UMANITA’ IN MOVIMENTO

Da tanto tempo non prendevo più il treno. Le occasioni si sono ridotte con l’aumentare degli impegni e… l’avanzare dell’età. Non è per buttarsi giù, ma è innegabile che si ha sempre meno voglia di affrontare viaggi brevi e brevissimi, perchè stancano molto e fanno vedere poco. Piuttosto, crisi permettendo, meglio dedicarsi a una bella vacanza rilassante e lunga almeno qualche giorno.

Però capitano anche delle circostanze piacevoli per cui bisogna rimettersi in viaggio, e se anche la trasferta dura poco e le fatiche che ne derivano durano al contrario qualche giorno di troppo, ecco che comunque si parte volentieri.

Questo nuovo piccolo viaggio in treno, a distanza di un bel po’ tempo dall’ultima volta, acquisisce il sapore di un’esperienza avventurosa e divertente, sebbene il percorso sia abbondantemente conosciuto e testato. Ma se c’è qualcosa che ho imparato, spostandomi in treno da che sono nata, è che ogni viaggio è diverso.

In comune fra tutti, per quello che mi riguarda, è l’ansia da ritardo. Quando si devono prendere più coincidenze e i tempi sono stretti sale il timore di arrivare troppo tardi. Capita, è capitato, capiterà. Meglio se non capitasse, ma l’eventualità non è rara. Una volta, studiando un percorso, ho notato un tempo utile per cambiare treno di neppure 10 minuti. Le ferrovie potevano garantimi che ce l’avrei fatta? L’addetta alle informazioni telefoniche si era lasciata scappare un’allegra risata. «Assolutamente no!!», era stata la risposta. Viva la sincerità. Mi è successo anche di vedermi passare davanti agli occhi esterefatti un convoglio partito con un paio di minuti di anticipo.

L’avevo dimenticata, questa ansia da ritardo, come quella di sbagliare treno, o carrozza. Normale. Se viaggiassi in autostrada avrei paura di sbagliare direzione. Quando viaggio a piedi chiedo mille volte informazioni ai passanti.

Meglio non essere sempre sicuri di sé, neanche quando la strada è conosciuta.

Avevo dimenticato anche quanto può essere piacevole osservare l’umanità in movimento, così diversa da quella confinata tra le mura di un ospedale. Hanno movimenti diversi. Quella fuori si muove su itinerari di vita più o meno normale; quella dentro, in movimento ha solo la corsa contro la malattia. La cosa curiosa è che le due sono intercambiabili. Ci vuole poco, a volte niente, per passare da una condizione all’altra. Il che è buona cosa, quando l’umanità interna va fuori; pessima cosa quando accade il contrario.

Guarda come corre l’umanità in movimento, quella fuori. Ognuno verso la sua storia, verso una meta, un universo sconosciuto a chi lo sfiora e non ne fa parte. Mondi inesplorati e inesplorabili, privati, intuibili ma lontanissimi, irraggiungibili per definizione. A meno di misteriose e insondabili deviazioni di traiettorie che portano a incontri impensabili. Non è oggi questo caso. Mi diverto, osservo, ma non faccio incontri strani. Però…

In una stazione di mezzo, mentre passeggio aspettando che arrivi uno dei miei tanti cambi, m’imbatto in una comitiva di persone non vedenti. In tre camminano in fila indiana, altri due seguono distaccati. Il primo della fila si fa strada con il bastone bianco, battendo per terra a destra e sinistra, evitando, ma anche no, gambe e valigie. Alla sua spalla destra è ancorato con un braccio teso il secondo, alla spalla del secondo è ancorato allo stesso modo il terzo. Uno struggente trenino che si fa strada nel mondo oscuro. Gli altri due seguono come possono, forse hanno ancora un residuo di luce negli occhi spenti.

