E COME ANDO’ A PADOVA?

golfino bluLa giornata è veramente molto bella, adattissima a ritirare un premio. Il sole è caldo e il cielo blu come in tutta l’estate non si sono mai visti. Ci voleva la fine di settembre per convincersi che non esistono solo pioggia e grigio nella meteorologia, ma si possono avere giorni inondati di luce e temperature calde, gioie quest’anno negate a chi abita nel nord Italia. Manca ancora un po’ all’ora della premiazione. L’ansia di non fare tardi fa arrivare in anticipo e così si approfitta del tempo disponibile per girare un po’ nel centro di Padova.

Gran bella città, vista da questa prospettiva. Una piazza dentro l’altra, palazzi maestosi e monumenti carichi di storia. Se qualcosa di stonato c’è, secondo il mio meravigliato parere, è la presenza di un enorme mercato. Bancarelle di tutti i generi, su ogni piazza. Di sabato pomeriggio! È la prima volta che vedo un mercato pomeridiano. Si vede che sono distante anni luce dalla vita delle grandi città. Comunque sia, secondo me la presenza delle bancarelle limita il godimento dell’arte che impregna queste piazze, le vie con i sampietrini che impigliano i tacchi, le chiese e i palazzi con i merletti. Ma immagino che siano quelle stesse bancarelle il pretesto per un viavai di gente colorata e chiassosa che altrimenti sarebbe assai più limitato. Quante persone, in queste piazze! Si sentono altri dialetti e altre lingue, si respira quasi aria cosmopolita. Padova, intreccio di cultura e crocevia di culture, nel profondo e provinciale nord-est.

Dopo aver ingannato un po’ il tempo fra le bancarelle chiedo a uno dei mercanti se quello che ho alle spalle è proprio il Palazzo della Gran Guardia. Sì, lo è. È qui che avverrà la cerimonia di premiazione del concorso “Vedere oltre. La spiritualità dinanzi al morire: dal corpo malato alla salvezza”, è qui che anche il Golfino Blu riceverà il suo piccolo riconoscimento.
Manca ancora qualche minuto, ma intravedo Deborah, la segretaria del circolo IPLAC, che lo scorso anno ad un altro concorso ha premiato il racconto di Sansone. Lei mi riconosce e ci facciamo un po’ di feste sincere. Anche se ci siamo viste pochissimo, sento una corrente di simpatia fra noi. E poi lei è il perno più importante di questo tipo di manifestazioni: una bravissima organizzatrice e… direttrice d’orchestra che bada che tutto fili liscio.

Escono i congressisti che hanno partecipato all’evento che ci ha preceduto, sempre nell’ambito del master, che vede ben quattro giorni di lavori su questo delicato argomento, organizzati dall’università di Padova tramite la docente Ines Testoni.
E finalmente entriamo noi.

La sala del Palazzo della Gran Guardia è sontuosa. Le pareti sono affrescate, ricoperte da una pittura meravigliosa. Tutto intorno in un originale allestimento sono le foto selezionate nel concorso fotografico indetto in contemporanea a quello letterario. Anche queste hanno un solo argomento, quello della morte. La maggioranza, tra quelle che ho visto, sono in bianco e nero, ma non mi sono soffermata su tutte. In buona parte rappresentano angeli in pietra o altri particolari da cimitero. Certo, che altro vuoi rappresentare, parlando di morte? La morte non è tangibile, nonostante i suoi effetti lo siano, per rappresentarla devi andare per simboli.
In una foto c’è una sedia in primo piano con la scritta “FINE”. Eloquente, direi.

14 Ma quella che realmente mi ha colpita, come una mazzata, è il primo piano di un neonato nell’atto di urlare dietro una lastra di ghiaccio, o vetro, non so. Sembra quasi una ragnatela, ma qualunque cosa sia pare messa lì a isolare inesorabilmente quel grido, che resta senza speranza, inutile, disperato.
In questa immagine ho avvertito tutta la mancanza dell’accettazione di un fatto pur naturale, come può essere l’atto del morire: di più, mi è giunta l’eco di una vera angoscia, il terrore del non si torna indietro, del limite invalicabile.
Il ritratto del neonato, l’essere più indifeso che ci sia, con dipinto nel viso e nell’urlo muto tale disperazione è un pugno nello stomaco. In quella lastra di ghiaccio insuperabile, in quel limite che desta tanta paura in quasi tutti i viventi, ho riconosciuto il mio stesso terrore. Quello dell’addio definitivo, dell’oltre sconosciuto, dell’abbandono.
Io non lo so se era questo che voleva dire l’autore, di cui mi è dispiaciuto non aver segnato il nome, ma questo è quello che mi è arrivato. E non mi era mai successo che una foto mi parlasse in modo così intenso, che mi creasse un tale disagio. Forse perché d’istinto, o per lavoro, sono portata alla cura, e verso la sofferenza così intensamente espressa nel pianto imprigionato di quel neonato mi sono sentita del tutto impotente.

