MELISSA, LO SCONOSCIUTO, IL TERREMOTO

Ci sono eventi che capitano tutti insieme e scuotono le coscienze. Possono essere amplificati dai media, o capitare nel privato, e avere lo stesso dirompente effetto sul singolo. Ossia, in questo caso, su di me.
In tre giorni sono successe delle cose tremende, che in parte riempiono le pagine dei giornali, ma totalmente invadono la mia anima con mille domande.

Melissa.

A Brindisi, a pochi chilometri dalla mia città natale, una bomba, rudimentale ma molto cattiva, esplode davanti a una scuola. Muore Melissa, una ragazzina di appena 16 anni, ci sono feriti, tra cui la sua amica del cuore, gravissima. La sola colpa di queste ragazze è quella di essere andate a scuola a fare il proprio dovere con entusiasmo. La bomba non era per loro, ma infine lo è stata. Qualunque sia stata la matrice, chiunque sia stato l’esecutore materiale e chiunque sia stato il mandante, se c’è stato, non era Melissa nello specifico che si voleva colpire, ma è a lei che si è rubato la vita. Perchè ha avuto la disgrazia, la colpa, di essere al momento sbagliato nel posto sbagliato. Ma Melissa era nel posto giusto, era lì dove doveva essere: a fare il suo dovere.

La notizia mi ha colpito nel profondo. Perchè io sono Melissa. Sono quella ragazza di 16 anni che sta davanti alla porta della scuola a chiacchierare con le amiche di tutto e di niente, magari di un ragazzo che mi piace, e dei genitori che rompono, che palle, e dell’interrogazione che mi aspetta, non ho studiato ma me la caverò…

Sono passati tanti anni da quando ero anche io una studentessa, ma non ho mai smesso di esserlo nei miei ricordi. La scuola era tutto il mio mondo, a quell’età, perchè la vita mi aveva già privato di un bene immenso. I professori erano la mia famiglia insieme alle compagne di classe. I cinque anni delle superiori sono stati una fetta di vita importante nella mia formazione, non tanto culturale, o non solo, quanto a livello affettivo.
Io, Melissa di quei tempi, con i libri sotto il braccio, legati da una cinghia elastica, mai avrei pensato che qualcuno avrebbe potuto farci del male a scuola. Io, davanti a scuola, a riflettere che tra pochi anni sarei diventata maggiorenne e il mondo sarebbe stato mio, non vedevo l’ora, nessuno me lo avrebbe tolto. Il futuro davanti, e non solo per dire. A 16 anni il futuro è immenso, non ti aspetti che una bomba te lo porti via.
I miei sì, erano i tempi delle bombe, degli attentati contro la Stato e le istituzioni. Ma gli studenti non venivano coinvolti dalle bombe. Gli studenti protestavano a modo loro, lo avevano fatto pure violentemente qualche anno prima, ma nessun attentato aveva coinvolto una scuola. I ragazzi che vanno a scuola sono i figli di tutti, possono essere le vittime di un sistema, ma non ne sono gli artefici. Prendersela con loro, imputandogli colpe enormi, non ha senso. Lo sapevano perfino i terroristi.
In America ogni tanto avvengono delle stragi, nelle scuole. Opere di giovani pazzi armati della loro follia, malati, atti singoli che denunciano la malattia del vivere.
Ma quello che è accaduto a Brindisi è un’altra cosa. È la vigliaccheria del colpire di nascosto, a caso, non è quella del gesto estremo di un folle che spara a casaccio nella folla. Un atto premeditato, studiato, voluto da chi non si sa; ma che sia stato un commando o un criminale solitario, un folle o qualcuno mandato da chissà chi, è stato solo un atto vigliacco e immondo.

Sono sulle scale della mia scuola, tra le mie compagne qualcuna fuma una sigaretta, unica trasgressione dell’età, per il momento. Il cielo di maggio è limpido, fa caldo, siamo tutte sbracciate. La scuola sta per finire, la preoccupazione più grande è rappresentata dalle ultime interrogazioni. Poi arriva l’estate, all’autunno, alla ripresa della scuola a settembre ci penseremo. Era tanti anni fa, è ancora adesso.
Certe cose non cambiano.

