CALCIO, AL NATURALE

calcioI ragazzi non scherzano, ci danno dentro. La giornata non è particolarmente calda, non c’è pericolo che lo sia in questa estate pazza e umida, però c’è afa, muoversi è faticoso, lo è perfino pensare. Eppure loro sono in pieno allenamento: caldo o non caldo, pioggia o afa, gli tocca.
Fare parte di una squadra di calcio che milita in una categoria importante, pur se a livello dilettantistico, richiede impegno. Mica parliamo della squadretta improvvisata all’oratorio. Qui, nel gioco, si fa sul serio.

Ma che ci faccio qui, dietro la recinzione di un campo sportivo, a guardare l’allenamento di una squadra di calcio?
Bella domanda.
Curiosità, penso. Dopo tanto tempo il mondo del calcio mi si è ravvicinato e ho rispolverato vecchi ricordi e vecchie emozioni. Altri tempi, altra età. Le passioni passano, gli interessi cambiano. Ma nella vita tutto ritorna, si vede che ora è il momento del calcio. Quello al naturale, senza gli orpelli degli interessi miliardari che inquinano la natura appassionante di questo sport.
Unica osservatrice, appostata in una strategica postazione defilata, oggi guardo interessata la preparazione atletica dei giocatori di una squadra del campionato di Eccellenza. Non ne avevo mai avuta l’occasione prima, sono davvero curiosa.

Salta subito all’occhio la divisione dei ragazzi in due gruppetti: da un lato i portieri, dall’altro tutti gli altri. Ovvio, la preparazione è un po’ diversa. I portieri devono sviluppare agilità e potenza soprattutto in uno spazio breve. Gli altri devono guadagnare in resistenza fisica, da spendere in lunghe corse nel campo di gioco. E perciò questi ultimi corrono, corrono tanto!
Su e giù per il pendio. Però di corsa vanno solo in salita, il ritorno è al passo in discesa.
Non so quante volte vanno su e giù così. Che palle, penso, e non mi riferisco a quelle di cuoio che attendono di essere prese a calci. Che noia! Ma bisogna far polmoni, come si dice, e anche i quadricipiti, per essere degni di tale nome, hanno bisogno di esercizio solido.

Ah, le gambe dei calciatori… storte per definizione, ma così forti da sostenere glutei che si intuiscono di pietra. Ecco, per diventare così, bisogna faticare, non si discute.
E allora su di corsa, come marines, e poi giù, con calma. Poi di nuovo su e di nuovo giù.
Il sudore macchia le magliette e anche il fiato pare piuttosto corto. Ma i veri uomini, e gli sportivi dentro, non mollano. Vai! Su e giù.

Dall’altra parte, i portieri potenziano a modo loro gli stessi muscoli. Saltando a piedi uniti una serie di ostacoli che manco al palio di Siena. Perché è vero che il loro posto è confinato allo specchio della porta, che chissà perché si chiama specchio, ma non è che questo che sia proprio così piccolo: difenderlo ad ogni costo comporta, tra l’altro, elevarsi in salti prodigiosi e a volte disperati, che non si possono compiere senza gli strumenti adeguati. E non stiamo parlando di molle sotto le scarpette.

A proposito di scarpette mi s’illumina un ricordo. Nei recenti mondiali di calcio in Brasile alcuni giocatori avevano scarpe dai colori vivaci e… spaiate. Nel senso di due colori diversi. Un vezzo nuovo, una moda da miliardari, chi lo sa, con tutti gli sponsor che girano a quei livelli. In questo campetto di provincia quel mondo è lontanissimo, forse anche per gli stessi ragazzi che saltellano qui davanti a me. Il loro mondo, il loro ruspante entusiasmo, è molto più autentico.

