MA TU SCRIVI?

Ti domandano, con sorpresa: ma, scrivi?! (variante: ti piace scrivere?), e subito dopo, inevitabile come il temporale d’agosto, arriva la seconda parte della domanda: e cosa scrivi?

Tu che in qualche modo sai effettivamente scrivere con una certa padronanza, trovi nelle domande il pelo nell’uovo, ancora prima di articolare risposta.

Cosa vuol dire: scrivi?

Tutti scriviamo, a meno di non essere analfabeti. In tal caso, costoro firmeranno con una X, che è comunque un segno grafico. Oppure useranno magari colori e matite, come i bambini in età prescolare, analfabeti per eccellenza, che scrivono i loro pensieri con i disegni. Il disegno è la forma di comunicazione grafica più arcaica, la più immediata, anche se non è detto sia la più semplice. Pensi ai geroglifici egiziani, per esempio, dove disegno e scrittura si uniscono in un modo per noi così complicato. E che dire degli ideogrammi cinesi, e perfino della scrittura araba, con quella forma armonica e tonda?

Ma tornando al principio del discorso: tutti scrivono, anche gli analfabeti dunque. Perciò se tutti scrivono, perchè proprio tu non dovresti scrivere? Che c’è di strano se scrivi? Perchè la gente accompagna la domanda con una punteggiatura di meraviglia?

Alla variante della prima domanda, poi, è facile rispondere: sì, ti piace scrivere! Ti piace infilare una parola dietro l’altra, soppesare il tale verbo piuttosto che l’altro, cercare fra gli innumerevoli sinonimi quello più giusto, fra l’enorme varietà di aggettivi quello che va bene per te, provando e riprovando, cancellando e riscrivendo.

Tu vai in senso contrario alle mode, ritieni che gli aggettivi abbiano la loro importantissima funzione, e non capisci come mai esperti del settore apprezzino invece la sottrazione degli stessi. Ti viene in mente, ma non ne ricordi il titolo, un libro osannato perchè assolutamente privo di aggettivi, e pensi che secondo te è un libro povero. A te piace ricercare quello giusto, e se possibile rafforzarlo. Non ti basta dire «rosso», che già di per sé oltre che un colore è un aggettivo, quando si sa che il rosso, oltre che genericamente brutto o bello, può essere brillante, acceso, vermiglio, smorto, amaranto, arancio, e così via. Solo «rosso» non dà l’idea, non stimola la fantasia, non fa capire come sia quel rosso. E se c’è una cosa che ti piace nello scrivere è proprio la ricerca del modo migliore per illustrare quello che stai scrivendo.

Ti piace proprio questa fase di illustrazione: hai un pensiero, un filo che si rincorre, e prima che sfugga lo vuoi fissare, vuoi vedere dove porta, cosa significa, e poi vedere se anche gli altri lo comprendono, lo vedono come tu lo vedi. Ti piace perciò descrivere, dipanare questo filo confuso e aggrovigliato che hai in testa, di cui vuoi trovare l’origine e la fine per ridargli l’ordine e il senso. E vuoi condividerlo, anche quando pensi che non è così, anche quando mentendo a te stesso dici che è una cosa solo tua che nessuno deve sapere.

Sì, ti piace scrivere, come ti piace leggere. Ti piacciono le parole, ma sostieni che le parole hanno un peso, proprio perchè possono avere molti sensi a seconda di come le usi e di come arrivano all’altro. Tu vuoi che, a chi legge le tue parole, arrivi il senso esatto di quanto volevi dire, se non addirittura migliorato. Non ti piace il fraintendimento in negativo, la ritieni una sconfitta. Ti piace invece l’evocazione, ti piace che quello che scrivi abbia il potere di suscitare, di trovare altri significati che non avevi espresso, ma che evidentemente erano dentro di te.

Ciò che non ti piace è che delle parole troppo spesso si faccia un uso superficiale e sbrigativo, urlato e vuoto, a volte offensivo. Perciò ti metti d’impegno perchè non capiti anche a te. E anche questo è il bello di quando scrivi, ciò che ti dà gusto di farlo.

Le parole pesano, significano qualcosa, hanno una forza enorme, tu che le usi ragionando ti senti un mago molto potente, uno che sa costruire qualcosa, come un architetto, un ingegnere, o un semplice muratore. Uno che mette qualcosa su un’altra cosa (o accanto, nello specifico: una parola accanto all’altra) per avere alla fine il raggiungimento di un concreto. E se la materia prima non è così materiale come un mattone, sai bene che ha invece altrettanta consistenza. Se il muratore alla fine del suo lavoro vede la casa finita, o il muro, o quel che si voglia, tu vedi la frase completata, il brano, il racconto, e se sei proprio bravo anche il romanzo, o il saggio. Tu hai costruito qualcosa.

Eccome se ti piace scrivere, dunque: ti piace costruire.
Dalla matita in prima elementare, alle penne a inchiostro nero, poi blu, ai pennarelli a spirito che macchiavano le dita, alle faticose macchine per scrivere, alla tastiera beffarda e complice di un computer, tu hai usato di tutto per raggiungere questo piacere.

