IO E L’ERUDITA

ERUDMi sono sempre chiesta cosa fare dei miei racconti. Ne ho scritti tanti, da quando ero una ragazzina. Certo quelli di allora hanno valore puramente di rimembranza, o affettivo, più che letterario. Notevoli se si vuole, per l’età che avevo quando li ho scritti, per la proprietà di linguaggio (nonostante qualche inevitabile inflessione gergale), per la capacità di costruzione logica, perfino per la fantasia, ma pur sempre raccontini di poco spessore.

Nel tempo, come capita per ogni attività che si pratichi costantemente, qualcosa si è migliorato e i racconti successivi si sono rivelati un po’ più dignitosi. Qualcuno ha vinto un premio, qualcuno si è classificato bene ai concorsi letterari, più di qualcuno è stato pubblicato. Ma cosa sarebbero stati, se messi tutti insieme?

Potevano forse, quei racconti, incasellarmi in un genere letterario? Mi pareva di no, che non entrassero in filoni definiti.

Potevano avere un filo conduttore? Io non ce lo vedevo, al di là forse di una onesta capacità di immedesimazione che da sempre mi porto dietro: quando faccio parlare un personaggio io «sono» quel personaggio. Però i miei personaggi sono vari: animali di tutti i tipi, bambini e vecchi, uomini e donne, oggetti, situazioni. Niente che si riproponga.

Perfino il tono della narrazione è vario, di racconto in racconto. Alcune volte si ride, altre si piange, altre si riflette.

A dirla tutta, insomma, volendo cedere alla vanità di affibbiarmi una identità di scrittrice non avrei mai saputo dare del mio modo di scrivere una definizione precisa.

Il primo a consigliarmi di radunare i racconti e inviarli a un editore è stato il solito Giulio Mozzi. Amico ormai da più di un decennio, sebbene le frequentazioni siano diminuite per i casi della vita, già 4 o 5 anni fa mi spinse a fare il passo più arduo. Far circolare i miei scritti, farli conoscere, mandarli in giro. Prima o poi qualcuno li avrebbe voluti.

Lo ammetto, sono stata scettica da subito. Per i motivi di cui sopra, perchè sono ipercritica nei miei confronti, per l’ingenuità che vedevo affiorare qua e là nei brevi testi, ho pensato che sarebbe stato inutile. Non mi sembrava opera interessante per un editore, in confronto ad altre penne che meritavano più di me di essere pubblicate.

Però l’ho fatto. Un po’ alla volta, modificando di volta in volta la raccolta nel contenuto e nella forma, ho spedito a concorsi, editori e a quanto mi dava l’impressione di poter tentare.

Un NO secco e motivato ad un premio prestigioso, un paio di anni fa, mi aveva convinta che ero nella ragione. Troppo strambi i miei racconti, forse ingenui, troppo indefinibili per essere giudicati degni, nonostante i loro singoli riconoscimenti.

Lo pensavo, senza troppo rammarico, e tuttavia dicendomi che in fondo era un peccato.

Forse per questo, o perchè quasi tutti quei racconti racchiudono un ricordo, un anneddoto, un’emozione, ho continuato a cercare di dare un volto a una raccolta che li racchiudesse. Ho selezionato, scartato, scelto con un certo, sia pur vago, criterio. Ho cercato di alternare il sorriso alla lacrima. Ma soprattutto ho scelto i racconti che dicono qualcosa a me stessa.

Alcuni hanno già vinto qualcosa, e sono lì perchè mi ricordano momenti emozionanti. Altri non hanno vinto niente, non sono piaciuti o non sono mai circolati. Ma piacciono a me. Con tutti i loro difetti e ingenuità.

Una raccolta così composita di solito non trova spazio nel difficile mondo editoriale, non si guadagna gradimento, non riscuote successo presso gli addetti ai lavori. Piace di più il romanzo, la storia di largo respiro. Anche se l’esperienza mi ha insegnato che tanti lettori gradiscono la forma narrativa breve. E che in rete si trovano molti concorsi per racconti molto più che brevi.

Ma come sempre faccio poco caso alle logiche e alle probabilità. Preferisco seguire l’istinto senza ragionarci troppo.

È stato così che mi sono imbattuta nel concorso di una casa editrice dal nome curioso: L’Erudita, si chiama, e si presenta come una donna che guarda lontano anche senza occhiali, che viaggia per mete sconosciute e trova luoghi in cui i sogni si realizzano. Soprattutto, l’Erudita afferma che i libri migliorano la… vista.

Il concorso, come la maggior parte dei concorsi letterari è rivolto a varie sezioni, e c’è la possibilità di inviare anche una raccolta di racconti. Addirittura pure in catalogo c’è una collana dedicata! La cosa mi è piaciuta, come tutta la presentazione della casa editrice, rivolta al femminile. Scoprirò poi che a capo ci sono pure tre donne, che cosa bella… Anche le collane sono personalizzate al femminile (l’Istantanea, l’Incantata, l’Eterea e così via). Non ci ho proprio pensato tanto. Ho spedito l’ultima versione della mia raccolta, quella con i racconti a me più cari. E pazienza se non tutti sono inediti, in fondo sul bando non è specificato che debbano esserlo per forza. Tanto non succederà niente, figurati se scelgono proprio me.

E invece.

Invece mi hanno scelto, e i miei racconti si ritrovano a essere finalisti insieme ad altri due romanzi. Mi viene data anche la motivazione della selezione, che per me vale una vittoria e che continuo a rileggere perchè mi sembra troppo bella.

«Per le mille sfumature che questa raccolta di racconti propone con una scrittura impeccabile; dalla delicatezza alla sofferenza, dall’humor al sapore favolistico, dalla poesia all’amore che travalica il senso comune. Storie a volte improbabili, altre realistiche, ma sempre intrise di un profondo senso umano e, proprio per questo, profondamente eterogeneo.».

È un po’ quello che ho sempre aspettato di sentir dire dei miei racconti, quella definizione che io non sapevo darmi, quel filo conduttore che non sapevo trovare. Il mio premio è già questo.

Non lo so quale gradino del podio mi sarà assegnato, non è dato saperlo in anticipo. Il mistero si risolverà domani, durante la cerimonia di premiazione, a Roma.

Per ora continuo a pensare che i miei racconti siano strani, inclassificabili e tutto quello che ho già detto. Anche se arrivassero «solo» terzi e non vincessero niente credo che potrei accontentarmi della sola motivazione, e ringraziare colui (o colei?) che l’ha pensata e scritta, che è riuscita a trovare un senso dove io stessa non ce lo vedevo.

Domani ci sarò, a Roma. Vada come vada: magari farò il viaggio per niente, tornerò a casa con in mano un nulla, e avrò perso tempo e i soldi del viaggio. Cosa volete che dica? Comunque andrà, sarà stato un successo!

 

 

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2 Risposte to “IO E L’ERUDITA”

  1. pedalopoco Says:

    Eeeeevvvvvaaaaiiiiiii!!!!!!
    Grandissima!!!!!

    … E adesso devi raccontarci pure come è andata……

    Ciao

    peda

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  2. ramona Says:

    Caro peda, è andata come previsto, sono arrivata terza, ma per il resto non ho nulla da raccontare: il tutto è stato organizzato in modo un po’ deludente e non mi ha portato niente, se si eccettua una giornata passata in compagnia di una cara amica al di fuori dell’ordinario (il che non è poco, comunque…). Va bene così, si riparte! un bacio, fatti sentire!

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