VACANZE

 

1 la spiaggiolaAnche stavolta la pausa estiva per me è finita. Le ferie sono un sacrosanto diritto, in particolare quelle estive. È il momento in cui ci si ricarica, ci si lascia alle spalle tutte le beghe di lavoro, le fatiche e lo stress. Il momento giusto per ossigenarsi, rigenerarsi, riposarsi, riattivare le funzioni di una vita normale. Insomma, quasi normale. Quando si va fuori per una vacanzina, infatti, si conduce un ritmo di vita che non è proprio di tutti i giorni… magari lo fosse!

Ma chi se ne impipa se magari ci si stanca di più che andare a lavorare… è un’altra cosa! Niente corse qua e là con l’orologio sotto agli occhi, niente ferree regole da seguire, specialmente in caso di dieta perenne, niente attenzioni all’aspetto o, viceversa, una cura particolare, osando look che in città manco ti sogni.

Libertà assoluta. O giù di lì.

Soprattutto si ritorna padroni del proprio tempo e si finisce per diventare più osservatori del mondo. Questo è quello che succede a me. E di queste vacanze appena finite mi voglio ricordare alcuni spunti di riflessione.

L’uomo con la gamba artificiale. Tra i cinquanta e i sessanta, fisico prestante e una protesi simile alla gamba di un manichino che spunta dal costume da bagno. Non si può fare a meno di notarlo, anche se fissare la gente non sta bene. Io guardo la protesi affascinata. Non ha niente di moderno, sembra proprio una semplice gamba finta, con un’articolazione al ginocchio e una alla caviglia che però non sembrano molto mobili. Quello che più mi colpisce è l’attaccatura. A che cosa è attaccato un arto come quello? Direttamente al bacino, direi, dato che scompare alla vista appena sotto il costume. E come sarà attaccato? Non lo so. Non mi do risposte perchè nel frattempo vedo che l’uomo si alza dalla sua sedia e si dirige in mare. Porta la sua gamba finta insieme a quella vera in acqua, e non si accontenta di bagnare l’unico piede sensibile, ma procede con un po’ di fatica verso il largo. È pesante, quell’arto fasullo, non si piega come dovrebbe, e soprattutto non sente il fondale pietroso, non sente il fresco dell’acqua salata. È faticoso lottare contro la corrente, eppure l’uomo avanza. In qualche modo riesce a bagnarsi tutto, ma non riesco a vedere se ha nuotato. Se lo ha fatto, per me è un eroe.

Non voglio stare là a fissarlo come un ebete, ma lo ammiro in modo incondizionato. E sono contenta per lui perchè è dotato di questa forza. Una donna è al suo fianco, si scambiano tenerezze e non c’è pena o pietà fra loro. C’è amore.

Uomini disinvolti. Pensare che una volta il bikini era vietato in spiaggia e osservare gli uomini che oggi cambiano il costume da bagno in pubblico, è un tutt’uno. I tempi cambiano. I topless non fanno più scandalo, e comunque non ne vedo in giro. Ma di uomini con chiappe e altro al vento ce ne sono eccome e non hanno nemmeno il riparo di un asciugamano, solo quello del sole e dell’indifferenza, vera o presunta, della gente. Certo non c’è esibizionismo, sono solo padri di famiglia con mogli e pargoli, ma mi chiedo se davvero siamo arrivati al punto che il nudo non ci fa più effetto. O se il pudore è un ricordo antico prerogativa delle donne, che ancora si riparano se devono fare un cambio di costume. Povero nudo maschio, assai poco virile in questi frangenti, censurato al cinema e sbandierato al vento in una tanquilla quotidianità vacanziera.

Uomo in rosa. A proposito di corpo maschile. Lo slippino rosa shoking aderente non dona mica a tutti. Ma questo ragazzo ha il fisico scolpito dalla palestra e la pelle abbronzata da giovane dio del mare. Caspita. L’effetto è strepitoso, ovviamente. E ovviamente non passa inosservato. Molti occhi lo seguono mentre va a tuffarsi in mare. E dopo, quando esce, anche più occhi contano le goccioline d’acqua che scivolano sul suo corpo mentre ritorna all’ombrellone. Occhi di femmine, naturalmente. Poi di colpo un silenzio di respiri interrotti intorno a un punto interrogativo grande come una casa. Perchè il ragazzo con lo slip rosa, nella sua perfezione, ha un grosso difetto. Ha una fidanzata (o moglie) che è tutto meno che dotata di un fisico da miss. Piccola, più che rotondetta, forme che seguono la legge di gravità nonostante la giovane età. Da non credersi. Ma io ci credo. Perchè la bellezza deve essere sempre accompagnata dalla bellezza? E chi lo dice che bisogna essere belli per essere visti, scelti e amati?

Pance. Di tutti i tipi, di tutte le fogge. Larghe, molli, tonde, prominenti. Da carboidrati e da birra. Da gravidanza e da menopausa. Una ragazza senza forme, magra come un grissino, ha una pancia molle, abbondante e cadente, pure cellulitica, lei che altrove ignora cosa voglia dire cellulite.

