BRACCIALETTI ROSSI

braccialettiForse non tutti sanno che sono una che si commuove facilmente quando legge un libro, guarda un film o addirittura ascolta una canzone. Ne faccio pubblica ammissione qui. Però neanche a me era mai successo di piangere così tanto, e al contempo sorridere così tanto, nel guardare una fiction in tv. E ora che è finita, fra lacrime e sorrisi così come si è srotolata per sei puntate, a distanza di una settimana dalla conclusione dell’ultima puntata continuo a ripensare ai protagonisti e alla loro storia, continuo a rabbrividire ascoltando la colonna sonora, con la gola sempre stretta e gli occhi umidi. Voglio cercare di capire perché mi accade tutto questo.La fiction si intitola Braccialetti rossi. In sintesi racconta di sei ragazzi, tutti minorenni, che si ritrovano ricoverati in ospedale per vari motivi, anche gravi, fanno amicizia fra di loro e danno vita a un gruppo che si chiama appunto Braccialetti rossi, dal colorato bracciale identificativo dell’ospedale che il fondatore regala ai componenti man mano che li recluta. Il reclutamento avviene secondo una strana regola, e cioè che in ogni gruppo esistono sei tipi: il leader, il vice, il bello, il furbo, la ragazza e l’imprescindibile. Ognuno dei 6 ragazzi appartiene a una di queste categorie. Il leader è Leo, il veterano dell’ospedale, ricoverato da molto tempo per un tumore che gli ha mangiato una gamba. Il vice è Vale, che la gamba la perde in quell’occasione per la stessa malattia. La ragazza è Cris, malata di anoressia. Il furbo è Toni, fantastico ragazzino napoletano che è in ospedale per un incidente in moto. Il bello è Davide, strafottente e grintoso, ma malato di cuore. L’imprescindibile è Rocco, un bambino in coma da otto mesi per un tuffo da un trampolino altissimo. Ognuno di questi ragazzi ha anche un vissuto personale e famigliare complicato che si intreccia con la propria malattia e con i vissuti degli altri.

Rocco, il bambino in coma, è il filo conduttore, quello che tiene uniti gli altri e dunque il perfetto imprescindibile. Nel suo stato vegetativo, rappresentato in una solitaria attesa davanti alla piscina che lo ha ferito, ha la coscienza invece vivace ed è la voce narrante.

Nel corso delle sei puntate, come dicevo, si sono snodate le storie personali dei ragazzi, si sono raccontati i drammi legati alla malattia, ma anche il loro essere adolescenti come tutti gli altri, con gli stessi sentimenti: l’amicizia, l’amore, la gelosia, la generosità, la strafottenza, il disagio, il tormento.

Siamo stati tutti adolescenti, sappiamo bene come si vive quell’età. Il valore aggiunto di questa fiction è stato di mostrare l’adolescenza nella malattia.

Non si parla spesso di ragazzi e bambini malati. Non se ne parla in televisione ma nemmeno fuori. È un argomento doloroso. La sofferenza di creature innocenti e indifese è ancora più insopportabile di quella degli adulti, fa male al cuore. Eppure in questo caso si è riusciti a farlo, senza cadere nel melodrammatico, nello scontato, ma riuscendo a commuovere ugualmente. Perché di questi ragazzi si è visto soprattutto il lato naturale, la voglia di vivere nonostante il male. I ragazzi amano, litigano, giocano, cantano perfino, e trasgrediscono, all’interno dell’ospedale come farebbero fuori. Ma non restano insensibili, anzi, la loro sensibilità è acuita dal proprio dolore ma anche da quello degli altri, e la condivisione aumenta la solidarietà. Verrebbe da pensare al motto dei tre moschettieri: uno per tutti e tutti per uno. Così è, il braccialetto rosso li unisce, come li unisce un misterioso grido di battaglia: Watanka, di cui nessuno conosce il significato.

A me viene in mente l’esperienza in un reparto oncologico dove ho lavorato per due anni. Di giovani malati ce ne sono stati tanti, purtroppo, e tutti me li porto nel cuore. Ricordo una ragazza bellissima alla seconda recidiva della malattia, che non ce l’ha fatta. Ricordo un altro giovane bellissimo, a 24 anni già padre di una bambina, andato anche lui. Ricordo un giovane uomo innamorato della sua infermiera, conosciuta al primo esordio della malattia e morto, dopo essere stato colpito dal male una seconda volta, nello stesso reparto dove si erano incontrati e dove lei lavorava ancora.

E ricordo una memorabile sera in cui i degenti più giovani avevano fatto arrivare una pizza a tarda ora, quando secondo le regole ospedaliere avrebbero già dovuto essere a dormire. Un gruppo di ventenni o poco più, provati dal vomito indotto dalla chemio, uniti nello sfidare la morte che aleggiava loro intorno. Una sfida a colpi di pizza, perché il richiamo della vita era più forte della nausea.