Ora sono tutti in cerchio, portieri a parte. Visti da lontano sembrano boy scout intorno al fuoco. Stanno facendo stretching, allungano i muscoli sottoposti a lavoro intensivo, prima che protestino contraendosi in crampi dolorosi. Mi diverte immaginare un falò lì nel mezzo e qualche birretta che gira per reintegrare il sudore speso. Ci scommetto che anche a loro non dispiacerebbe, in questo momento di afa assoluta.
C’è chi fa i classici esercizi per gli addominali, sdraiati a gambe tese. Perché certo, assieme alle gambe storte e ai glutei di marmo, gli addominali dei calciatori sono un mito. Anche quelli di altri sportivi, ovvio, come nuotatori, ciclisti e quant’altro, non si è mai visto un atleta con la pancia prominente. Vabbè, escluso il lanciatore di peso o di martello, con cui però non consiglio di entrare in discussione: quelle pance non sembrano affatto mosce. Ma è il calciatore lo sportivo più famoso, il primo idolo che viene in mente a un ragazzino quando comincia a interessarsi allo sport. È spontaneo prenderlo a riferimento come modello per ogni cosa. Anche per la condizione fisica, se uno come Balotelli si spoglia rabbioso dopo un gol e mostra torace e addome incerottati sì, ma scolpiti da far sbavare d’invidia.balotelli--420x620

Comunque quegli addominali sono sudati. Letteralmente. Sto sudando pure io nell’osservare i ragazzi all’opera. Giusto per solidarietà, sincera ma ipocrita allo stesso tempo: i miei, di addominali, in letargo da una vita, sono chiamati in causa solo da poco con l’allenamento in piscina, ma ancora si guardano bene dal meritarsi tale denominazione. Anzi, vergognosi come sono preferiscono adagiarsi meglio nei meandri della ciccia e fare gli indiani.

I portieri ora provano le parate basse. Anche qui molta parte la fa la pancia. Nel senso che se non sono sempre quegli stessi muscoli a lavorare come si deve, come potrebbe uno buttarsi a terra su una palla e l’istante dopo rialzarsi, per una ribattuta o una protesta, in un amen come un gatto? L’agilità dei portieri in effetti ha qualcosa di felino, l’ho sempre pensato.

Per gli altri è tempo di una strana partitella fra di loro, divisi in due mini squadre da nove. Ma le palle non vengono calciate, bensì… passate a mano. Curioso, mica si sta giocando a basket! Provo a indovinare… allenamento utile per i lanci delle rimesse laterali? Utile per affinare la mira e/o la potenza del lancio a mano? In fondo non è che un calciatore usi solo i piedi. Spesso adopera, o dovrebbe, anche la testa, sia che ripassi gli schemi durante un’azione, o che faccia un calcolo delle probabilità sulle conseguenze della stessa, o, più prosaicamente, solo per colpire la palla in elevazione. Quindi figuriamoci se non usa anche le braccia.
Ma anche sul fronte della porta c’è un insolito, almeno per me, modo di allenarsi. I portieri devono raccogliere con un cono rovesciato (tipo birilli stradali) palline da tennis che l’allenatore lancia loro con la racchetta. Della serie: se prendete queste, potete farcela a prendere anche quelle più grandi.

Gli altri giocatori fanno una partitella, stavolta usando i piedi, provano passaggi, marcature e tiri corti. È facile rendersi conto dell’unità di un gioco di squadra. Tutti per uno, uno per tutti, seguendo direttive e schemi che il mister sta affinando in vista delle prossime gare.
In campo anche i solisti cantano in coro.

I portieri provano le parate alte. Eh, l’angolo malefico fra palo e traversa, il tristo sette che tante volte viene infilato è un luogo insidioso, o ci arrivi o non ci arrivi. Oppure ti manca quel millimetro per allontanare la palla in angolo o sul fondo, quel millimetro per cui la palla ti beffa ed entra dietro di te.
Urge imparare a volare.

