MASTER!

Non lo avrei mai creduto. Non pensavo di riuscirci, e invece eccomi qua, ce l’ho fatta, in qualche modo.

Un anno fa ho intrapreso una strada per me assai curiosa. Per compiacere una collega che mi incoraggiava, mi sono tuffata a pesce in un master online di diritto sindacale. Un master con tutte le regole, convenzionato con il sindacato (perciò per me gratis) e corredato di CFU (crediti formativi universitari).

Perchè diavolo l’ho fatto?? Io a materie come queste sono allergica, non mi funziona la memoria, so già che non ricorderò mai leggi e articoli di codice civile, decreti legislativi convertiti in legge e articoli della costituzione e dello statuto dei lavoratori. Non ci sono mai riuscita nemmeno quando ero più giovane, potrei mai riuscirci adesso che ho qualche anno in più e molti riflessi in meno? E poi per cosa?

Eppure ci ho provato. Per un anno. Mi sono messa in discussione.
Non posso dire di avere imparato quello che c’era da imparare, la memoria, come detto, non è quella di Pico della Mirandola. Ma in qualche modo mi ci sono applicata. Tra sofferenze, ripensamenti, e perfino un contenzioso con chi mi fa la paga, diciamo così, per una questione di diritti a mio parere negati, sono andata avanti. Forse un po’ per inerzia, forse perchè quando comincio qualcosa non mi va di lasciarlo incompiuto (sì, come no, vallo a raccontare ai miei tanti romanzi iniziati e mai portati a termine!). Comunque sia il tempo passava e io ero sempre là, con nelle orecchie la voce di sconosciuti docenti che mi leggevano la lezione in un modo, bè, assai poco espressivo. Rinunciando ad avere la casa in ordine, a qualche uscita all’aria aperta, a raccontarmi sul blog o semplicemente a inventare una storia, e in ultima mettendo da parte perfino i rapporti sociali e famigliari.

E poi mi sono ritrovata a impazzire per scrivere una tesi… Come si scrive una tesi? Io non mi sono mai laureata, ed è un mio rimpianto, questa è la mia prima esperienza universitaria. Che ne so di come s’imposta una tesi? E che cosa dovrei scriverci, poi??

Quest’ultimo è stato il problema più grosso, mi mancava l’argomento e il materiale necessario, risolto in qualche modo scomodando persone che avevano di meglio da fare, qualcuno che magari generosamente si dichiarava disponibile ma poi finiva inghiottito nel mare dei propri problemi personali. Ragione per cui mi sentivo un verme quando ero costretta a sollecitarne l’aiuto… Perchè ho sempre odiato dipendere da qualcuno, le mie scelte devono dipendere da me come pure le conseguenze. Ho dovuto ingoiare e seppellire il timore di disturbare e la mia orgogliosa indipendenza: avevo bisogno di aiuto.

L’ho avuto, in qualche rocambolesco modo e ho costruito la mia prima tesi. Con grande, immensa fatica, va detto. Già, un conto è cimentarsi in uno sfogo di fantasia nel costruire un racconto, dove il linguaggio è libero, e anzi deve necessariamente sbizzarrirsi, un altro conto è riferire in modo impersonale di fatti poi legati a procedimenti legali, atti amministrativi, sentenze legali, appelli e rimandi a leggi che a loro volta rimandano a…
O almeno, questa difficoltà vale per me, che se fossi stata portata per la giurisprudenza non avrei certo intrapreso una strada diametralmente opposta, dove il cuore ha la sua massima portata e la testa aiuta solo a fare la scelta più razionale, mentre i cavilli è meglio lasciarli fuori dalla porta.

Insomma, in buona parte da sola, ma con l’aiuto prezioso di questa persona in gambissima, ma troppo travolta da incarichi e incombenze per essere presente come avrei voluto, la mia tesi ha visto la luce. Non si tratta del mio lavoro migliore, dal punto di vista stilistico… un’altra ferita al mio orgoglio di «persona capace di scrivere», ma forse un senso compiuto ce l’ho saputo mettere. E tutto sommato questa è stata l’unica cosa che contasse.

E una volta scritta?
Bisognava studiarla, sorvolando sullo stile, memorizzando i riferimenti, preparando una esposizione convinta e corretta, eliminando esitazioni e balbettamenti, ottimizzando il tempo prefissato…

Una registrazione mi chiarisce, una volta per tutte, la mia completa mancanza di carisma oratorio. Sono soporifera. Meglio accantonare ogni velleità, i comizi non fanno per me.
Non importa.
Importa solo che so quello che dico.

E il giorno in cui devo esporre il mio sudato lavoro a coloro che fino al giorno prima non erano che voci senza volto, arriva. Le voci diventano un volto, ma non riesco ad accostarle a un nome. Però sono loro, sono quelli che leggevano le lezioni, ormai ne conosco gli accenti, le caratteristiche, perfino gli sbagli… e diciamolo pure, uno di quei volti è decisamente interessante! Ma sarà lui quello che mi esaminerà?

Al tavolo posto su una sorta di palco, da un lato gli esaminatori, dall’altro una sedia di fronte ad ognuno di loro. I candidati se la vedranno a tu per tu con i docenti, in rapporto di uno a uno.