Guardando Braccialetti rossi ho rivisto i ragazzi di allora, con tante, tante somiglianze. La differenza, rispetto a più di vent’anni fa, è che adesso ci sono più speranze di guarire. Per fortuna.

Una cosa soprattutto mi ha affascinato nella fiction, e cioè il modo in cui viene dipinto il limbo in cui si transita prima di affrontare la chiamata definitiva per la morte, e di conseguenza la morte stessa.

Il limbo è la piscina con il trampolino in cui Rocco aspetta che si compia il suo destino. Di là passano coloro, tra i suoi amici, che vivono l’istante drammatico in cui rischiano la vita. Di là passa Davide, il bello, che però non viene richiamato alla vita, messa a rischio da un delicato intervento chirurgico al cuore; non ce la fa, saluta Rocco e se ne va. Questo bellissimo passaggio all’eternità è descritto come una infinita immersione nell’acqua della piscina, sempre più a fondo, sempre più a fondo, in una luce che negli abissi non esiste, fino a che il ragazzo non fa un incontro meraviglioso: Davide ritrova sua madre, morta quando era piccolo, gli viene incontro fluttuando, come una sirena, lo abbraccia, insieme fanno una specie di girotondo acquatico. Si capisce che sarà lei a portarlo verso chissà dove, chissà cosa c’è, oltre quel corridoio d’acqua. E questo dà speranza e impedisce di essere troppo tristi per la fine di un ragazzo di 14 anni, pur non potendo evitare di versare un mare infinito di lacrime.

Sarà sempre la piscina la protagonista del risveglio di Rocco dal coma. A un certo punto tocca a lui infatti, dopo otto mesi di attesa, vedere se andrà nel fondo o se riemergerà, dopo un intervento al cervello. Stanco di restare lì nel limbo Rocco si decide a rischiare. Risale l’altissimo trampolino che è stata la causa del suo dramma e si tuffa. È l’unico modo: affrontare direttamente le sue paure, sconfiggere ciò che lo ha ridotto in quello stato. L’ho trovato un simbolo potente, efficace. E naturalmente Rocco ce la fa, si risveglia e da quel momento tutto ha un lieto fine. E le lacrime si sprecano ancora, mescolate al sorriso.

Potenza di una fiction, diavolo di immedesimazione… ti fa anche mettere da parte la consapevolezza di alcune imprecisioni di natura tecnica, che pure ho notato. Non esiste, infatti, che un bambino in coma se ne stia nel letto senza avere almeno una infusione di liquidi in corso, un nutrimento parenterale o qualcosa del genere. Come farebbe a vivere? Ed è altrettanto improbabile che un ragazzo cui amputano una gamba quando si sveglia si mette in piedi (senza drenaggi, senza infusioni, senza dolore) per affrontare il nuovo aspetto ed accettarlo. Per non dire di Rocco, che appena apre gli occhi è già in grado di sorridere, essere messo in carrozzina e muoversi.

Sono un po’ delle assurdità… ma chissà perché non le notiamo, ci ho appena fatto caso io stessa.

Il pathos è stato più forte, la storia ha avuto il sopravvento e chi se ne frega se tecnicamente non è tutto corretto, se a ogni intervento chirurgico si finisce per defibrillare qualcuno e così via…

Insomma. Non lo faccio mai, ma stavolta ho finito per comprare il libro omonimo e autobiografico di Albert Espinosa, e pure il cd con la colonna sonora. Perché va detto che le musiche originali, scritte da Niccolò Agliani e cantate da lui e da altri, sono altrettanto significative e coinvolgenti della fiction. Io non ho finito, la canzone portante, mi fa piangere ogni volta. “Io non ho finito” (sottinteso: “di vivere”), “perché ho sete ancora” (sottinteso: “di vita). E ancora “A volte ci perdiamo i sottotitoli del cuore” e “Anche con i crampi con la fine sulla faccia/ Col dolore che mi schiaccia e non lo sai/ Anche con la gioia di sapere che dovunque ce ne andremo/non ci lasceremo mai”.

Le parole sono state scritte in funzione della storia, per ammissione dell’autore, e nella fiction i ragazzi le cantano spesso. In tutti i brani originali del disco (ci sono anche delle canzoni di interpreti famosi) si ritrova la solidarietà, il coraggio e la voglia di vivere, pur nell’inferno, dei ragazzi malati, il tutto con musica orecchiabile e testi assai significativi.

Adatti agli adolescenti, sì, ma in grado di arrivare al cuore di chi non ragazzo non lo è più.

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