Faccio immediatamente un tuffo nel passato, ai miei tempi di ventenne, quando fra gli amici contavo almeno tre persone con disabilità visiva e altre erano solo conoscenti. Due erano fratello e sorella, per un terribile e crudele scherzo del destino, o per un più probabile malato intreccio di geni. Il terzo aveva solo pochi anni più di me ed era un bel ragazzo atletico che con la luce del giorno distingueva le ombre, e con le ombre della sera entrava nel buio profondo. Quelle persone mi sono rimaste nel cuore per tutti questi anni. Ho passato del tempo con loro, facendo molto poco per aiutarli, quello che potevo, ma ricevendo e imparando tanto. Erano persone positive, solari, con una grande luce dentro. Voglia di vivere, ironia, forza di volontà, determinazione a non farsi sconfiggere dall’handicap, vivere una vita normale. Anzi, migliore. Erano persone che lavoravano, viaggavano sole, qualcuno viveva in piena autonomia, c’era chi andava a sciare in montagna. Niente sembrava poter fermarli o abbatterli. Invece noi «normali», che non siamo privati di nulla, ci lamentiamo e ci arrendiamo alle prime difficoltà. Sono stati una grande lezione di vita per una ragazza di 20 anni. Persone e storie che sono uscite dalla mia vita, ma che non ho mai scordato. Ora che m’imbatto in altre persone che come loro si fanno strada da soli, con coraggio, uno attaccato all’altro, il ricordo vola commosso ai miei vecchi amici.

Nell’oceano dell’umanità in movimento c’è sempre qualcuno che si fa notare. Per esempio non posso evitare di notare le signore sui tacchi. Sono ammirevoli e invidiabili. Come faranno a salire e scendere dal treno o dai sottopassaggi, o a cambiare convoglio in corsa, trascinando bagagli enormi su piccole ruote e ampie borse a tracolla, arrampicate su trampoli alti minimo 12 centimetri? Di questa stagione poi hanno pure ampi cappelli e pellicce. Come si può non ammirare la loro agilità? Certo essere donna non vuol dire solo portare i tacchi ma è nell’immaginario comune che la vera femmina, quando non è nuda, quanto meno cammina su tacchi a spillo.

Incredibili donne, camminano ondeggiando senza inciampare, hanno il trucco perfetto, indossano talvolta gonne corte o leggins e stivaloni. Salgono e scendono da scale e scalini, con i loro bagagli enormi, affrontano i sedili sporchi e la calca umana con disinvoltura, mescolandosi ai comuni mortali come me, che alla moda ho sempre preferito la comodità. Quasi sempre.

Il tempo migliore dei miei tacchi alti è stato tra gli 11 e i 14 anni. Il primo è stato un paio di zoccoli di legno dal discreto tacco sottile, che mentre camminavo ammiravo incantata specchiandomi nelle vetrine, ripetendo a me stessa quanto mi stessero bene, quanto mi facevano elegante, quanto mi facevano «grande». Dopo i 14 anni però ho cominciato a percorrere nel mondo tanti chilometri a piedi, proprio tanti, e addio tacco. Da allora solo l’occasione ha vestito il mio piedino di eleganti altezze.

Nelle stazioni «lavorano», diciamo così, i mendicanti. Fanno parte dell’umanità in movimento, ma pure in qualche modo stanziale. Tra andata e ritorno, in due giorni, ho cambiato sei treni, dunque tre stazioni viste due volte: loro erano sempre là, uguali ovunque. Il primo mi ha praticamente estorto la monetina mentre cercavo di usarla al distributore di caramelle. Il tono querulo, l’insistenza, un mio vago senso di colpa (io cerco le caramelle e costui magari non ha il pane…), mi hanno fatto cedere. Solo che dopo sono arrivati tutti gli altri. Altri uomini e altre donne a mano tesa nel gesto universale dell’elemosina. No, basta. Scaccio via tutti, infastidita come chiunque, e me ne dispiace. Mi dispiace per le donne sopratutto, e poi per gli uomini, per la dignità che non hanno più, per un sospetto di furbizia che m’indispettisce, combattuta tra la compassione, la rabbia, la voglia di capire e aiutare, l’impossibilità di farlo, la paura di essere fregata nell’anima e nel portafoglio.

Non solo umanità. Vedo i cani, magnifici esemplari di Lupo Italiano al guinzaglio di due poliziotti. Animali splendidi dediti alla nostra sicurezza, addestrati alla ricerca di droga o esplosivi per salvare, inconsapevolmente, una fetta di mondo. In cambio di una carezza o di un giochino. Sono bellissimi e commoventi, nel guardarli mi ricordo ancora una volta il motivo per cui amo gli animali. Più tardi li sentirò abbaiare nel sottopassaggio, ma il mio treno in arrivo non mi permetterà mai di sapere cosa sia successo.

