OLIMPIADI

E ora che tutto è finito? Cosa mi resta di questi quindici giorni di fatica e sudore? Giorni che si ripresentano puntuali ogni quattro anni e che non se ne vanno senza prima aver lasciato un segno tangibile del loro passaggio.

Ogni quattro anni mi si dà la possibilità di diventare grande. O forse dovrei dire: di sognare in grande. Quando mai capita l’occasione di praticare tutti gli sport in una volta sola, di vincere medaglie fatte con i metalli più preziosi, di esibire una forma fisica da paura?

Ecco a cosa servono, a me, le olimpiadi.

È risaputo che sono una grande sportiva. Di quelle da salotto, per carità, ma sono bravissima, dal divano, a teletrasportarmi su ogni campo, con ogni attrezzo, su ogni podio. È una fatica immane spargere sudore dalla mia immagine olografica sul divano, mentre in realtà sono insieme agli atleti in tv.

Ogni sfida è al cardiopalmo, a partecipare alle gare rischio un infarto, magari di arrivare tardi ad un appuntamento, di dimenticarmi chi sono, come sono e cosa faccio nella realtà. Anzi, quest’ultima cosa, una opportuna dimenticanza, non è solo un rischio.

Mi confronto con record da centesimi di secondo (no, dico, centesimi di secondo… più o meno un batter di ciglia); con prestazioni disumane e impossibili, commentate da cronisti partecipi che, comodamente appollaiati e incuffiati, trovano imperfezioni invisibili in ciò che di umano ha davvero poco; e mi metto alla prova con salti di tutti i tipi, tuffi, stoccate, corse a perdifiato, bracciate, pugni e calci, pagaiate, briglie e speroni e di tutto di più. So fare tutto, mentre sto sul divano.

Di pari passo con la fatica di partecipare virtualmente alla gara in sé, va l’ammirazione per il mio stato fisico. Quello olografico intendo, quello dell’involucro steso in salotto, che dai, paragonato a quelli veri dentro la scatola ad alta definizione, non è malaccio. Vabbè, è una pia illusione, ma lasciatemela.

Per esempio, quando nuoto accanto alle atlete nella meravigliosa piscina olimpionica, sono come loro: un mix di fascino e muscolo, e pazienza se le medaglie non arrivano. Poi però mi dico: ma guarda che spalle… forse sono un po’ esagerate; forgiate da ore e ore di allenamento in acqua le ragazze danno l’impressione di un triangolo isoscele rovesciato, con quelle spalle e quei fianchi stretti… La mia figura sul divano è quasi al contrario. Decisamente diversa. Meglio o peggio, meglio non esprimersi.

E quelle bellezze così grintose e di corsa, che vanno forti come il vento incontro al nastro del traguardo? Truccatissime, femminili, non si spettinano neanche. Quasi sempre hanno una bellissima pelle nera, e gambe forti e glutei di acciaio. Tutte quelle belle donne che vanno di corsa, ma anche quasi tutte le altre, hanno una pancia come un asse da stiro, che più piatta e forte non si può. Io corro insieme a loro, ho l’aria londinese nei capelli, magari un po’ meno trucco e sorriso meno smagliante, ma ci sono. Loro non sudano neppure, io invece faccio una fatica immensa.

Ma il fascino muscolare così acquisito ripaga.

Per esempio, quel rincorrere una palla per farla volare oltre una rete, sulla sabbia importata in una piazza della City… bè, rende molto sexy, no? Forse queste atlete hanno il fisico più bello di tutte le olimpiadi. La divisa regolamentare, un bikini che non nasconde la perfezione, conferma. Mi scuoto la sabbia di dosso e so di fare un figurone insieme a loro.

Poi quando mi guardo meglio, noto che la mia immagine olografica ha un addome manco lontanamente paragonabile a quelli visti in tv. E pure le gambe. Diciamo pure che fanno un po’ pena. In compenso nella parte superiore l’ologramma vince; nel senso di circonferenza toracica, intendo. Per andare veloci, a terra come in acqua, o saltare alte in aria, due protuberanze dalla misura zero in su sarebbero in eccesso. Ah!, ecco perchè a me questo tipo di attività non riesce esattamente bene.

Ma a dire il vero non so più qual è la vera me. Quella sul divano o quella che sogna in pista, sul tappeto, sul campo?

Di sicuro non ho mai visto, nonostante lo sforzo a volte disumano dipinto sui volti e sui muscoli tesi, e nonostante gli innegabili sacrifici che ci vogliono per arrivare a tanta perfezione, non ho visto quasi mai un’atleta donna rinunciare alla propria femminilità. Che può stare tutta negli smalti policromatici, o nel rossetto vivace, o nelle bellissime acconciature e perfino nei capelli più scarmigliati. Può stare nell’amore per il marito, gridato al mondo con la sola aggiunta del suo cognome al proprio insieme al numero. E può stare nella grinta, nella determinazione, in quel qualcosa di indefinibile che è prerogativa solo delle donne che rimangono tali anche nei momenti più duri.

Se c’è una cosa che mi è rimasta, poi, al termine di queste due settimane è la totale immedesimazione. Ho imparato a fare un sacco di sport, anche quelli che non conoscevo.

