PASQUA

Alle 15 in punto suonavano le campane dell’agonia, il venerdì santo. Gesù era morto, come da più di duemila anni a questa parte. Al catechismo e pure a casa, dalla nonna, non mancavano mai di ricordarlo. Del resto il venerdì santo era giorno di digiuno e astinenza dalle carni. Cavolo, ero sicura si parlasse di carne da mangiare e così ce lo passavano: infatti al massimo erano cicorie bollite o baccalà, per chi voleva mangiare. Negli anni, quanto meno il dubbio che astinenza dalle carni volesse dire altro, mi è pure venuto… ma mi sa che non ho mai fatto attenzione ad astenermi in questo giorno, né in un senso né nell’altro.
Se già con la mia generazione si cominciava a dare poco peso a queste antiche tradizioni, ora ho l’impressione che siano andate del tutto perdute.

Eppure qualcosa resisteva anche allora.
Il giovedì santo era il giorno dedicato ai sepolcri. Gesù esposto sugli altari di tutte le chiese. Era irrinunciabile e doveroso andare a fargli visita. Non era nemmeno troppo noioso o faticoso, anche per chi non aveva una vera e propria vocazione religiosa. Bastava trovarsi con qualche amica e presto fatto. Il Corso era un concentrato di chiese una più bella dell’altra, sfolgoranti di barocco eccelso. Procedendo dunque rigorosamente a piedi dall’inizio, si arrivava fino al Duomo, e proseguendo ancora… si arrivava in piazza. Occasione dunque per assolvere un dovere, rinnovare un rito, cercare timidamente di vederlo dal vivo, questo Gesù, se possibile dire una preghierina e pentirsi di qualche peccato, poi il segno della croce e via di passeggio e di pettegolezzo fra ragazzine.
Qualche volta ci sono andata con la mamma. Lei passava sempre dalla chiesa di sant’Anna, perchè aveva il suo nome. Un bellissimo nome, quella della mamma di Maria. E infatti lei nel suo li racchiudeva entrambi: si chiamava Anna Maria. Mi sarebbe tanto piaciuto sapere a cosa pensava, che preghiere facesse così genuflessa, ma si sa che ai figli non è dato conoscere i misteri dei genitori, inaccessibili quasi quanto i dogmi cattolici.
Poi era obbligo visitare i sepolcri in numero dispari, da 1 a 3 a 5 e così via. La mia città lo permetteva con tutta comodità, le belle chiese sono tante e ovunque. Di solito in primavera erano anche belle giornate. Solo la domenica precedente, quella della benedizione delle palme, immancabilmente pioveva.

La tradizionale festa dell’ulivo era davvero una festa. Oltre ai rami argentati del signore incontrastato delle nostre campagne, erano diffusissimi i manufatti di palma intrecciata. Non li ho mai visti altrove. Ed è un ricordo che mi scalda il cuore, quell’alzarsi di palme e olivi nella folla per ricevere la benedizione. Di solito però pioveva, o era piovuto fino a prima e l’aria era tersa, lucida, nuvole bianche si rincorrevano nel cielo lavato. Le rondini già erano arrivate, e non mancavano di dare il loro saluto alla primavera e a osannare anch’esse al Creatore, come il popolo di fedeli assiepato all’esterno della chiesa, nel bellissimo centro storico.

Ma per tornare al giovedì santo, era anche il giorno della lavanda dei piedi. I sacerdoti nel rito serale lavavano veramente i piedi ai fanciulli che dovevano rappresentare gli apostoli. Da bambina la cosa mi faceva un po’ schifo… e per fortuna che nessuno mi ha mai chiesto di far parte della squadra. Allora era una faccenda fra maschi. Gesù aveva solo apostoli maschi, no? Solo negli anni a venire si sono viste le chierichette, con buona pace di una clericale concezione maschile che ben poco è cambiata nei secoli. Ma questa è un’altra storia.
Era il giorno dell’ultima cena.
Con che brividi immaginavo quella cena in cui Gesù già sapeva tutto quello che gli sarebbe toccato, chi lo avrebbe tradito, cosa lo aspettava, il dolore, le ferite, la morte e la resurrezione. E se pure al rito non partecipo più da anni, anche razionalmente continuo a pensare che per la natura umana di quella creatura un po’ aliena, rivoluzionaria, visionaria, provvista di una fede così incrollabile da sfiorare la follia, tutto fosse tremendo. Assolutamente tremendo. E la sofferenza nell’orto degli ulivi lo conferma. Chi è quel matto che sapendo a quanto di orribile è a lui riservato, ci va incontro a cuor leggero? Forse nemmeno un kamikaze imbottito d’esplosivo: magari qualche dubbio sfiora pure lui nel momento cruciale. Magari vorrebbe mollare tutto.
Eppure, alla stregua di un kamikaze, anche Gesù è andato avanti per la sua terribile strada.

