LA COSA (dedicato alle donne violentate, maltrattate, uccise)

Qualche tempo fa avevo scritto il testo che segue, in seguito all’ennesima notizia di uno stupro. Lo riporto qui perchè domenica scorsa, 25 novembre, si è celebrata, se si può dire così, la giornata contro la violenza sulla donna. Non so se sia qualcosa da festeggiare, di certo è qualcosa che deve essere pensato tutti i giorni, perchè ogni giorno le donne subiscono un martirio silenzioso e una violenza infinita. Con questo testo ho cercato di capire cosa passa per la testa di un uomo che approfitta di una donna con la forza, ma temo di non esserci riuscita. Credo che non passi proprio niente, e che consideri quello che fa assolutamente legittimo e “naturale”. Nemmeno quando viene punito per quello che ha fatto capisce la gravità del suo gesto. Ed è un autentico dramma per la società, che dovrebbe riflettere su quanto di sbagliato comunica ai suoi figli, con messaggi più o meno subliminali. Per fortuna non tutti gli uomini hanno una mentalità così sbagliata, ce ne sono di onesti, sensibili, attenti. Ma le violenze nascono dal piccolo gesto, dalla non considerazione, dalla trascuratezza. Cominciamo a correggere questi atteggiamenti anche nei bambini, se vogliamo che diventino adulti responsabili. E  noi donne denunciamo ogni forma di prevaricazione senza paura, se vogliamo vivere libere.                                                                                                         

                                                                                                                           LA COSA       

Ha capelli lunghi e neri, si muovono leggeri nell’aria che entra dal finestrino appena socchiuso dell’autobus. Sono dritti, lucidi, le arrivano al fondo della schiena, scendono a punta come lo scialle della nonna.
Porta un basco rosso in testa e indossa un poncho colorato per ripararsi dal freddo, i jeans così aderenti che le modellano il corpo sono infilati dentro comodi stivali dal tacco basso.

È bella.

Sono riuscito a guardarla negli occhi solo per un istante, di sfuggita, e ho visto che sono azzurri, un colore intenso come il cielo d’estate, come il mare del mio paese. Sono rimasto senza fiato, ho dovuto distogliere lo sguardo, perché lei si sarebbe accorta di me e non doveva.
È un po’ che la osservo.
È un po’ che la seguo.
L’ho incontrata per strada, ho sentito il suo odore di femmina e ho cominciato a seguirla. Da quando l’ho incrociata mi si è mosso qualcosa dentro i pantaloni, e quando questo succede vuole dire che ho trovato una vera femmina. Non posso lasciare che se ne vada così.
L’ho seguita, e lei non se n’è accorta.

Ero con lei quando si è fermata all’edicola e ha comprato una rivista. Le ero vicino quando è entrata al bar e ha incontrato qualcuno, degli amici, credo. Lì ho avuto un po’ di paura, ho temuto di aver perso l’occasione, non sarebbe stata più sola. Invece lei ha bevuto un aperitivo con loro, ha spiluccato qualcosa, salatini, olive e pistacchi, con le labbra rosse di un rossetto che nemmeno si è sbiadito; poi, dopo un tempo interminabile che io non sapevo più come impiegare, impalato a spiare i suoi movimenti da fuori la vetrina del bar facendo finta di niente, ha salutato tutti ed è uscita.
Da sola.
L’ho seguita ancora, in mezzo alla gente, in mezzo al gelo di dicembre, ai rumori, alle luci di Natale. Troppa ressa, troppa confusione. Io volevo restare solo con lei, lo chiedeva quella Cosa che si agitava dentro ai miei pantaloni da quando l’avevamo vista per la prima volta.

Sono salito sull’autobus insieme a lei, ero appena dietro, e nel salire lei muoveva provocante quel suo fondoschiena fasciato dai jeans e ho temuto di non farcela, di tradirmi allungando subito una mano. Ho resistito. Dicevo alla Cosa nei pantaloni: aspetta, non è il momento.
Non che sapessi se e quando ci sarebbe stato, il momento giusto. Quando la Cosa nei pantaloni comanda non è che prima rifletta sulle circostanze, sono io che devo mediare e pensare a tutto, cioè a come poter restare solo con la femmina speciale che ho incontrato. Che noi abbiamo incontrato.

Non dovrebbero fare creature così belle. Poi si pretende che la Cosa non si risvegli.