Ho pagaiato su un kajak controcorrente, alla faccia del mio male al dorso.

Mi sono tuffata da altezze impensabili, e chi pensava più alle vertigini?

Ho preso pugni sul ring e calci sul tatami e sono finita al tappeto un milione di volte. Io che sono la persona più pacifica dell’universo ho lottato strenuamente e civilmente armata solo di mani e piedi. E se dovevo protestare facevo un inchino e chiedevo il permesso prima di parlare, porgendo un cartoncino. E poco vale il ricordo lontano di un tentativo di iscrizione a un corso di arti marziali, conclusosi con la mia fuga da quindicenne pacifica, appunto, che non oltrepassa nemmeno la soglia della palestra. Questa partecipazione è stata una rivincita. E se sono finita al tappeto non è solo metafora: nella vita accade tante volte, l’importante è rialzarsi.

Ho nuotato sott’acqua a testa in giù in un oceano di grazia e bellezza, non sbavando nemmeno il trucco e dimenticando le mie orecchie delicate.

Ho saltato e danzato con la grazia di una farfalla dentro cerchi e nastri, esile come un fuscello ma forte come il bambù, anche se nella realtà di esile… bè… non ho molto.

Ho volteggiato a mezz’aria su assi e cavalli immaginari, cosa che non riuscivo a fare nemmeno alle medie. Così come non sono mai riuscita, nemmeno a quei tempi, a lanciare un peso, a saltare l’asticella, a fare un giro di corsa. Oggi invece ho fatto tutto.

Ho saltato ostacoli incredibili grazie a fidati amici a quattro zampe e non è vero che la fatica la fanno solo loro: io e il cavallo eravamo una cosa sola. Un sogno volante. Più facile che saltare gli ostacoli del quotidiano vivere.

Sono diventata D’Artagnan e gli altri moschettieri tutti insieme, e magari pure il Corsaro Nero, maneggiando spade di tutti i tipi e scoprendo che il fioretto non è solo quello che ti facevano fare da piccola in chiesa.

Insomma, ho fatto tutto quello che potevo e dovevo fare. Mi sono divertita e ho vissuto lo sport con il giusto spirito olimpico e con il necessario tifo da stadio. Il sudore e le palpitazioni sono stati veri e hanno riempito queste calde, vuote e un tantino deprimenti giornate di agosto.

E ancora, di tutto questo mi rimarranno il dolore e le lacrime.

Il dolore del corridore che si rompe il tendine d’Achille nel saltare l’ostacolo, o del tuffatore che tocca l’acqua di schiena, o dell’altro che esce dalla piscina con un braccio paralizzato, o del saltatore cui si spezza l’asta mentre salta, o dei maratoneti che crollano sfiniti e disidratati senza che nessuno si azzardi a toccarli: senza contare l’infinità di stiramenti e contusioni che rendono vani in un secondo quattro anni di preparazioni e allenamenti.

E poi le lacrime, di disperazione quando arrivi quarto per pochissimo, o quando sei vittima di una valutazione ingiusta, di gioia incontenibile quando tagli il traguardo, di commozione immensa quando ascolti l’inno del tuo Paese con una medaglia al collo. Piangere è comunque una liberazione, nessuno lo sa meglio di me.

E cos’altro mi resta, oltre al fatto di aver gioito per la partecipazione delle donne arabe per la prima volta nella storia? Correre e lottare; con il velo, ma esserci. Come c’era l’uomo senza gambe, per la prima volta alla pari con le gambe degli altri. Mentre mancava chi le gambe le aveva troppo buone, ma contrapposte a una volontà debole.

Oltre a questo, dicevo, mi restano negli occhi le immagini di quei corpi giovani, che mai come stavolta mi hanno lasciato il gusto amaro del tempo. Per me è già passato in modo irreversibile, mentre per loro, che pure misurano la vita concentrandola in centesimi di secondo o in millesimi di punti o in decimi di millimetri, è ancora tutto da vivere al meglio.

E mi resta infine una grande lezione: mai arrendersi. Usare la sola forza di volontà quando tutto il resto non aiuta. Combattere sempre, provarci anche quando il dolore ti stende. Mai rinunciare a raggiungere il traguardo, a completare il giro di pista, in qualsiasi modo, fosse anche zoppicando o addirittura su un piede solo. La determinazione di questi ragazzi non è certo quella inconsistente della figura olografica sul divano, bisogna ammetterlo con onestà. Questa è arrendevole e sballottata dagli eventi. La vera parte di me invece è stata in tv per due settimane a lottare con grinta.

Forse è per questo che ora sono stanca.

 

 

 

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2 Risposte to “OLIMPIADI”

  1. Peda Says:

    🙂 – che spasso… eddai però una birrozza con ruttino mentre spaparanzata sul divano ti immedesimavi con questo o quell’altro atleta ci stava… e anche benizzimo!!! 🙂

    un abbraccio olimpico 🙂

    Peda

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  2. ramona Says:

    anche patate fritte con ketchup e maionese a quintali… se no che atleta sono???
    Bacio olimpionico anche a te!

    Mi piace

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