasciarla a scuola, ma poi sarebbe ritornata a prenderla, non doveva mettersi a piangere. Conosceva bene la sua piccola, sapeva quale sarebbe stata la sua reazione nel trovarsi sola e voleva aiutarla a difendersi dall’eccesso di sensibilità. Meno di una decina d’anni dopo, andandosene definitivamente e dolorosamente, non avrebbe avuto il tempo di fare lo stesso, e non sarebbe mai più tornata a riprenderla né a consolarla della sua assenza.

La bimbetta, sei anni fra pochi giorni, tutto sommato era tranquilla, c’era anche il suo fratellone, maggiore di un anno appena e dunque esperto ormai della faccenda, e lei si sentiva eccitata dalla novità. Novità era stato indossare il grembiulino nero con il colletto bianco, quella mattina; il fiocco rosso poi era stupendo, ma chissà a cosa serviva. E poi non stava mai dritto.

Quando però si ritrovarono nel mezzo della impressionante marea di bambini che riempiva l’atrio della scuola elementare, un po’ di sicurezza vacillò. Tutti quegli anni di vita, che ormai occorrevano due mani per contarli, erano ancora troppo pochi per affrontare il mondo, fino ad allora costituito dalla sola famiglia e qualche cuginetto. Non era andata all’asilo la bambina, ma con due fratelli poco distanti per età era stato come avere l’asilo a casa.

Nonostante la confusione trovarono l’aula assegnata. La mamma si presentò alla maestra, le affidò la bambina, salutò la figlia con un’ultima raccomandazione e se ne andò decisa.

Ci volle meno di un minuto perché la piccola realizzasse di essere stata abbandonata. Per il secondo abbandono, invece, non sono bastati decenni.

Quella mattina almeno venticinque paia di occhi, dietro altrettanti banchi, la scrutavano con curiosità, mettendole una soggezione insopportabile. La maestra parlava con un altro genitore. La porta da dove era uscita la mamma era a due passi. Il panico ebbe il sopravento, l’istinto spinse la bambina a cercare di attraversare di corsa quell’unica via di uscita, prima che fosse troppo tardi. Ma alla maestra, avvezza a simili tentativi, bastò allungare un braccio per acciuffare il colletto bianco ribelle, senza nemmeno interrompere il colloquio. E allora furono pianti e urla da tragedia greca. O da tragicommedia. C’era un che di ridicolo nello scalciare furioso della bambina urlante, che ne era perfettamente consapevole, ma che non sapeva o voleva trattenersi. Qualcuno dei compagni già ridacchiava.

Con un secco e indiscutibile ordine l’ammutinata fu spedita nell’ultima fila e la classe si apprestò a disegnare. La bambina fu irremovibile: non toccò matita, o pastello, o foglio di carta. Non ne aveva, del resto, non aveva portato nulla con sé, e non la commosse il gesto generoso di una compagna di banco di prestarle qualcosa. Semmai la sorprese la sua facilità a socializzare, mentre per lei era difficilissimo.

Ma avrebbero visto tutti di che pasta era fatta. La sfida era cominciata, la guerra pure.

Non ci fu nessuna guerra. Il feroce orgoglio della bimba durò appena qualche giorno, il tempo di capire che dopo tutto si faceva qualcosa d’interessante in quel posto. Pazienza se fingere d’imparare a leggere era noioso. Non disse a nessuno che conosceva già da un anno il segreto delle parole, fece finta di esserne all’oscuro e aspettò che anche gli altri bambini lo scoprissero. L’arte di scrivere invece era tutta da apprendere, ed era eccitante scoprire di riuscirci senza alcuna difficoltà, saltando impaziente i preamboli necessari ai compagni. Lo stesso accadde con i numeri e, più tardi, con le tabelline.