Ho un flash dell’esame orale alla maturità, tanto, tanto tempo fa. In quell’occasione avevo dato il meglio di me, mentre parlavo di Pirandello con una disinvoltura e una originalità che non so dove l’avevo trovata. E mentre parlavo vedevo l’interesse risvegliarsi nelle facce di fronte a me, stravolte da una sessione di esami che si concludeva alla fine di un torrido luglio pugliese, all’ombra dei 40 gradi senza aria condizionata. L’interesse si risvegliava e io ero fiera di me. È stata la mia interrogazione più bella, la mia prova migliore, che entusiasmò perfino l’algida prof di italiano, venuta ad assistere per l’occasione, la quale riuscì a risultare umanissima e affettuosa manifestando per la prima volta tutta la sua commossa partecipazione.

Un flash, un ricordo meraviglioso dei 18 anni, di una prova importante che segnava il passaggio da larva adolescenziale a crisalide di adulta in boccio.
Spero di comportarmi come allora, anche se la prova qui è meno importante

No, non è quel bel viso che avrò di fronte, ma quello di una gentile signora bionda che cerca per prima cosa di mettermi a mio agio. Mi chiede come mi è sembrato il corso di studi. E io non so controllarmi: «Faticoso!», sbotto. E parliamo un po’ di questa difficoltà. E poi parliamo un altro po’ dell’argomento della tesi, ma poi divaghiamo, e mi ritrovo a dire che ci sono leggi ingiuste, che sono d’accordissimo nell’eliminare privilegi anacronistici, ma ci sono anche diritti negati o calpestati, e che ci vorrebbe più umanità nei confronti di un lavoro impegnativo come il nostro, più considerazione per chi lo fa da molti anni. E che pure io mi trovo in una situazione simile, mi hanno tolto il diritto a studiare dopo avermelo concesso, e, che cavolo!, io ci ho messo l’avvocato…

Finisce che i 15 minuti di colloquio preventivati diventano mezz’ora, e che i docenti di fianco si girano a guardarmi quando forse alzo un po’ la voce, infervorata sulle descrizioni delle ingiustizie… E mi prendo pure i complimenti della gentile signora bionda per la passione, insieme alla constatazione che evidentemente ho superato le difficoltà di apprendimento della materia.

Non è così, è che i torti e i soprusi nei confronti dei più deboli mi fanno dare di matto. Confido alla docente, ormai quasi un’amica, che sono sempre stata rappresentante di classe, a scuola: si vede che ce l’ho nel sangue…

Mi congeda cortesemente, giusto per dare spazio agli altri, proprio ora che, superato il patema dell’interrogazione, vorrei raccontarle altre cose di vita vera, e non studiata sui codici.

Ancora complimenti, ma una votazione numerica non è prevista. Corso superato, ho una qualifica in più. La sento immeritata per le conoscenze che ho acquisito, ma so che il mio senso di giustizia è ricompensato.

La vita mi spinge verso l’attività sindacale. Io ne farei a meno. Lo spirito da giustiziere non va bene nella realtà che è fatta di compromessi, di salamelecchi, di blandizie ipocrite, di parziali rinunce, di scambi di concessioni.

Io sono una idealista, con scarso carisma, fermo odio per l’ipocrisia e convinzioni troppo personali per diventare una vera sindacalista.

Ho una grande ammirazione per le lotte del secolo scorso, quando i sindacati hanno ottenuto risultati immensi, lottando per la dignità di chi mantiene il suo Paese con il proprio sudore, abolendo gli sfruttamenti, garantendo la libertà di pensiero. Lo Statuto dei lavoratori è stata una conquista immensa quanto la Costituzione.

Questo oggi non c’è più e io non so stare al passo con le nuove manovre.

E poi c’è la crisi. In nome della crisi si dimenticano le lotte passate, si cancellano i diritti acquisiti, è tutto da rifare, tutto rivedere in nome di una flessibilità che è solo economica e che divora vite umane. E i compromessi diventano di sangue, e inevitabili.

L’ingiustizia.

L’impotenza.

Il mio master, il mio pezzo di carta, a che vuoi che servano? I livelli sono molto più alti, i giochi si fanno dove nemmeno immagini.

Sì cara bionda professoressa, magari la passione ce l’ho, o ce l’ho avuta. Ma il mio ideale va oltre i giochi politici e so di non essere capace di parteciparvi. Sarò coinvolta, in qualche modo, certamente, ma manterrò i paletti per evitare di essere travolta e delusa.

Mi alzo dalla sedia, saluto.

Sono contenta che sia finita, mi sento più leggera. Mi sono messa alla prova e con grande fatica la prova l’ho superata. In fondo, a me interessava questo.

Il resto, vedremo.

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4 Risposte to “MASTER!”

  1. pedalopoco Says:

    Lavora come se non avessi bisogno di soldi.
    Ama come se non avessi mai sofferto.
    Danza come se nessuno ti guardasse.

    Satchel Pai

    non so se c’entra… ma forse si…

    complimenti per il master e adesso Braveheart 🙂

    un abbraccio super

    Peda

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  2. ramona Says:

    un abbraccio a te! Com’era l’Ungheria?…

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  3. pedalopoco Says:

    mooooooooooolto verde con campi immensi…. ma, come sai, a parte ciò che si vede in autostrada poi non è che posso vedere molto….a parte un sacco di quadrupedi 😉

    Peda

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  4. ramona Says:

    e già i quadrupedi sono un bel vedere, insieme al verde, direi, no?… 😉

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