DISCORSO AL PARLAMENTO

Signori deputati e signori senatori. Innanzi tutto spero che comprendiate il motivo per cui non mi viene da appellarvi «onorevoli», come la vostra carica comporterebbe. Onorevole è per me, che do un peso alle parole, qualcosa che ha o merita un onore; dovendo parlare dell’insieme che costituite, e non dei singoli elementi, che non conosco di persona, non mi sembra il caso di correre il rischio di usare questo aggettivo in modo improprio.

 

Fa un certo effetto ritrovarsi in questo luogo, a dir poco sacro. Il Parlamento ha visto la storia del Paese, ha assistito e contribuito alla sua nascita; da questo luogo sono passati nomi e volti che hanno costruito, disfatto e rifatto una nazione. Nomi e volti che tutti conoscono.

A me i luoghi storici procurano una specie di sindrome di Stendhal: mi gira la testa, mi emoziono, resto a bocca aperta quando riconosco il passaggio della Storia, quello che ho studiato sui libri, a scuola, o che ho letto per mio conto. E nessun altro posto in Italia più di questo parla della Storia. La nostra storia. Io mi levo un immaginario cappello e asciugo una lacrima di commozione e rispetto per questo luogo che mi toglie il fiato, oltre che le parole.

Immagino che a voi invece non faccia più effetto trovarvi qui, ammesso che mai ve ne abbia fatto. Per voi è solo il simbolo del potere, una poltrona cui stare saldamente attaccati per ricavarne un personale beneficio. Non ricordate più la storia, né l’educazione civica, e della geografia fate ciò che volete; non conoscete più il peso e l’importanza dell’istituzione.

Io appartengo a una generazione che alle medie ha studiato educazione civica. Ci hanno insegnato com’è formato il Parlamento, la differenza fra le due Camere, soprattutto il suo fondamentale ruolo di rappresentante del popolo. Tutto quello che si fa nel Parlamento è in funzione del popolo, che ha mandato lì i suoi rappresentanti liberamente eletti.

Per come la vedo io, oggi quello che ho studiato non è più vero.

Sugli scranni che hanno ospitato in passato autorevoli personaggi (e qualche ricorrente cialtrone, ahimè, è sempre accaduto), ora non vedo, non trovo ciò che mi hanno insegnato. Non vedo tutto questo interesse per i cittadini, ma lotte intestine e accordi per restare in sella, per motivi personali, per sconfiggere l’avversario e fargli «tiè», come fra bambini. Non vedo i rappresentanti liberamente scelti dal popolo, ma persone designate dai partiti per loro convenienza. Vedo rappresentanti che si disinteressano della sorte della collettività, e mentre «lavorano» in questo luogo al bene della Patria (o dovrebbero farlo), navigano su internet, guardano siti porno, dormono, pensano ai casi loro, o, semplicemente, non si presentano neppure.

Sapete, io lavoro nel pubblico, anche se, perdonatemi, non riesco a chiamare «Amministrazione» il lavoro che faccio, a tu per tu con la sofferenza, in una corsia di un ospedale: non mi sento tanto una amministratrice, quanto invece un soldato in trincea.

Ce li ho anche io i computer sul posto di lavoro, ma diversamente da voi mi è vietato l’accesso alla rete, ostinatamente vietato. Forse si vuole evitare quello che voi invece fate di prassi? E anche a me durante il turno di notte viene sonno, ma mi è tassativamente vietato dalla coscienza dormire, perchè la vita delle persone è nelle mie mani, e sinceramente non riuscirei mai e poi mai a farmi una pennichella mentre lavoro. Anche se i miei occhi, le mie gambe, ogni mia fibra vorrebbe dormire, perchè è notte, mica pieno giorno.

Certo, direte, voi non avete la responsabilità di vite umane. E vi sbagliate: avete nelle vostre mani la vita, il benessere, la sopravvivenza di una nazione intera, di milioni di persone. Ma come fate a dormire, a giocare, a distrarvi, quando siete sul posto di lavoro? A me non è concesso.