Un’altra cosa che non conoscerò mai è il funzionamento del servizio annunci. In ogni stazione la voce maschile che esce dall’altoparlante mi appare sempre la stessa. Con la medesima pronuncia senza inflessioni dialettali, con l’identico, cantinelante modo di unire le parole. Chi è che parla? Un nastro registrato? Non è possibile, a meno di non prevedere a priori i ritardi. E se si tratta di una persona, come fa a ripetere le stesse frasi nello stesso modo in stazioni diverse? Mistero.

E misteriosi sono pure i macchinisti. Nonostante un nonno macchinista di treni locali, nonostante io stessa da bambina abbia provato il brivido di farne partire uno sotto la supervisione degli adulti, nonostante diverse generazioni di ferrovieri nella mia famiglia, continuo a credere che il treno sia dotato di vita propria e che alla guida non ci sia nessuno. Che cammini da solo, che sappia da sé quando e dove fermarsi.

C’è molto altro da osservare nell’umanità in movimento. Ci sono i «tipi» di persona.

Per esempio ci sono gli invadenti. Anche se non scambiano una parola con te occupano il tuo spazio vitale con una buona dose di prepotenza. Oppure, al contrario, attaccano bottone e non te ne liberi più.

Ci sono gli imbranati. Sbagliano tutto, sempre, dall’orario al binario, alla carrozza, non ascoltano gli annunci all’altoparlante, non leggono gli orari appesi ad ogni angolo. Annovero tra gli imbranati, ma un po’ li giustifico, una coppia di spagnoli che hanno preso il treno sbagliato; cioè, la destinazione è giusta, ma il mezzo è di una categoria superiore e i loro biglietti non bastano, troppo economici. La controllora gli comunica il sovraprezzo ma il POS non funziona e si finisce tutti a ridere perchè lo spagnolo dice che è destino, quei soldi non li deve pagare. L’allegria degli stranieri contagia tutti, ma alla fine bisogna che paghino. In contanti.

Ci sono i ritardatari. Eccone alcuni, corrono, urlano «fermo, maledetto!», e tu pensi che stiano quanto meno inseguendo un ladro, invece quelle urla sono gli improperi rivolti al treno che ha avuto l’ardire di partire puntuale. Non in anticipo, come è toccato a me, quella volta.

Poi ci sono le coppie improbabili, quelle che ti chiedi come hanno fatto a scegliersi e prendersi, tanto appaiono stonati insieme. Per esempio lei è molto carina e lui tu non te lo prenderesti manco se fosse l’unico uomo al mondo. Vabbè, fatti loro. Non è dall’apparenza che si deve giudicare una persona. Ma resta l’innocente curiosità di scoprire su cosa si basano certi legami…

Dato il periodo nell’umanitò in movimento ci sono anche le maschere di Carnevale. Non tante, si vede che la crisi (sempre la crisi!!) morde. C’è un Braveheart coraggioso, a gambe nude sotto il kilt nonostante il gelo, e un guerriero medievale con tanto di spadone che invece scommetto sotto il costume di nylon ha nascosto un doppio strato di lana. E c’è una coppia del Settecento con vestiti uguali: sfarzosi, eleganti, ingombranti, parrucca bianca, maschera di pizzo nero. Uno spettacolo.

Poi c’è quello che somiglia così tanto al cantante famoso che non sai se chiedergli l’autografo rischiando la figuraccia o fare l’indifferente rischiando l’occasione persa. E nel dubbio rinunci, ma con un po’ di rammarico.

Poi ci sono le donne ferroviere. Capotreno, controllore, in grande maggioranza rispetto agli uomini. Belle, determinate, truccate, semplici ed eleganti anche in divisa. Il mondo ormai è delle donne, non c’è settore del lavoro che non le veda coinvolte. E sanno affrontare con grinta ogni situazione. Anche un treno fermo per un guasto in galleria. Mannaggia, a luci spente. La giovane capotreno è in ansia, avverte la responsabilità, non riesce a stare seduta, continua a riaccendere le luci manualmente, si mette in contatto in continuazione con macchinisti e stazioni con un cellulare (ma come si faceva quando i telefonini non c’erano?), chiede alla coincidenza di aspettare il carico di passeggeri che devono rientrare a casa. Ansiosa, ma efficiente e con un tocco di cuore. Una donna, appunto.

Torno a casa soddisfatta. L’umanità in movimento mi ha, come sempre, arricchita.

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