21 GIUGNO: UCCELLACCI E UCCELLINI

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Sono tornate le rondini.

Semplicemente. Prima non c’erano e ora ci sono. Niente di strano, si dirà, le rondini sono uccelli migratori, trascorrono interi periodi dell’anno dall’altra parte del mondo. Certo, solo che la cosa strana è che qui, sotto i tetti di questo ospedale,  le rondini non si vedevano da tanto, tantissimo tempo.All’inizio erano i piccioni, o colombi che dir si voglia. Sfacciati, curiosi e per niente timorosi, si affollavano su finestre e balconcini delle stanze di degenza, sicuri che qualche paziente, mosso a compassione, per un attimo dimenticasse la propria condizione e allungasse una briciola, un biscotto, una mollica di pane. Si sa, l’animale riesce a suscitare nell’uomo l’istinto di protezione. L’umano malato poi, pensa che quella creatura così piccola sarà pur fortunata a poter volare, ma chissà come dev’essere dura procurarsi il cibo in questi ambienti. Povero piccolo, mangia e vola, anche per me, che invece resto pesante nel mio dolore. E torna a trovarmi.

Il piccione di solito tornava, magari non era proprio quello, forse qualche suo parente a cui aveva trasmesso il messaggio che lassù, a quella finestra dei piani alti, si mangiava. O forse era un’altra famiglia, chi lo sa, vai a distinguerli, benedetti volatili, sembrano tutti uguali. Comunque il fatto che ci fosse qualche pennuto sempre in gentile richiesta dava un senso alle giornate di tante persone costrette altrimenti a contare ore interminabili e per lo più ansiose.
Ma i piccioni, come è noto, lasciano un segno del loro passaggio senza tanti riguardi, e presto una ferma richiesta ai degenti ha proibito loro di sfamare gli animali sui balconcini. Non è igienico, si sosteneva. Cosa si sapeva, allora, della pet therapy? Nulla.

Sarà stato per la drastica riduzione di cibarie, sarà stato che i piccioni si sono stancati della cattiveria umana (si saranno detti: ma noi, che male facciamo? Regaliamo compagnia in cambio di una briciola e voi ci cacciate!), fatto sta che d’un tratto sono spariti dai confini ospedalieri.

Al loro posto, le cornacchie.

Centinaia di cornacchie.

Il loro gracchiare era ormai inquietante. Al mattino presto, soprattutto, e al calare della luce, il cielo sopra i tetti del nosocomio era nero, lo spazio aereo riempito da stormi di questi uccellacci che di gentile, poveri loro, non hanno niente. Nemmeno la voce, appunto.

L’impressione era, a volte, di ritrovarsi in quel celeberrimo film di Hitchock, Gli uccelli, dove le bestie diventavano assassine. Cioè, roba che se uno ci pensava almeno un po’, non riusciva a restare tranquillo e se era nel parcheggio si precipitava in fuga verso la macchina, temendo un assalto dalle alte quote.

Le cornacchie non cercavano cibo ai balconcini. Saltellavano nell’erba e ogni tanto le si vedeva con qualcosa nel becco. Rifiuti? Vermi? Piccole prede o… resti di qualcosa?

Meglio non chiederselo.

Chissà dove avevano il nido. Non si è mai saputo. Di certo si moltiplicavano, e non se ne andavano mai, né d’estate né d’inverno. La cornacchia non è un uccello migratore. C’è chi dice che sia uccello del malugurio e che insomma, forse non era il caso di affollarsi così davanti a un luogo di sofferenza.

Le cornacchie hanno dimostrato di essere animali intelligenti, anche se un po’ lenti di comprendonio. Ci sono voluti degli anni, ma poi se ne sono andate. Dove non si sa. Centinaia di uccelli, forse migliaia, spariti.

Però sono tornate le rondini.

Avevano fatto una comparsa qualche tempo fa, poi più nulla. Di colpo, sentendo i loro gridi, si realizza che ci sono. E che è tornata primavera. Vabbè, diciamo che ormai è estate, al suo primo giorno di lavoro. Una volta la rondine arrivava a san Benedetto e si fermava sotto il tetto. Ma qui a san Benedetto c’era ancora la neve, e per trovare calore queste sensibili bestioline più che sul tetto sarebbero dovute andare nelle canne fumarie e infischiarsene del fumo.

Evdentemente radio migrazione libera le ha informate che non era ancora ora di arrivare. Altro che le nostre previsioni del tempo. Mica ci avevano sbagliato, le loro, non dicevano «sole» se invece era «pioggia». E dunque con la valigia pronta la sciarpetta restava intorno al becco e le ali ripiegate, nel lontano e caldo Paese che ancora le ospitava in un tardivo autunno.

Ecco, le rondini fanno allegria. Sfrecciano sfiorando le mura dell’ospedale, vicinissime, ma non si fermano a mangiare le briciole dei pazienti e non le vedi saltellare sull’erba rovistando qualcosa con becchi rapaci. Mangiano in volo, non hanno tempo di fermarsi. Le rondini si sa dove fanno il nido, ma non disturbano e anzi, le si vuole proteggere.

Non cantano come usignoli o canarini, loro gridano, ma è un grido di gioia, di calore, che prima di andare verso il sole scalda i cuori intirizziti dall’inverno e riesuma sorrisi.

Meno inquietanti delle cornacchie, meno sfacciate dei piccioni, balenano fulminee mostrando la pancia argentata. E ci si accorge che la stagione è di nuovo bella e calda, altrimenti loro non sarebbero qui.

Benedette, anche se non venite proprio il giorno di san Benedetto.

Mentre le rondini strillano di gioia vicine ai tetti, laggiù nell’erba un’unica cornacchia solitaria saltella qua e là con qualcosa nel becco.

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