Su quante cose ho dovuto ricredermi, negli ultimi tempi. Come una bella addormentata mi sono svegliata di colpo, ma invece del principe azzurro mi sono trovata di fronte la realtà malefica di un Paese che non riconosco.

Sempre a scuola mi hanno letto la Costituzione, e ancora adesso ne studio alcuni suoi articoli.

Sapete, quando dico «Costituzione della Repubblica Italiana», a me riprende il brivido. Penso a quanto sangue sono costate queste paginette. Penso alle lotte fra fratelli per avere un Paese unito, ai sacrifici di chi si è immolato per un ideale, con la buona fede e l’innocenza degli eroi. Gente sconosciuta, i più, ma anche qualche nome che ricorderemo per sempre, e che in questo luogo è passato per lasciare il segno. Penso che quelle pagine sono state scritte da grandi menti con ideali altissimi e con la consapevolezza di non voler essere gli schiavi di nessuno; siamo persone, cittadini, che hanno sacrosanti diritti e altrettanto sacrosanti doveri, in nome di una libertà di pensiero e di una dignità di vita che ci spetta, uguale per tutti.

Ma anche qui mi accorgo che quello che ho studiato, che sto studiando ancora, non è più vero. Mi hanno insegnato un’utopia, una falsità, mi viene da pensare oggi se confronto ogni articolo alla realtà.

Eppure io continuo a credere che quei principi siano ancora attuali, indispensabili. Solo disattesi, disprezzati, ignorati.

All’articolo 1 si definisce che l’Italia è una repubblica fondata sul lavoro. E così deve essere: il lavoro è per un essere umano un diritto, oltre che un mezzo per vivere in modo dignitoso. Ma non si può più dire che al momento sia effettivamente così, perchè l’universo lavoro è in difficoltà. O scarseggia, oppure dove c’è fagocita la vita delle persone, che vengono sfruttate fino all’osso, mal pagate, a volte umiliate, spesso private dei diritti ottenuti con anni di battaglie sindacali.

La crisi, la crisi, la crisi… non si sente parlare d’altro. Ma chi l’ha provocata la crisi? Chi ha creato un modello di vita basato sul consumismo e sul dio denaro? Chi ha arraffato tutto quello che ha potuto, approfittando di posizioni di privilegio per fare una vita da nababbo?

È sempre stato molto comodo infatti, pagare i propri capricci personali con i soldi dello Stato, cioè di tutti. Fare viaggi e spese gratis, o quasi, e mille altre comodità. Abbiamo tutti la nostra parte di responsabilità, sia chiaro, e non è che siete voi, oggi, i soli responsabili: le origini del malcostume sono lontane nel tempo. Ma capite, se l’esempio di chi è al vertice sta in quell’egoismo, quell’avidità, quel menefottismo che voi mostrate con irriducibile faccia tosta, a catena si prosegue anche a livelli più bassi.

Il preside che usa i soldi della scuola per organizzare viaggi a scopo sessuale, è in fondo l’ultimo esempio. Nel mezzo ci possono stare appalti truccati, imprese fantasma, iniziative senza senso, creazione di enti improbabili e inutili a sovvenzioni statali, fondi che non arrivano mai ai veri destinatari, persi nei meandri e nelle tasche della burocrazia, leggi costruite su misura per farla sempre franca e reati impuniti. Ma queste cose le sapete meglio di me, non serve che le elenchi io. Le sapete, ma non ve ne importa. Tanto, i colpevoli sono sempre gli altri.

Tutti abbiamo lasciato che accadesse. Ma soprattutto voi che sedete qui, e i vostri predecessori, di qualunque colore sia il partito di appartenenza. La vacca era grassa, bisognava mungerla bene. I lavoratori producevano ricchezza che invece di essere investita veniva spartita ad alti livelli. Poi però la vacca ha cominciato a dimagrire, ora non c’è più nulla da mungere, e la si lascia affondare nel fango.

Stiamo affondando, il nostro bel paese sta affondando. I rimedi che vengono proposti sono peggiori dei mali, colpiscono chi non ha più niente.