Ha inizio la cerimonia, e si capisce subito che la scaletta sarà un po’ sovvertita. I discorsi iniziali sono saltati, la relatrice e ideatrice del concorso si è allontanata. C’è chi deve prendere il treno, chi ha dei problemi. Il microfono funziona a singhiozzo. Comunque si va avanti. C’è una persona che legge brani dei testi premiati. Molto bravo, ha una bella impostazione di voce, riesce a emozionare. Peccato che di alcune poesie si leggano pochi versi, altre per intero, e molta della prosa, compreso il Golfino, non viene letta affatto. Mi sfuggono i criteri di queste scelte, ma vabbè.

I premiati vanno e vengono velocemente, solo alcuni vengono invitati a dire qualche parola. Giustamente si lascia spazio agli sponsor. E fa un certo effetto che tra questi vi siano delle aziende crematorie… ma tant’è, l’argomento del concorso, e di tutto il convegno, è quello, c’è poco da fare. È che non siamo per niente abituati, come giustamente è stato detto da qualcuno durante la cerimonia, a trattare la morte come la cosa più naturale della vita.
No, non ci siamo abituati, in effetti.

Seduto davanti a me un uomo si dimena sulla sedia. È alto, ha le spalle larghe, è giovane e di discreto fascino. Ma muovendosi come se la sedia scottasse spesso mi toglie la visuale. E per giunta ha una brutta e fastidiosa tosse. Ho delle caramelle in borsa, mi verrebbe da offrirgliele, così magari sta anche un po’ più fermo, ma sono gommose e zuccherate, non sono l’ideale, ci vorrebbero delle balsamiche al mentolo. Mi rassegno alla tosse e alla visione oscurata.

Finalmente arriva il momento del Golfino. Viene chiamato a premiarlo…. proprio il tipo della tosse! Cavoli, chi poteva immaginarlo! È un medico facente parte dell‘associazione Priamo di Brescia, che ha sponsorizzato il Premio Speciale omonimo assegnato al Golfino. Si tratta di una meritevole associazione che si occupa dei malati oncologi. Mi era stato riferito che erano stati contenti che la giuria avesse scelto proprio il Golfino per il loro premio. E anche io mi sono ritrovata orgogliosa di riceverlo. Però non c’è modo di scambiare una sola parola. Mi consegnano la targa ricordo, uno splendido libro fotografico sulle bellezze di Messina, e la pergamena con la motivazione del premio, che riporto qui:

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Non ho potuto dire niente, ma si vede che non è previsto. Ringrazio e ritorno al mio posto. Ora la visuale è libera, il mio premiatore con la tosse se n’è andato.

La cerimonia si conclude poi piuttosto in fretta. L’ambiente nella sala infatti non è dei migliori, c’è un’afa opprimente, manca l’aria e ci sono delle defezioni anche fra i giurati presenti, che boccheggiano e cercano di respirare meglio fuori. Tra il pubblico chi doveva partire se n’è andato, e un po’ alla volta la sala si svuota.

Tra gli aneddoti curiosi ricordo una concorrente, premiata, che giungeva da Mazzara del Vallo! Povera, quanta strada!
Un’altra concorrente è premiata come finalista di più sezioni del concorso. Si vede che era particolarmente ispirata.
La graziosissima ragazza che aiutava nella consegna dei premi, in realtà era una dei premiati! Cose che quasi si consegna da sola il premio.
E la sorpresa di ritrovare, fra i vincitori, un signore che era pure lui, come me, anche nel concorso di Abano l’anno scorso. Insomma, quasi ci sente in famiglia, ritrovando volti noti.

È scesa ormai la sera, è buio, e si ritorna a casa. Si riattraversa il centro di Padova, ancora animato da tantissime persone che lo rendono vivo e si riprende l’autostrada. E intanto penso a quanta ne ha fatta il mio piccolo Golfino Blu, di strada. Molta, e sorprendente. E tuttavia, spero tanto che non sia ancora terminata.

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