La ragazza avrà una ventina d’anni. Siede dritta sul sedile, ha tirato fuori un libro dalla borsa, lo sta sfogliando. Non vedo il titolo, da qui, ma non che importi. Per me può trattarsi di un saggio, un libro di scuola o d’amore, proprio non m’importa. Capisco solo che se si mette a leggere vuol dire che ha un percorso ancora discretamente lungo, ma non troppo, perché ogni tanto alza gli occhi e cerca di capire a che punto si trovi.
Mi tengo pronto.
Ecco che si alza per scendere. Protetto da altre persone che pure si alzano, faccio lo stesso. Fuori è buio e freddo, ma io ho caldo, sto sudando, pure le mani mi sudano. Le infilo nella tasche del giubbotto. Quella Cosa nei pantaloni è sempre impettita e impaziente, mi fa quasi male. Sembra aver fiutato il momento.
Proseguo il pedinamento.

La ragazza cammina svelta, ha il passo elastico, si vede che fa sport. Provo a pensare se gli stivali portati a quel modo potranno essere un problema per me. Per noi. Probabilmente no. Provo a immaginare anche la biancheria che indossa, sotto, ci fantastico un po’, ma come sempre poi lascio perdere. Non ha importanza.

Invece si fa strada l’altra domanda, come tutte le volte. Chissà se è una che l’ha già fatto. Io credo di sì. Cominciano presto, le puttane, a farci impazzire. Si concedono, non si concedono, fanno finta di ritrarsi, ti cercano, si negano. Ti guardano con malizia poi non si fanno toccare… lo fanno per provocare. Tanto poi te la danno comunque, vogliono solo farti crepare un po’. Lei avrà cominciato già a 12 o 13 anni a farsi toccare, ci scommetto. Figurarsi, non avrà avuto difficoltà a trovare qualcuno che lo facesse. Quando indossi una minigonna, o una maglietta attillata, quando metti un reggiseno che tira su anche quello che non c’è, e lo metti in mostra, lanci subito un messaggio. Solo un idiota non lo capisce. Loro vogliono essere guardate e toccate, te lo dicono chiaro. Sono tutte così. Vanno in discoteca e sono quasi nude. Io ci sono stato in discoteca. La Cosa che ho nei pantaloni me lo impone, ogni tanto. Tutti quei corpi esposti, sudati, quell’odore di sesso, l’alcool, i movimenti a tempo di musica, quella musica assordante… oh, è meraviglioso. La Cosa impazzisce, letteralmente. Anche io mi faccio prendere. E così, insieme, storditi, ebbri per tanto bendiddio gratuito, fatti di eccitazione anche senza prendere la roba, qualche volta seguiamo una ragazza.
Però belle come questa non ne abbiamo mai trovate neppure in discoteca. E poi lì di solito ci vanno accompagnate o in gruppo, non è semplice. Per strada è più facile trovarle da sole. Poi si deve scegliere il posto giusto, ma quello si trova sempre.

La ragazza con il poncho e il basco ora è ancora più solitaria. La strada si è svuotata, la gente si è riversata nelle case, queste brutte case di periferia uguali alla mia. Tutti hanno varcato la soglia di una vita squallida, una moglie spenta, due marmocchi viziati, il mutuo e altre cose così. La conosco quella vita. Ma a me non piace. A noi piace vivere eccitati, e visto che tutta la vita non può essere sempre eccitante, allora dobbiamo vivere di attimi. La Cosa che ho nei pantaloni si accontenta di poco, un po’ di compagnia, dieci minuti appena di compagnia o anche mezz’ora, dipende dalla lotta. La lotta è finta, naturalmente, ma serve ad aumentare l’eccitazione e dunque il piacere. Tanto la Cosa vince sempre, e lo sa, anche loro, le ragazze, lo sanno.

Io non è che mi diverta proprio sempre, però non posso non esserci. Devo fare quello che mi dice la Cosa. Per non farlo dovrei essere senza la Cosa e questo francamente non mi va. È l’unica compagnia che ho. Senza la Cosa non sarei nessuno, sarei solo. Già un po’ lo sono, non ho amici con cui passare una sera al bar. Tutti dicono che sono strano, silenzioso, ma è colpa mia se non so che dire? Mi verrebbe da raccontare quello che io e la Cosa facciamo insieme, ma dovrei condividere un segreto e la Cosa non vuole. Così sto zitto e me ne sto per conto mio. Con la mia Cosa nei pantaloni che detta legge.