Un universo di pance che ti fa sentire a casa, al sicuro tra tuoi simili. Non è vero che il mondo è dei magri. Il mondo è di uomini e donne con la pancia, a dispetto della crisi. Anzi, proprio a causa del periodo la pancia è rassicurante. In tempi di carestia economica avere la pancia, per qualsiasi motivo, è segno di distinzione, di benessere. Certo, ogni tanto ci si imbatte in qualche ragazza ultrapiatta, maledetta lei… ma l’invidia non prevarrà, noi ci teniamo le nostre pance e saremo felici.

Libertà. Gli spazi aperti mi danno senso di libertà, e più aperto del mare può essere solo il cielo. Quando i due si incontrano, in un luogo che sa di infinito, mi riempio l’anima del senso assoluto di libertà. Non conta se il mare di fronte a me è solo un piccolo bacino e non un oceano. Non conta neppure se al di là riesco a intravedere come in un miraggio, o in una magia, le montagne di un altro Paese. L’occhio spazia lontano, non è costretto fra confini opprimenti, e il movimento delle acque azzurre rende più ampio il respiro, allarga i polmoni, dilata il cuore. Sento che potrei volare.

I colori sono poi il completamento dello stato di grazia. Azzurro pulito che si miscela fra cielo e mare, al tramonto sbiadisce lievemente, tono meno tono, per dar spazio al rosa e poi al grigio argentato del crepuscolo, fino a che non sopravviene una notte mai veramente buia.

La terra invece è rossa, i campi gialli già riarsi in un inizio d’estate del sud. Mentre un po’ più a settentrione, ma ancora distanti del freddo nord, è un tripudio di girasoli sul verde di colline con i piedi in ammollo nel blu di un mare ancora accettabile.

Colori, spazio, libertà. Vita.

Nuotare. Scoprire che sono ancora capace di nuotare. Nel mio modo buffo e prudente mi sposto nell’acqua e mi stupisco: ero sicura che sarei rimasta ferma, oppure affondata. Invece una bracciata dietro l’altra attraverso la baia, e torno pure indietro. Una specie di miracolo. Il cuore mi batte a mille, non sono abituata agli sforzi fisici, ma quasi non mi accorgo che sto facendo uno sforzo. L’acqua qui è cristallina, leggera, ti sorregge anche se non lo vuoi. Riaffiora un ricordo di un brutto momento di anni addietro, in mare, che mi è quasi costato caro; non posso farne a meno, e la vertigine mi assale quando penso che sotto di me il fondale è almeno a dieci metri, e lo vedo. Temo di riprovare quel panico, e un po’ si rovina l’attimo meraviglioso. Chissà se riuscirò mai a riprovare la fiducia nell’elemento, il mio elemento, che ora mi abbraccia invitante.

Pesci. I pesci fanno allegria, nuotano fra le gambe, vengono a curiosare. Ce ne sono di piccoli e colorati, dicono che mordicchiano… e ce ne sono di un po’ più grandi e sfacciati, che appena metto piede in acqua, a due passi dalla riva, si affollano intorno ai miei piedi. All’inizio mi divertono. Come ad un richiamo, come se lì sotto sentissero il mio odore, accorrono subito. Ma cosa vorranno da me? La mia fantasia trasforma il gioco dei pesci in un racconto dell’orrore che magari, prima o poi, vedrà la luce. Intanto, nel dubbio, porto a riva i miei passi.

La vecchia casa. È quasi un rituale che ogni tanto va ripetuto. Non tutti gli anni, ma di tanto in tanto. Riscoprire le radici attraverso la facciata di un edificio che è stato casa mia. Una sorta di pellegrinaggio. Quella non è più casa mia. Non era neanche una bella casa, la rivedo con gli occhi di bambina e poi di adolescente, alla luce degli anni trascorsi. Vista da fuori non ha più niente che si avvicini ai miei ricordi. Forse il terrazzino, sì, era quello; sembrava più largo, invece non è niente di più che una piccola sporgenza. La mamma ci coltivava le fresie. Il portone non è più lo stesso, ed è chiuso. Una volta restava sempre aperto, forse era pure un po’ scassato. Il fatto che oggi sia chiuso mi impedisce di vedere l’interno. Pagherei per farlo, per prendere atto che nulla resta uguale a un ricordo. Per diventare grande, una volta per tutte, in un’altra vita.