Il lavoro, dicevo, sì. Licenziamenti, imprenditori suicidi, tasse all’estremo, ma solo per i soliti noti, quelli che non possono portare i soldi all’estero, che sono dipendenti e con le buste paghe facili da reperire e ritoccare.

Precarietà, «flessibilità»!

Flessibilità… Odio questa parola, nata forse con buone e moderne intenzioni, ma utilizzata nel modo peggiore. Il potere in mano ai datori di lavoro, che quando non falliscono, poveracci, con una marea di motivazioni legittimate distruggono il futuro di chi lavora, rendendolo, di fatto, precario. E io odio anche questa parola, perchè capace di distruggere il futuro, le sicurezze. E con essi le speranze.

Anche voi siete precari, solo che lo siete di lusso. Durate lo spazio di una legislatura, e proprio per questo fate di tutto perchè non finisca presto: non perchè abbiate bisogno di lavorare o un ideale da realizzare, ma per non perdere le ultime gocce del latte di mamma Italia. E ancora, dopo solo cinque anni avete una pensione superiore a quella di un comune dipendente. A noi, forse, non basteranno 40 anni di lavoro per avere di che vivere quando saremo vecchi. Una vita, non si finisce mai di essere lavoratori, nemmeno quando non ce la faremo più.

Ma sapete qualcosa, signori, voi che mi guardate dall’alto come si guarderebbe un ragnetto da schiacciare, sapete qualcosa dell’operaio che viene messo in prepensionamento, o in cassa integrazione a zero ore? O di quello che viene assunto con contratto a termine, un termine dopo l’altro fino a che la legge lo consente, tre anni, e che dopo deve ricominciare daccapo una ricerca sempre più difficile?

E cosa sapete voi del lavoratore del settore pubblico, trattato all’incirca come uno schiavo, voi che non vi ritenete pubblici dipendenti, ma prendete i soldi pubblici per i vostri stipendi di oro?

Noi non abbiamo nessun diritto di ammalarci, andiamo agli arresti domiciliari se accade; abbiamo l’obbligo di non parlare nemmeno quando vorremmo urlare che le cose non vanno bene. Abbiamo uno stipendio fisso, per carità, che più fisso non si può: la spesa avanza, ma l’entrata è sempre quella, e tra poco basterà sì e no per la benzina necessaria a raggiungere il luogo di lavoro. Mangiare? Meglio se fai a meno perchè quando hai pagato le bollette, che ti resta?

Chiedetelo al giovane immigrato regolare, con un lavoro da operaio, cui hanno tolto gli assegni famigliari di 3 figli, cosa resta. Niente. Umiliato e in difficoltà nonostante il lavoro, ha dovuto chiedere un prestito al suo collega, che non è che navighi meglio.

Chiedetelo al giovane che ha cercato in tutti i modi di far avviare un’impresa, in diversi campi, senza mai ottenere di andare al di là delle spese, come fa. Semplice: le bollette che arrivano nemmeno le apre. Chi non sa non si preoccupa… fino al primo sequestro. Ma sequestro di cosa, quando non si ha niente?

Chiedetelo al padre separato che non riesce più a mantenersi perchè deve pagare gli alimenti e vive sotto un ponte di carità cristiana,

Insomma, su quale lavoro è fondata la repubblica? Quello precario? Andiamo bene…fondamenta di carta, allora.

Su quello superstite che divora la dignità dell’uomo, spremendolo come un limone, impedendogli di ritirarsi dopo una vita a spezzarsi la schiena, togliendogli il diritto allo studio, il diritto di migliorarsi, il diritto a uno stipendio con cui vivere una vita serena in famiglia?

Anche l’articolo 4 della Costituzione riconosce il diritto al lavoro, signori, e l’articolo 35 afferma che la repubblica tutela il lavoro, mentre l’articolo 36 sancisce il diritto a una retribuzione proporzionata al lavoro, ma in ogni caso sufficiente ad assicurare un’esistenza libera e dignitosa.

Libera.