Difatti il venerdì santo c’è anche la via crucis. Dodici fermate di un’agonia inumana. Il parroco organizzava talvolta la processione nel quartiere, con passo lento, quasi portasse anche lui il peso della croce e fermandosi alle varie «stazioni», angoli agli incroci, o portoni di case qualsiasi. Alle volte invece la cerimonia era in chiesa, ma secondo me perdeva di suggestione. E di coinvolgimento. Il prete in mezzo alla gente, invece, era un’altra cosa. Era un po’ il passaggio di quell’onda di fede terra terra, giù dagli altari, giù dai tabernacoli e dai paramenti preziosi. A contatto con le persone, come faceva il Cristo.
Oggi i preti non vanno quasi più nemmeno a benedire le case dei loro parrocchiani, sono rimasti in pochi a farlo. Eppure anche i meno credenti, anche quelli che non frequentano la Messa, li vedrebbero volentieri un po’ più spesso. Avrebbero piacere di vederli interessati alle loro situazioni famigliari, senza essere invadenti e senza nulla chiedere. L’offerta per la parrocchia dovrebbe essere su base volontaria, non una tassa.

Anche questa tradizione è così antica… Nel periodo intorno a Pasqua si aspettava il prete per la benedizione della casa, si lustrava tutto: il pavimento, i mobili, le suppellettili, si faceva ordine affinché si vedesse da fuori che l’ordine era anche dentro, che si era brave persone, per bene, pulite. E si passava discretamente al sacerdote l’offerta che si poteva. In montagna, dove la gente era ancora più povera, gli si passava un uovo di gallina fresco di giornata, un pezzetto di burro fatto in casa, si invitava il rappresentante di Cristo a dividere con la famiglia di turno la minestra di fagioli o un pezzo di polenta.

E poi veniva Pasqua. Le donne che scoprivano il sepolcro aperto e il corpo del Gesù sparito, volatilizzato. Lo avevano rubato? E chi? Doveva venire un’altra creatura aliena e celeste, a informarle della lieta novella. E loro subito a diffonderla, come solo le donne sanno fare. L’angelo sapeva bene a chi affidare il suo messaggio di resurrezione: anche duemila e passa anni fa le donne erano maestre dell’arte di comunicare.

Le campane suonavano a festa e sembravano davvero cantare. Mettevano gioia, allegria. A Messa ci andavo con vestiti nuovi, se era stato possibile acquistarli per l’occasione. Era sempre per Pasqua che si compravano, se c’erano i soldi, le scarpe, o la gonna, o una camicetta, quello di cui c’era bisogno e che si aspettava sempre questo santo giorno per indossare la prima volta. Chissà perchè. Forse perchè Pasqua era rinascita? Forse per ricompensare il sacrificio del Signore presentandosi con le vesti migliori? O forse solo perchè era un po’ la consacrazione della primavera, e di solito al cambio di stagione i bambini avevano bisogno di cose nuove perchè erano cresciuti?

Pasqua non era Pasqua senza l’uovo di cioccolato e la sorpresa. Che poi la sorpresa fosse quasi sempre deludente, pazienza, restava il cioccolato. E magari pure un agnellino di pasta di mandorle. Graziosissimi, distesi o con la testa eretta, con la lana bicolore e la bandierina infilzata da qualche parte, e se erano agnelli ricchi avevano pure qualche cioccolatino a decorazione. Per modo di dire: si finiva per mangiarli sempre per primi, i cioccolatini, altro che decorazione.

Alla fine, arrivava la sera, e Pasqua era finita. Il giorno dopo sarebbe stato ancora migliore: pasquetta significava gita fuori porta, panini con la mortadella, nel boschetto o al mare, a sorpresa. l’importante era cambiare aria e dimenticare, per una volta, piccoli e grandi problemi di bambini e di adulti. Dopo un’altra breve pausa di un martedì in cui ancora si poteva andare in giro, tipico solo della mia città, il mercoledì, di solito, tutto era finito, tutto ricominciava.