Gli occhi di Melissa, il dolore di un padre e di una madre mi maciullano l’anima. So che sanguinano i cuori degli onesti, insieme a quelle ferite mortali, agli zainetti sventrati, ai giovani corpi insultati dalla vigliaccheria criminale e da ferro e fuoco che manco in guerra. Ma forse lo siamo, in guerra, in questo Paese dove i misteri sono tanti e le vittime senza un perchè si moltiplicano. Siamo in guerra, sono coinvolti anche i nostri giovani, come quando, in una Guerra chiamata Grande, cento anni fa, venivano arruolati di forza creature appena uscite dall’infanzia.

Se si troverà l’autore di questo crimine sarà facile prendersela con lui. Io stessa lo sbatterei di fronte a quel padre che trova la forza di andare a messa a piangere tutte le lacrime del mondo per la sua unica figlia che uscita di casa per andare a scuola non farà mai più ritorno. Lo metterei in ginocchio di fronte a quel padre, il bastardo, e gli direi di spiegare il motivo del suo gesto, se motivo c’è. Poi, se sopravvivesse alla sete di giustizia (vendetta?) della folla, lo metterei in una segreta oscura e getterei la chiave.
Però vorrei anche che da questa tragedia si traessero delle riflessioni più ampie, che non ci si fermasse alle apparenze, ma si scavasse a fondo per estirpare il cancro, qualunque esso sia, che ha armato la mano ladra di vita. Solo così gli occhi di Melissa e le lacrime inconsolabili di suo padre, le mie, e quelle di tanta gente perbene avranno un senso.

Lo sconosciuto.

È una sera come tante, in cui di andare a fare il mio turno di notte proprio non ho voglia, ma mi tocca lo stesso. Sono stanca e assonnata ancora prima di cominciare e penso che sarà dura lavorare in queste condizioni, stanotte.
Entro in ospedale, timbro alla mano, ma appena più in là c’è qualcuno che si lamenta. È seduto su una carrozzella, la testa rovesciata all’indietro, il corpo scosso da convulsioni, un grido scomposto. Penso d’istinto a una creatura invalida, handicappata gravemente, perchè riaffiora il ricordo di un bambino così che abitava nel mio stesso vicolo, quand’ero piccola. Un bambino molto amato, ma che poco o niente poteva comunicare al di fuori del proprio mondo chiuso.
Perchè ho pensato a lui? Perchè la persona a poco distanza da me ora è così simile, vista a distanza. Ma l’uomo in carrozzella è solo, non c’è nessuno con lui: un disabile in quelle condizioni sarebbe assistito, non lasciato in balia di se stesso. Riflessioni che durano lo spazio di pochi secondi, il tempo di avvicinarsi a lui. Ha ancora la testa rovesciata all’indietro, ma quando lo tocco sulla spalla la raddrizza e smette di lamentarsi. È un bell’uomo di circa 40 anni, chiaramente stravolto. Ha lo sguardo azzurrissimo, stralunato. Gli chiedo se è passata, qualunque cosa sia stata, fa segno di sì, ma non usa la voce. Mi comprende, ma non parla. Ha una mano rigida e immobile, l’altra chiusa spasticamente sul bicchiere di carta che di certo aveva contenuto il suo caffè. Da dove viene, come si chiama? È un degente, sembra ovvio, anche se non indossa un pigiama ma una tuta, e comunque è in ciabatte. Cosa faccio di lui? Non lo posso lasciare lì, anche se sembra essersi ripreso non è in grado di andare da nessuna parte. Sto per chiamare il pronto soccorso, ma arriva una collega e dice che ci pensa lei. Arrivano altre infermiere che come me stanno per iniziare il turno. Non lo conoscono, non è un loro paziente. Lui continua a esserci, ma a non partecipare, sa che si parla di lui, riesce ad annuire quando la domanda lo richiede, ma non può dire altro. Ci accorgiamo che ha anche una gamba imprigionata tra la ruota della carrozzina e una pedalina, lo liberiamo, gli rimane il segno. Da quanto tempo era lì in preda alle convulsioni? Appare chiaro infatti che non è per nulla un disabile, ma quasi certamente vittima di una crisi comiziale.
Rabbrividisco e provo pena per lui, pensando che era solo in quel momento, in un luogo pubblico dove c’è sempre gente anche a tarda ora. Nessuno a soccorrerlo, avrebbe potuto farsi molto male. Dov’erano le persone che di solito stazionano lì davanti alle macchinette del caffè? Come mai non c’era nessuno, proprio quando ce n’era bisogno? Sono stata io la prima a vederlo, o chi l’ha visto in preda alle convulsioni, magari in preda al panico, è scappato senza chiamare i soccorsi? Domande senza risposte, l’uomo di certo non potrà darne.
Arrivano a prenderlo, lo portano via. Io timbro, mi cambio, entro in reparto, ma il pensiero non abbandona la sorte di quell’uomo, quanto gli è successo. Si dice che chi salva la vita a una persona ne diventa responsabile. Io non gli ho salvato la vita, non sarebbe morto, almeno credo, ma mi sento responsabile lo stesso. C’ero io con lui, sono l’unica testimone, a quanto pare, di ciò che gli è successo. Rivedo i suoi occhi chiari stralunati, la sua incapacità di parlare. Io che non posso fare niente, se non fargli sentire il mio tocco sulla spalla, una carezza a rassicurarlo.
Che fine ha fatto? Devo informarmi. Mi dicono che si è ripreso e che è tornato al reparto in cui era degente. E basta. Vorrei sapere di più, non mi sembrava che stesse così bene. Ma c’è un limite di privacy che nemmeno io posso violare. Devo accontentarmi.
Finirò per pensare a lui per tutta la notte e i giorni seguenti: penso alla solitudine con cui ha vissuto il suo malore, penso che poteva accadergli mentre era alla guida di un auto e provocare un disastro, mentre invece essere alla guida della sua carrozzella in un ospedale gli ha salvato la vita. Anche se non è stato di certo piacevole. E infine penso che un distacco necessario io non lo avrò mai, che anche se non ho dovuto fargli niente ho preferito restare con lui, facendogli sentire la mia presenza, come hanno fatto poi le altre colleghe, fino a che non è andato a stare al sicuro. La divisa da infermiera forse è troppo radicata anche se siamo in borghese.
Vorrei tanto sapere come sta quell’uomo. Non gli ho salvato certo la vita, ma ho la speranza che la mia mano sulla spalla sia riuscita a dargli conforto.

