L’ARTE NELLE VISCERE DELLA TERRA

3Un agosto bollente brucia la buona volontà. Caronte, l’anticiclone africano, è arrivato prepotente anche nei luoghi che dovrebbero essere freschi per antonomasia, come la montagna. Le dolomiti infatti ribollono anch’esse, da qualche giorno, e anche se nei boschi si trova un po’ di sollievo, il problema è arrivarci, nei boschi, senza dover attraversare prima sentieri esposti al sole o valli afose.
Io però ho trovato un posticino fresco e umido come pochi, di questi tempi, e non lontano da casa. In più mi sono goduta, oltre allo spettacolo della natura, anche uno spettacolo musicale originale e coinvolgente.
La natura è sorprendente. Fai poca strada e ti ritrovi in una meraviglia.C’è un sentiero che porta verso la montagna, da dove puoi anche prendere l’alta via, se sei un appassionato. All’inizio è quasi una strada, ci cammini bene. Dopo una decina di minuti incroci un bivio, che porta ad altri sentieri, ma appena dopo il bivio inizia un sentierino che in altri tempi era quasi nascosto, ma ora, grazie all’attività appassionata di associazioni locali, è stato trasformato e reso visibile e percorribile quasi da tutti. Diciamo che bisogna essere almeno un poco allenati e attrezzati, ma bastano anche le comuni scarpe da ginnastica. Il sentiero, allargato e battuto, scende, in modo piuttosto ripido, nel bosco. Ci sono curve e scalini per attenuare la pendenza, che resta comunque discreta, ma affrontabile. Quando si arriva si resta senza fiato, e non per la fatica, ma per quello che si presenta davanti agli occhi. Siamo scesi nelle viscere della terra, o così sembra. In realtà è una forra, una gola, si chiama Bus del buson, dove migliaia (o milioni?) di anni fa scorreva il torrente Ardo, che poi ha deviato il suo corso. Quello che il torrente ha lasciato è affascinante e spaventoso. Le pareti di roccia sono scavate dalle acque, hanno anfratti lisci, a strati, sono vicinissime tra loro. Di certo ci sono anche molti fossili, la gola stessa ha l’aspetto di un fossile. È buio, siamo in profondità, e la temperatura non è quella di superficie. Qui non ha niente dell’agosto bollente di qualche metro più su: fa quasi fresco e l’umidità è pesante. Quasi che l’acqua che non c’è più voglia comunque far ricordare che qui era lei la padrona. Il terreno è scivoloso, umido e franoso. In fondo siamo nel letto di un torrente. Ci mancano i pesci.

Niente pesci, è l’ora di abbinare allo spettacolo della natura lo spettacolo dell’uomo che produce arte. Il silenzio della gola fa impressione, ma qualcuno si è accorto tempo fa che dove lo spazio si allarga fino a sembrare un imbuto rovesciato, i suoni si amplificano e si trasmettono come in un teatro. Come forse accadeva nell’antichità, quando il popolo si riuniva ad ascoltare i discorsi degli oratori in arene senza microfoni, senza cavi o altoparlanti. È un auditorium naturale, fatto di pietra.
Perciò si è pensato di utilizzarlo per portare spettacoli umani in questa cornice molto più che insolita. Ed è stato subito successo.

Oggi ci sono anche io, per la prima volta. Provo un leggero senso di claustrofobia, mentre cerco un posto a sedere. Alla scomodità del luogo si è cercato di porre rimedio in modo naturale. Sui pendii della forra, sulle frane pietrose, sono stati messi dei tronchi tagliati, a mo’ di sedile, ma vanno bene anche i sassi più grossi. Nei punti più alti bisogna un po’ arrampicarsi, ma ci si arriva. Il mio posto è davanti allo spazio angusto in cui avverrà l’esibizione. Niente palcoscenico, nemmeno un palchetto. I due artisti sono appollaiati sulle rocce.
C’è un sacco di gente, chi in tenuta quasi da spiaggia, chi da montagna, c’è chi ha lo zaino e chi le infradito (coraggioso!!), chi una canotta minima e chi il pile. Ci sono bambini, cani e persone anziane. C’è posto per tutti, in questo anfiteatro oscuro.

