LA PAURA DELLE DONNE

Io e la paura di essere donna abbiamo dovuto convivere. All’inizio non ci conoscevamo molto bene, ci sfioravamo ignorandoci, ben consapevoli della reciproca esistenza, ma poi siamo state costrette a essere inscindibili.

A dire il vero già da piccola mi dicevano di fare attenzione, cercavano di inculcarmela, la paura. Essere donna, o anche trovarsi in quella condizione intermedia in cui non sei propria una donna, ma nemmeno più una bambina, comportava, a detta di tutti, il dover “fare attenzione”. Me lo hanno detto il giorno che è comparso il ciclo, mentre mi consegnavano anche 500 lire come augurio per essere diventata donna.
Cioè, se ben capivo, diventare donna voleva dire che ti capitava una cosa così fortunata che ti regalavano dei soldi, ma al contempo diventava una condizione obbligatoria a “ fare attenzione”. Ma attenzione a cosa?

Non ci ho messo molto a capirlo.
Essere donna significava ritrovarsi a essere una creatura a rischio.

Essere donna voleva dire mai fidarsi a camminare da sola per strada, specialmente se in posti poco frequentati, anche se la scelta del luogo non è che fosse fondamentale. Essere donna, infatti, significava fare attenzione ovunque.
Attenzione che sul bus, o in coda da qualche parte, qualcuno non ti mettesse le mani addosso. Sì, ma come può una ragazzina stare “attenta” a queste cose, che non dipendono da lei, ma succedono lo stesso? Se uno vuole palparti ti palpa, anche in mezzo alla folla: hai voglia a stare attenta. E avevo solo 12 anni quando un essere viscido approfittava della ressa di un giorno di festa per strusciarsi alle mie spalle, diciamo così. Cosa fai, ragazzina? Come puoi difenderti? E PERCHÉ devi difenderti? Perchè non puoi restare bambina fino a che non garba a te crescere?

Essere donna, dicevano, significava anche stare attenta a come ti vestivi. Perché se prima volevi solo i pantaloni, e poi invece ti attiravano le gonne corte, dovevi fare molta attenzione. Se avevi la gonna corta e qualcuno ti seguiva per strada allora te l’eri cercata. Colpa tua, non lo sai che l’uomo è cacciatore? Non lo sai che lui considera la femmina una sua proprietà, anche se non vive più nelle caverne?
E stai attenta, cammina sempre accanto a un muro, torna a casa presto, non rispondere se qualcuno ti parla, guardati sempre alle spalle, cerca, se puoi, una figura in divisa, un vigile, un poliziotto, a cui rivolgerti in caso di bisogno. Come se quello che c’è sotto la divisa fosse diverso da quello che c’è sotto un abito normale. L’esperienza, nel tempo, ha insegnato che l’uomo in divisa è pur sempre un uomo, e la divisa non lo fa diverso.

Fare attenzione, per una donna, è d’obbligo con chiunque e a prescindere.
Nemmeno il matrimonio, per una donna, può essere una sicurezza. A volte l’amore romantico si trasforma e la donna diventa oggetto di amore malato. La donna è la cosa, il balocco dell’uomo, nata per essere sua e di nessun altro.

Fai attenzione dunque, che ora sei grande e sei una donna, dicevano.
Ma porca miseria, perché dovevo fare attenzione per il solo fatto che ero una donna?
Perché a un ragazzo non gli si diceva fai attenzione, che sei diventato un uomo?

Non ho mai avuto paura di essere una donna.
Volevo gli stessi diritti dei maschi, perché non capivo dove stava tutta questa differenza. E non la capisco nemmeno ora.
Volevo il diritto di non “fare attenzione”, di fare un po’ più tardi la sera, di uscire da sola, di parlare con ragazzi o uomini come fra camerati, senza essere fraintesa.
Volevo essere una donna senza rimpiangere di non essere un maschio.
Ma non era mica facile.
Il maschio ha i pantaloni, mi dicevano, e dunque può fare quello vuole. Tu sei una donna e devi fare attenzione.

Attenzione a non farti toccare, a mantenere la reputazione intatta, attenzione a non farti mettere incinta. Sempre alla donna tutte le attenzioni. È sempre e solo colpa sua, tutto quello che le accade è sempre colpa sua.

Essere una donna stava diventando faticoso.
Ma nonostante tutto non ho mai temuto, non ho mai avuto paura di essere una donna.

Sono diventata grande fra le mille insidie che una donna deve affrontare. E sono stata orgogliosa della condizione che mi è toccata, del rispetto che ho di me, delle conquiste fatte, a dispetto di un minuscolo cromosoma così in grado di condizionare l’esistenza.
Mille battaglie per dimostrare che non si è solo bambole da letto. Mille battaglie a volte condotte contro le stesse donne che ignorano per prime di avere un cervello e di essere altro che creature di serie B.
Mille battaglie che ho sempre ritenuto non dovessero nemmeno esistere, in nome del diritto a vivere per come si è, semplicemente, come fa il maschio.
Quanta stupida fatica, quante energie sprecate per nulla, per guadagnarsi un rispetto che dev’esserci a prescindere, come l’aria che si respira.

La paura di essere donna, tuttavia, non passa mai veramente. E si trasforma in rabbia.

Non è mai tempo, per una donna, di smettere di fare attenzione. Come se fosse sufficiente fare attenzione. Come se il lupo cattivo diventasse più buono solo perché tu fai attenzione e non allunghi la mano ad accarezzarlo.
Ricordati, bambina: se uno vuole palparti, ti palpa. È la legge del più forte, la legge del coglione. La legge della vigliaccheria estrema, che fa sì che il predone non si misuri con un suo simile, ma con una creatura che non può contrastarlo. Bella soddisfazione, per il predone. Zero rischi.

Nessuna donna può permettersi il lusso, oggi come sempre, di non fare attenzione, di accantonare la paura.
Non è esente la bambina, né la ragazza e nemmeno la nonna.
Non è esente la bellissima e nemmeno la poco avvenente.

È la stessa condizione di essere donna, intrinseca al cromosoma, che costringe le donne a fare attenzione. Perché una donna non è un uomo, è un oggetto da usare e buttare in un cespuglio, da segregare in casa e riempire di botte tanto per sport, da mandare a forza di calci e pugni per strada accanto ad un falò. Una donna è una cosa da palpare a piacimento, da prendere quando si ha voglia tanto il suo parere conta niente. E poi, si sa, le rogne se le cerca. Quello che le capita è perché non fa abbastanza attenzione.

E se non è violenza fisica è violenza verbale, è sottile denigrazione, è una sottoconsiderazione. Perchè la donna è la donna, umorale, instabile, inaffidabile, lacrimosa. Pretende collaborazione in casa, pretende di essere uguale all’uomo, pretende di poter dire qualsiasi cosa senza essere derisa, pretende di guadagnare quanto un uomo. Ma dai, si tratta di una donna, in fondo… poi le passa, e se no ci vuole poco, basta ignorarla o in caso gonfiarla di botte.

No, non è più accettabile. Non vogliamo avere più paura di essere donne.

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