Il terremoto.

Sono le 4 di mattina quando la terra trema nella pianura padana. E tutto il nord e una parte del centro lo sente. Lo sento anche io, nel mio letto. E penso, con la mente annebbiata di sonno, che quel cicciottone del mio gatto sta esagerando nel grattarsi, dato che scuote tutto il letto.
Scoprirò la mattina il disastro di quella scossa. Per l’ennesima volta, scene che si ripetono in questo disastrato Paese. Morti, feriti estratti dalle macerie, sopravvissuti terrorizzati, le prime tende a ospitare gli sfollati, monumenti, case e chiese sbriciolati. E la terra che non smette di tremare.
Non ci si abitua mai. Mai.
Di nuovo immagini che sembrano sempre quelle, estratte da un archivio infinito. I soccorsi, lo stato di calamità, i salvataggi in extremis. C’è bisogno di coperte, viveri, di un tetto e di un luogo asciutto in cui rifugiarsi, perchè, guarda un po’, diluvia che il cielo la manda. Di solito un terremoto che fa danni si accompagna sempre a un tempo inclemente, a farci caso: freddo, neve, o acqua torrenziale, o siccità a rischio epidemia.
Non si può non immedesimarsi in quella gente provata dal terrore, che piange per un affetto perduto, per la casa distrutta, per i sacrifici di una vita andati in polvere.

E ancora una volta, in pochi giorni, il cuore si stringe.
Quante sofferenze da attraversare, impotente, quasi incapace di difendermi, totalmente immersa nel dolore altrui, fosse quello dell’uomo in carrozzella nella sua crisi solitaria, o quello di una famiglia e di un paese intero che piangono una giovane vita, o quello di altri paesi nella operosa e pacifica pianura d’Italia che vedono crollare chiese e campanili, capannoni e abitazioni e sacrificare gli incolpevoli abitanti nell’ennesimo contributo di sangue.
Le domande si affollano, come sempre consapevoli di essere destinate a non avere risposta. Il mondo è anche dolore, ce lo insegna la vita appena emette il primo respiro. Ma questo non vuol dire che ci si fa l’abitudine.
Dovrei imparare a guadagnare il distacco necessario per sopravvivere, ma credo di non esserne capace.
E, detto fra noi, non lo voglio nemmeno. Io sono così.

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2 Risposte to “MELISSA, LO SCONOSCIUTO, IL TERREMOTO”

  1. pedalopoco Says:

    nel desiderio imperante di vivere il cuore domanda perchè…

    peda

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  2. ramona Says:

    … e non trova risposta….

    Mi piace

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