Non posso fermarmi a lungo ad osservare, dalla mia postazione di infiltrata.
Mi figuro una parte successiva di esercizi, come lo slalom tra i paletti per riprodurre il dribbling, i tiri in porta, in azione, su punizione e su rigore.
Il calcio di rigore, quel momento in cui due avversari sono di fronte come in un duello, uno contro uno. A me i rigori fanno venire sempre il mal di stomaco per l’ansia. Specie se sono quelli che seguono i tempi supplementari degli incontri importanti. Roba da infarto, insomma. E a parte che in quelle occasioni li trovo sommamente ingiusti, ma ogni volta mi prende il dubbio amletico: quando un rigore viene parato, è merito della bravura del portiere, o colpa di un errore del rigorista?
Ma forse è la stessa questione che fa discutere milioni di tifosi: un gol è frutto dell’abilità del marcatore, e in ultima analisi della costruzione corale dell’azione che lo ha fruttato, o dell’errore della difesa e del portiere? Certamente entrambi. E nei momenti più drammatici, quando il valore di un gol subito acquista un peso enorme, a me torna in mente, inevitabile, la struggente poesia di Umberto Saba, conosciuta sui banchi di scuola e mai dimenticata (vedi sotto).

Da ragazzina il massimo che potevo concedermi dei calciatori era il loro passeggio, lo struscio un tantino pavoneggiante in giacca blu per le vie del centro. Allo stadio ci sarò andata due o tre volte e mi ricordo la straniante sensazione del silenzio, senza la voce del commentatore: un vuoto. Ma in seguito ho imparato le regole, e poi anche allo stadio basta ascoltare i tifosi: loro ne sanno sempre più di qualsiasi commentatore televisivo.
Oggi ho assistito a una sessione di allenamento.
Diciamo che sono pronta per vivere i prossimi campionati europei.

Nel frattempo faccio mentalmente gli auguri a questi ragazzi: per il campionato alle porte (dopo il sudore di oggi, direi che si meritano qualche bel risultato), ma anche perché mantengano pulito, autentico, intatto, il vero spirito di questo sport che ancora si chiama gioco.

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(nella foto: Union San Giorgio Sedico)

 

Goal

Il portiere caduto alla difesa
ultima vana, contro terra cela
la faccia, a non vedere l’amara luce.
Il compagno in ginocchio che l’induce,
con parole e con la mano, a sollevarsi,
scopre pieni di lacrime i suoi occhi.

La folla – unita ebbrezza- par trabocchi
nel campo: intorno al vincitore stanno,
al suo collo si gettano i fratelli.
Pochi momenti come questi belli,
a quanti l’odio consuma e l’amore,
è dato, sotto il cielo, di vedere.

Presso la rete inviolata il portiere
– l’altro- è rimasto. Ma non la sua anima,
con la persona vi è rimasta sola.

La sua gioia si fa una capriola,
si fa baci che manda di lontano.
Della festa – egli dice – anch’io son parte.

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2 Risposte to “CALCIO, AL NATURALE”

  1. pedalopoco Says:

    🙂 evvai!!! non posso non notare qualche apprezzamento del tutto femminile che mi ha fatto sorridere 🙂
    bel racconto… qualche volta vai a vedere qualche partita e nasconditi tra i genitori inferociti che, se potessero, sbranerebbero il malcapitato arbitro di turno o l’avversario un po’ troppo “violento” sulle gambe del proprio figlio… ti assicuro che si raggiungono livelli che manco…

    un abbraccio

    Peda

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  2. ramona Says:

    Caro Peda, li ho ben visti i genitori inferociti… c’è un campetto da calcio a meno di 100 metri da casa mia, dove spesso giocano bambini e ragazzini e in tale occasione la strada s’intasa per la ressa, tanto che preferiscono chiuderla. e quello che ho sentito passando di là a piedi mi ha fatto capire perchè c’è tanto poco spirito sportivo in giro: è dalla famiglia che nasce il problema, dalle frustrazioni e dalla violenza più o meno repressa degli adulti che si trasmettono ai figli. Mi resta da capire solo l’origine di tanta ferocia, e soprattutto il senso, davanti ad uno sport che potrebbe essere solo un esempio, di fatica, umiltà e spirito di gruppo.
    Quanto ai commenti femminili, bè… capiscimi…l’occhio vuole la sua parte… 😉
    Ma ti assicuro che una partita la so seguire!

    Un abbraccio!

    Mi piace

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