Il buio, l’umidità, le alte pareti sono la causa della claustrofobia, ma dura poco. Lassù, in alto, il sole ricorda che anche se in questi meandri ci arriva solo di striscio, lui c’è.
Tanto per non farmi mancare nulla, provo a chiedermi se queste pareti reggerebbero a un terremoto… Figuriamoci: quanti terremoti si sono verificati in milioni di anni? E loro sono ancora qui a prendermi in giro.
Ok, mi rilasso e attendo l’inizio dello spettacolo. Ecco qua, ci siamo. Due ragazzi davanti a me, senza orpelli, senza lustrini. Uno è armato di due strumenti a corda che imparerò si chiamano chitarra barocca e tiorba. L’altro, lo scoprirò presto, è armato della sua sola voce. Potente, cristallina, si alza in un falsetto che si diffonde fra le pareti di pietra e arriva a tutti, senza microfoni. E di colpo l’atmosfera arretra in un passato rinascimentale e barocco, perchè è questo lo stile che stanno presentando i due giovani. Musiche antiche miscelate a musiche moderne in un’armonia che ben s’intona all’ambiente. La bella voce si alza in note che salgono attraverso lo stretto camino, la musica di due strumenti così insoliti l’accompagna, oppure diventa a sua volta protagonista in assoli incantevoli e fuori dal tempo. È quasi una magia. Le canzoni tradizionali napoletane fanno il resto, con la passione e il romanticismo che solo loro sanno trasmettere. Il dialetto napoletano può apparire un po’ fuori luogo in questa zona, in questo ambiente, nelle viscere della montagna veneta. La gente (oltre 300 persone, a occhio), per lo più non capisce le parole, ma non se ne cura. La musica, il canto, sono universali, e la mimica del cantante fa il resto. Gli applausi non sono a comando, sorgono spontanei e sono tutti meritati. Pure un cane si fa sentire contento e abbaia alla fine di un lungo applauso.

I due artisti si fanno chiamare Soqquadro italiano, e da quel che capisco il nome è ben azzeccato, dato che hanno saputo mescolare stile e tempi storici fondendoli alla perfezione in qualcosa di diverso.

I bis sono scontati, nonostante l’oscurità avanzi. E si chiude con applausi meritatissimi.
Bravi.

Poi si risale in superficie, in una lunga coda ordinata. Appena fuori dagli anfratti si riaffaccia prepotente il calore estivo, così anomalo a queste latitudini. Sembra di emergere su un altro mondo. La scarpinata è ripida, ma mi accorgo di non avere poi troppo fiatone, meno male.
Tutto sommato, potrei ritornarci. Spero presto.

 

altre foto:  http://www.magicoveneto.it/Belluno/Schiara/Bus-del-Buson-Ardo-Schiara.htm

il sito dei Soqquadro Italiano:  http://www.soqquadroitaliano.it/#/home_page/palm_sunset

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4 Risposte to “L’ARTE NELLE VISCERE DELLA TERRA”

  1. Pedalopoco Says:

    Ciao Ramona

    che bello….

    a presto

    Peda

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  2. ramona Says:

    Ciao amico Peda… aspetto tue notizie!

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  3. Oriano Says:

    No è ancora sbagliato: prego di cancellare entrambi i commenti.
    Grazie Oriano Rinaldo

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  4. ramona Says:

    spiego: Oriano ha postato nei commenti dei link non funzionanti, che ho cancellato solo per questo motivo. Lo ringrazio per il tentativo, e se trova quello giusto lo posterò volentieri. Un saluto, caro Oriano.

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