Magiche tabelline… Qualche difficoltà nell’impararle a memoria, un po’ come le poesie: la memoria della bambina era sempre messa a dura prova, troppe cose la distraevano, i pensieri dentro erano cavalli impazziti, la concentrazione andava a farsi benedire e non si lasciava acchiappare. Dove c’era da imparare a memoria senza poter ragionarci su, la bimba faticava. Ma era aiutata dalle rime, nelle poche poesie che la maestra dava da studiare, e dai giochini in classe nella matematica. La maestra infatti trasformava in un divertente gioco la noia dei calcoli. Passeggiava tra i banchi con aria inquisitrice e pronunciava un nome a caso con cipiglio fintamente severo, ma si vedeva che si divertiva anche lei, e in questo modo coinvolgeva e divertiva tutta la classe. Perché quando al malcapitato prescelto veniva posto il tremendo quesito: “Quanto fa sei per sei?”, e lui rispondeva alle volte un po’ incerto, altre con sicurezza orgogliosa: “Trentasei!”, tutto il coro urlava: “Che bell’asino che sei!”. Oppure: “Sei per otto?”, e il prescelto, titubante: “Quarantotto..:”, e si scatenava un tremendo e roboante “Asino cotto!”.

La bambina nel tempo si affezionò alla maestra, cominciando da lei l’ammirazione per la lunga serie di donne forti che avrebbe incontrato: donne di carattere, così diverse da lei e da quello che sarebbe diventato il dolce ricordo di sua madre, a cui invece somigliava tanto. La maestra era una bella donna, severa, ma mai cattiva. Esigente con se stessa, si presentava sempre in ordine, elegante e truccata, e ritoccava sempre il maquillage poco prima del suono della campanella, talvolta riparandosi dietro la lavagna. Esigente con i bambini, da cui pretendeva la perfezione, non dimenticando che erano bambini, ma non lesinando qualche scapaccione, alternandolo a un sorriso accattivante o a uno scherzo divertente.

Tutto sommato, era proprio bello andare a scuola.

Quei giorni diventarono, nella memoria della bambina, i giorni dell’arcobaleno, perché intensi di colori ed emozioni, ma fugaci, proprio come il grande arco multicolore. Sembravano non finire mai, eppure in un attimo non c’erano più, meravigliosi e inafferrabili.

Davanti ad una scuola elementare la bimba di ieri osserva una piccola ressa: i bambini stanno per entrare. Scendono dall’auto di mamma e papà o dallo scuolabus e si avviano, quasi tutti tenuti per mano da un adulto. I più piccoli hanno gli occhi lucidi e tirano su con il naso, qualcuno piange proprio disperato, mentre i più grandi già sanno cosa li aspetta, il che non vuole dire che siano per forza entusiasti, ma quanto meno consapevoli.

È un primo giorno di scuola.

Chissà se anche questi bambini moderni, scafati, super impegnati fra mille corsi, videogiochi e computer, piccoli prototipi di uomini e donne altrettanto indaffarati nel domani, ostaggi delle avidità, dei compromessi, delle manovre egoiste dei grandi, chissà se conserveranno gelosamente il ricordo dei giorni dell’arcobaleno. Chissà se a qualcuno di loro torneranno in mente, fra molti anni, i primi giorni vissuti tra i banchi, il luogo magico dove ci si confronta con le prime prove della vita, le prime amicizie, le prime difficoltà, i primi batticuori.

La bimba di ieri, adulta di oggi, spera proprio di sì.

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2 Risposte to “I GIORNI DELL’ARCOBALENO: ricordi di scuola”

  1. Pedalopoco Says:

    proprio qualche giorno fa ho ritrovato questo bellissimo articolo di Davide Rondoni…. non so se c’entra ma forse si 🙂

    Peda

    http://www.atma-o-jibon.org/italiano4/rit_rondoni109.htm

    non so che sito sia, ma l’articolo è proprio quello 🙂

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  2. ramona Says:

    bellissimo articolo, lo vedo solo ora, grazie!

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