Dignitosa.

Queste sono parole del 1948, oggi ancora validissime, attuali, giuste. Ma di fatto violate.

E gli spot per scoraggiare gli evasori fiscali, lasciatemelo dire, sono patetici. Figuriamoci se chi evade miliardi (ne conoscete qualcuno, per caso?…) si lascia scoraggiare da uno spot… Pensare che ci sono tanti, tantissimi che pagherebbero volentieri le tasse, purché eque, perchè vorrebbe dire che hanno un lavoro per poterlo fare.

Nell’era del consumismo vivere, o sopravvivere, è difficile.

Ci avete insegnato che dobbiamo avere tutto per stare bene, che più accumuliamo più siamo importanti e acquistiamo valore. E ci date l’esempio arraffando senza scrupoli per mantenere uno status di lusso. Perchè invece nel tempo e con l’esempio non ci avete insegnato i veri valori della vita? L’onestà per prima cosa, l’amicizia, la solidarietà, la generosità; e poi l’amore per la cultura, per la nostra terra, per il nostro passato; l’orgoglio per la nostra creatività, per il nostro essere un Paese di arte e bellezza. Perchè non ci avete insegnato che ciò che conta è costruire, non distruggere, tanto più quando si parla del futuro? Che ciò che vale è mettersi al servizio di un bene comune, non riempire le proprie tasche possibilmente senza fatica e a spese degli altri?

E, badate, non sto prospettando un regime socialista o dittatoriale che annulli le individualità. Tutt’altro: i meriti vanno incoraggiati e premiati, non costretti alla fuga.

Io non so, mi trovo qui di fronte alle Camere riunite e vorrei dire ancora tante altre cose, ma non ho più parole.

Non sono un economista, non sono un sociologo, non sono un esperto di finanza o di lavoro. Quanto ho detto fin qui può sembrare un sfogo ingenuo, ma è sentito e racchiude il sentire di molti come me. E allora chi sono io, per permettermi di parlare in questo luogo che per me, ripeto, è sacro e se da un lato mi allarga il cuore, dall’altro mi carica di soggezione?

Io sono solo una che lavora, che si fa un mazzo così, come tantissimi, senza che le sia riconosciuto un qualsiasi merito, che si vede rubare il diritto a una vita tranquilla, che vede sparire un po’ alla volta i diritti che i nostri padri hanno ottenuto affinché i figli avessero un futuro migliore del loro. Sono una che crede nei valori della Costituzione, ai diritti stabiliti dallo Statuto dei lavoratori, che crede chi fa il proprio dovere con onestà contribuisce a migliorare il mondo di tutti.

Sono una qualsiasi.

 

 

 

 

 

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2 Risposte to “DISCORSO AL PARLAMENTO”

  1. pedalopoco Says:

    letto, tutto d’un fiato… 😉

    braveheart!

    non so se c’entra ma forse si:


    la città un film straniero senza sottotitoli
    una pentola che cuoce pezzi di dialoghi
    come stai quanto costa che ore sono
    che succede che si dice chi ci crede
    e allora ci si vede
    ci si sente soli dalla parte del bersaglio
    e diventi un appestato quando fai uno sbaglio
    un cartello di sei metri dice tutto è intorno a te
    ma ti guardi intorno e invece non c’è niente
    un mondo vecchio che sta insieme solo grazie a quelli che
    hanno ancora il coraggio di innamorarsi
    e una musica che pompa sangue nelle vene
    e che fa venire voglia di svegliarsi e di alzarsi
    smettere di lamentarsi
    che l’unico pericolo che senti veramente
    è quello di non riuscire più a sentire niente
    di non riuscire più a sentire niente
    il battito di un cuore dentro al petto
    la passione che fa crescere un progetto
    l’appetito la sete l’evoluzione in atto
    l’energia che si scatena in un contatto

    io lo so che non sono solo…”

    😉 se si capisce bene, altrimenti bene lo stesso 🙂

    un abbraccio

    Peda

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  2. ramona Says:

    capito… grazie, come sempre!

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