Disabilità. Una grande tavolata al ristorante. Visi di giovani che non cresceranno mai, chiusi nella prigione di un difetto genetico che li fa diversi, e perciò speciali. Fanno casino, ridono, parlano a voce alta, vogliono essere ascoltati. Non stanno fermi sulla sedia, ma fanno festa a tutto quanto di buono viene portato in tavola. Splendidi gli accompagnatori, per il solo fatto di averli portati lì, a mangiare in riva al mare. Poi succede. Uno dei ragazzi, nell’enfasi di qualche discorso o forse solo per la naturale goffagine dei suoi cromosomi, fa cadere qualcosa, forse l’acqua, forse la coppa con il gelato, prima sul tavolo poi per terra. In un istante lo smarrimento si dipinge sul suo viso, forse si attende un rimprovero. Invece gli accompagnatori lo acclamano ridendo e tutto il ristorante esplode in un applauso festoso.

Ambulanti. Non ci si può esimere dalle visite degli ambulanti stranieri mentre si prende il sole sul lettino in spiaggia. Sono tanti, provengono da tutto il mondo, specie quello più povero. Guardarli in fondo è un piacere, come anche fare due chiacchiere con qualcuno di loro. Vorrei sapere dei loro Paesi, delle loro vite lì, del come sono giunti, da così lontano, in questo piccolo Stato in crisi che per loro è forse quello che l’America era per i nostri nonni emigranti.

C’è il ragazzo africano, nero come la notte, che vende libri che parlano del suo continente. Non faccio in tempo a posizionare il telo da mare al sole, il primo giorno, che ecco, lui è qui. Mi parla, mostra libri di fiabe africane per bambini, ma se gli dico che non ho figli trova subito libri per grandi. Mi parla di un famoso poeta africano, e ha lì il suo libro di poesie. Gli dico che ho comprato ancora libri come quelli, e lui dice che sì, si ricorda di me, era lo scorso anno… sappiamo entrambi che non è vero ma trovo divertente questa piccola furbizia e gli compro un volumetto. Quando ripassa qualche giorno dopo e mi vede con il libro in mano sorride e dice «Brava, leggi, leggi!».

Poi ce n’è un altro che nell’ora più calda stramazza su uno dei lettini vuoti. Penso che sia morto, non si muove più, sto per alzarmi allarmata e andare a controllare, ma lo vedo alzare il braccio come a farsi vento. Anche gli africani soffrono il caldo.

Poi c’è l’indiano «di Calcutta», specifica, che con un bellissimo sorriso e la solarità della sua gente si ferma a chiacchierare e intanto mi mostra la sua merce preziosa, collane, orecchini, braccialetti. È davvero simpatico, parla volentieri, racconta un po’ di sé. E sorride sempre. E intanto io compro un paio di orecchini e una cavigliera. Lui mi lega un cordino colorato al polso, mi dice di esprimere un desiderio e mormora un augurio nella sua lingua. Peccato, il desiderio non mi si è avverato, io ci avevo creduto.

Poi c’è quello che vende un pezzo di stoffa che chiama pareo, e dice che ci sono 11 modi per indossarlo. Me lo mette addosso e comincia a mostrarmeli. Avrà 18 anni, parla poco, sa solo contare i vari modi mentre mi drappeggia lo straccetto addosso, assai delicatamente, attento a non sfiorarmi. Mi sento elegante come una donna indiana, e lo compro. Ma non mi ricorderò mai più di uno o due modi di vestirlo. E in fondo non è che mi stia proprio bene, ma vabbè.

E le donne. Coloratissime, spesso bellissime, nere come l’ebano, camminano con la merce sul capo che non cade mai, portano meravigliose treccine che si offrono di fare alle bambine e donne europee. Le quali, se sono tutte come me, invidiano ferocemente il loro portamento e la loro bellezza.

Molto mondo si vede sotto gli ombrelloni, sulle nostre spiagge.

La tartaruga. Due ragazze spingono un carrellino che trasporta un contenitore di plastica, grande, contenente acqua e… qualcos’altro. La gente guarda, sorride e fa foto. Decido di seguire anche io il carrellino che procede veloce fin dove può e poi viene trasportato a mano. Arriviamo, insieme a una piccola folla, in una caletta. Una rete delimita uno spazio non grandissimo ma nemmeno troppo piccolo dentro l’acqua. È l’ospedale di riabilitazione delle tartarughe ferite. Nel contenitore di plastica c’è infatti un maschio di tartaruga raccolto ferito, curato e ora liberato nella recinzione per riabituarsi alla vita all’aperto. L’animale, sostenuto dalle due ragazze, muove le zampe pinnate mentre è ancora nelle loro braccia. Ha fiutato l’odore del mare, vuole sentirselo addosso. È un istante di commozione vera. Messo in acqua nuota immediatamente verso il largo, ma trova la rete. Ostinato resta lì a combattere ma senza risultato. Deve rimanere nel recinto per qualche tempo, poi gli apriranno la via per il mare. Nessuno può spiegarglielo e lui resterà lì, senza capire perchè, a un solo passo dalla libertà.

 

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2 Risposte to “VACANZE”

  1. Pedalopoco Says:

    io al mare ci sono…. 🙂

    in attesa di farmi tagliuzzare….

    a presto

    ciao

    peda

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  2. ramona Says:

    goditi la vacanza e… non avere paura. Andrà tutto bene.

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