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4 Risposte to “PASQUA”

  1. mimmo Says:

    Pur avendo avuto anch’io un’educazione cattolica, e più o meno gli stessi ricordi legati all’infanzia, vivo oggi un rapporto con Dio che non riesce ad essere contenuto negli schemi “dolorosi” che la religione cattolica porta con se in quanto religione di espiazione legata ad un peccato originale.
    Ma pur non essendo cattolico però, la Pasqua resta la più importante festa dell’anno, anzi da molto tempo ormai per me è l’inizio stesso dell’anno nuovo.
    Nel corso del sole a queste latitudini, Pasqua è il momento in cui la luce ha raggiunto il buio e comincia a crescere: in questo, chiunque può vivere la sensazione della rinascita, dello sbocciare insieme alla natura per un altro giro intorno al sole.
    In questo senso riesco a vivere la quaresima come periodo di purificazione non solo spirituale, ma alla base di tutto purificazione fisica.
    L’ultima fase lunare a cavallo dell’equinozio (che quest’anno coincide perfettamente con la pasqua cattolica) è un periodo in cui progressivamente libero la dieta dalle proteine animali e dall’alcool, e arrivo gli ultimi giorni a mangiare solo alcune verdure con pochi cereali. Questi ultimi giorni sono quindi alle prese, insieme alla mia famiglia, a preparare con gioia, tutto quello che comporrà il pranzo di Pasqua. Vi dirò che la dieta ha davvero sortito i suoi effetti e mi sento nel fisico pronto a riprender un’alimentazione più sostanziosa. Ma l’aspetto spirituale non è trascurabile, quando si torna ad avere ritualità nella vita quotidiana, anche la mente e l’anima si mettono al lavoro. L’anno prossimo provate per credere, abbuffatevi a carnevale e poi cominciate ad attendere il passaggio alla nuova stagione, cambiando alimentazione e meditando su voi stessi e sulla vostra vita in attesa che si compiano i tempi. L’immancabile pioggia della fatta di luna dopo l’equinozio sarà il segno che il tempo è arrivato.

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  2. ramona Says:

    ciao Mimmo, che bello vederti qui! E bello è constatare che abbiamo più o meno gli stessi ricordi, per me indelebili e che in qualche modo hanno segnato l’infanzia e quel che è venuto dopo.
    Ricordi anche tu le grandi pulizie primaverili in previsone della Pasqua? Assomigliano alla pulizia interiore che tu descrivi qui con la tua dieta disintossicante. La quale, per inciso, mi sembra assennata e necessaria.
    Grazie per questo tuo ricordo e ancora auguri. Per tutto.

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  3. pedalopoco Says:

    Vi aspetto volenterosi aiutanti l’anno prossimo a casa mia dove potrete trovare “pane per i vostri denti” 🙂
    Le “pulizie di Pasqua” quest’anno prevedevano nell’ordine: modifica e integrazione parti di arredamento con conseguente sconvolgimento e mezzo trasloco della camera dei ragazzi e sala, a seguire, intervento di muratori al piano terra per riparare alcune crepe di assestamente, finitura e ritinteggiatura da parte del sottoscritto e giusto per non farsi mancare niente 😉 cambio totale della disposizione dei mobili con, udite udite, pulizia generale del garageeeeeeeeeeeeeeeeeee (posto sacro di ogni uomo che si rispetti…. dove vige da secoli l’anarchia totale)…. ecco….

    immaginatevi il mio stato “fisico”…. e soprattutto “mentale”.. 🙂

    e cmq anche quest’anno siamo arrivati a Pasqua e tra un paio d’ore si darà il via al pranzo cosmico che fornirà calorie fino al prossimo Natale 🙂

    Abbracci e baci e soprattutto buona Pasqua 🙂

    Peda

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  4. ramona Says:

    Bè, Peda… quelle non sono pulizie di Pasqua… quella è una nuova Genesi, una Rivoluzione Copernicana, un tentativo di strage famigliare… insomma, ci siamo capiti. Posso dire che comunque invidio tua moglie che riesce a ottenere quello che è sacrosantemente giusto e necessario per la casa? mi farò spiegare come si fa… io non ci riesco!!!!!
    Ancora un bacio e un grande augurio per questa festa ormai agli sgoccioli.

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