Ora ho capito dove va la ragazza. Ci sono dei casermoni laggiù, in fondo alla strada deserta che stiamo percorrendo. Mi è facile restare nascosto. Nel tempo ho imparato a camminare leggero, come i pugili, come i gatti; lei non mi ha sentito. Se anche si fosse voltata, in un lampo sarei stato dietro un palo della luce, o un’auto parcheggiata, o dentro un portone. Dieci a uno, non mi avrebbe mai visto, se si fosse voltata. Ma non lo ha fatto.

Il casermone è molto illuminato, ci sono i lampioni. Ma l’ultimo pezzo di strada prima di arrivarci è abbastanza oscuro. La Cosa non ha dubbi.
È il momento.

In due salti silenziosi sono alle spalle della ragazza, l’afferro con una mano in vita e con l’altra le tappo la bocca. Lei è stordita dalla sorpresa. Ma per maggior sicurezza le mollo subito uno schiaffone in pieno viso. Il basco era già caduto, i capelli della ragazza seguono il movimento violento del capo e le ricadono sul viso. L’ho gettata a terra, dietro un cespuglio. C’è una specie di giardinetto pubblico qui, squallido come tutto il resto, pieno di fazzoletti e preservativi usati, che fa al caso nostro. Le sono addosso ora. Non ha gridato, ma ora sento i suoi no deboli, tremuli, fintamente spaventati. La solita scena. Fanno tutte così, anzi, qualcuna grida, o ci prova, ma si becca subito un altro manrovescio, o un pugno, e allora comincia la sceneggiata del pianto. Come se non sapessero che la Cosa si eccita ancora di più in questo modo.

La ragazza mi pianta negli occhi i suoi occhi celesti, lacrime enormi si mescolano al sangue che le esce dal naso. Se solo sapesse quanto è bella adesso. Mi dice ti prego, lasciami andare. Non è a me che deve chiederlo, ma alla Cosa, e la Cosa in questo momento non è ragionevole. Confusamente penso che la ragazza mi ha visto bene, le sono troppo vicino, siamo faccia a faccia. Avevo rialzato il bavero del giubbotto e girato la sciarpa intorno al viso, e poi ho il cranio rasato come milioni di altri uomini, ma potrebbe non bastare. Per questo di solito io e la Cosa le ragazze le prendiamo alle spalle. E facciamo tutto di spalle. Non si sa mai.

Questa però mi ha guardato in faccia. Quegli occhi sono così azzurri che li vedo anche nel buio, paiono fosforescenti. Le mollo un’altra sberla e le ordino di chiuderli, che non li voglio più vedere.

Il poncho le si è arrotolato addosso, me ne libero in qualche modo. I jeans sono stretti, lo sapevo, la fasciavano troppo, quel culo perfetto, le belle gambe lunghe e magre. Ma la Cosa non ci bada, già preme per uscire dai miei pantaloni ed entrare in quelli di lei. E io l’aiuto. Ce la faccio, le abbasso i jeans, gli stivali glieli lascio. Lei si divincola, ma io sono pesante, grosso, e faccio pesi. Ho la forza di un toro, nessuno può fermarmi. Sospetto di averle rotto il naso, che continua a sanguinare. Peggio per lei, se faceva meno scena non le succedeva niente. Invece ora urla, addirittura. Ha conosciuto la Cosa, che entra a fatica. Le arriva un altro pugno, poi la mia mano aperta sulla bocca, sul naso spezzato, alla cieca.

Ecco, dieci minuti. Lo sapevo, più o meno tanto dura il tutto, quando più, quando meno. Ho il fiatone come se avessi corso, per un attimo mi sono riversato senza più forza addosso alla ragazza, completamente svuotato. È questo il momento in cui sono più vulnerabile, in pieno KO, e non lo sa nessuno. Nessuna ragazza ha mai approfittato di questa debolezza.

Mi riprendo quasi subito, non posso perdere del tutto il controllo della situazione. La Cosa, rientrata nei miei pantaloni, finalmente tranquilla, ora mi lascia in pace e in pratica devo arrangiarmi. Non mi è per niente di aiuto, in questi momenti.

La ragazza resta dietro il cespuglio, non si muove. Nel buio vedo ancora i suoi occhi spalancati e fosforescenti. Non stanno guardando me, guardano il cielo.

Tra poco nevicherà, lo sento dall’odore dell’aria. In effetti non fa più freddo come prima. Lei non si muove, i capelli lunghissimi sparsi a raggiera intorno al capo. Speriamo che venga davvero la neve. Così ricopre tutto questo sangue che la sporca, che le imbratta il viso, le gambe, i jeans.

Non è mai bello, quando c’è il sangue.

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