Fermare un pensiero è un piacere.
Condividerlo è un piacere.
Rileggerlo e stupirtene per primo, è un piacere.

E cosa scrivi?

Ma perchè c’è bisogno di specificare? La domanda ti pone sempre in imbarazzo. Potresti rispondere che scrivi la lista della spesa e non avresti sbagliato. Se poi aggiungi che tanto te la dimentichi regolarmente a casa, non interessa a nessuno.

Sai bene cosa intende la gente.

Scrivi poesie?
Racconti?
Romanzi?
Saggi?
Articoli?
Un diario?
Lettere?

E non basta tentare di rispondere a questo, perchè naturalmente poi ci vuole lo specifico.

Poesie d’amore o di impegno sociale?
Racconti e romanzi di che colore? Nero, giallo, rosa?
Saggi di che genere, qual è la tua competenza, il tuo studio, il tuo settore?
Articoli di cronaca nera o di gossip?
Diario pubblico o privato?
Lettere d’amore, d’amicizia o professionali?

Ti senti in imbarazzo, perchè la cosa è complessa da spiegare. Tu scrivi un po’ tutte queste cose, escludendo forse i saggi perchè non ti senti competente in niente, sebbene tu abbia scritto qualcosa che gli somiglia, ma non è proprio un saggio, e nemmeno un romanzo, ed è così indefinibile che nessuno lo vuole. Però hai pure contribuito alla nascita di un manuale pratico nel tuo campo di lavoro. E tra un poco ti cimenterai nel campo delle tesi universitarie, a tema giuridico. E di lettere ufficiali ne ha scritte a bizzeffe, per te e per gli altri.

Ma come spiegarla, questa tua versatilità, a chi ti chiede cosa scrivi?

Hai scritto poesie, ingenue e prive di valore, o perfino in rima. Hai scritto anche filastrocche, e poesie in un dialetto che non è il tuo.
Hai scritto pezzi che poi sono diventati articoli, pubblicati in rete. E in rete hai pubblicato quelle che credevi fossero solo condivisioni di letture ma che in realtà si chiamano recensioni di libri.
Il diario lo hai sempre scritto, a dimostrazione che il bisogno di mettere insieme le parole è molto antico, in te. Un tempo era su carta; ora anche questo è in rete, sempre per amore di condivisione.
I tuoi romanzi sono tutti incominciati, e sono tanti, qualcuno più breve si può ritenere concluso. Ma non sapresti definirne il genere di appartenenza: se riuscissi a finirli per te sarebbero solo cose da leggere.

E i racconti… ancora più complicato. Hai scritto di tutto: racconti intimisti, racconti per ragazzi, racconti erotici, racconti di animali, racconti comici, racconti strappalacrime, racconti con vena thriller, un po’ gialli e un po’ neri, racconti di fantascienza, qualche capatina anche nel racconto storico.

Non è possibile classificarti, tu non sai come definirti. E non capisci perchè sia poi così importante.
Un racconto è una storia che cerca qualcuno che va in cerca di storie. È l’incontro fra due che si cercano, insomma. Che poi possono anche non piacersi. Perchè quando un tizio cerca una compagna, magari la cerca bionda, perchè preferisce le bionde vichinghe, ma non è che le brune mediterranee non le guardi, o le disprezzi (discorso valido anche al femminile, s’intende). Perciò si dovrebbe prima leggere un racconto (prima conoscere la persona, bionda o mora), e poi decidere se piace o meno. Indipendentemente dal genere, se un genere esiste.

La pensi così perchè tu leggi o hai letto un po’ di tutto. Non sai dire cosa preferisci leggere, perchè i tuoi gusti sono variati nel tempo, e comunque se un libro è un bel libro, lo è sia che si tratti di un romanzo d’amore, che di un giallo, che di un horror eccetera eccetera. Il gusto può variare a seconda del momento, o del periodo, ma purché il libro ti susciti una passione, va bene tutto.

Ecco perchè hai difficoltà a dire di cosa scrivi.
Scrivi come leggi: di tutto un po’.
Non vuoi etichette.
Vuoi solo scrivere. Come ti viene, come lo richiede il momento, la circostanza, la richiesta.

E se tutto questo gran discorso non è chiaro all’esterno come lo è nella tua testa, vuol dire che non sei poi così bravo con le parole.
Ma a te non importa.

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4 Risposte to “MA TU SCRIVI?”

  1. pedalopoco Says:

    quasi come un giro in giostra leggere queste righe…
    un attimo che mi riprendo…. 🙂

    un abbraccio

    Peda

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  2. ramona Says:

    🙂 coraggio… ce la puoi fare! Bacio!

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  3. pedalopoco Says:

    non so se si è capito, ma era un commento positivissimo, a me andare sulle giostre piace da matti e rifarei mille volte il giro… 😉

    😉

    Ciao

    Peda

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  4. ramona Says:

    certo che avevo capito, tranquillo! E sempre grazie per la tua fedeltà!!

    Mi piace

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