UN GIORNO ALLO STADIO

DSC_0715La partita si gioca di sabato, un anticipo del campionato di Eccellenza. È il primo giorno di novembre, molto soleggiato e caldo. Un giorno ideale per scampagnate o passeggiate, prima che la stagione si ricordi di far abbassare ancora un po’ le temperature e magari di far scendere pioggia o neve, come sarebbe più che giusto in autunno inoltrato. Invece si resta qui aspettando la partita.

In campo le due squadre si stanno riscaldando. La squadra padrona di casa è una matricola neopromossa, che dopo un avvio stentato dovuto ai tempi necessari per l’amalgama di elementi nuovi e giovani sembra aver trovato un buon ritmo di avanzamento. La squadra ospite è una vecchia signora con esperienza che ha visto annate in altre e più blasonate classifiche, al momento diretta avversaria della prima, trovandosi allo stesso punteggio tranquillo di mezza via.
È una partita importante nel suo piccolo, molto attesa, nessuno vuole perdere. Così importante che a scanso di equivoci sono spiegate in buon numero le forze dell’ordine. Poliziotti in assetto non proprio antisommossa, sarebbe esagerato, comunque dotati di armi e manganelli.
Fa un po’ impressione vederli schierati all’ingresso di un piccolo stadio (anche se sono carini e mi salutano gentili quando entro), e poi sulle tribune, per un incontro di calcio di questi livelli. Ma poco dopo capisco il perché.

Arrivano in massa i tifosi, direi gli ultras, della squadra ospite. Arrivano inneggiando i loro cori e non la smetteranno di cantare per tutti i 90 minuti regolamentari, più il recupero. E anche dopo. Occupano una metà della tribuna, che in questo piccolo stadio di periferia dove non esistono le curve nord o sud e il posto è unico per tutti, è quello che è. Pare che in tutto siano presenti circa 400 o 500 persone, praticamente quasi il pienone, che non è così frequente da queste parti.
La metà riempita dagli ultras è separata dall’altra metà da un po’ di poliziotti. Non moltissimi, ma quanto basta a tranquillizzare chi non c’entra niente.
Non so perché, ma in tutto quell’inneggiare senza tregua, in quelle voci maschili urlate a tutta forza e dirette da un “direttore d’orchestra” posto nel gradone più in basso, avverto una aggressività latente pronta a scoppiare. Non credo succederà qui, e difatti sarà così, ma penso a come dev’essere il clima nei grandi stadi, dove la violenza riesce spesso ad avere la meglio sullo sport e sul gioco. I canti a squarciagola degli ultras sono gli inni di guerra di antichi guerrieri che cercano di spaventare il nemico ancora prima della battaglia.
Perché il calcio scateni il peggio dell’uomo sarà sempre un mistero.image2

Io mi ritrovo seduta in mezzo ad altri tifosi ospiti, più tranquilli. Nel limite cioè del vero tifoso che deve pur sempre arrabbiarsi con l’arbitro, mandandolo in quel famoso paese, e con i falli degli altri, che quelli della propria squadra non esistono. Tanto per dire.

Gli spettatori sono in gran parte uomini, di tutte le età; intuisco alcuni atleti perché hanno tutti la stessa tuta. Ci sono bambini, liberi di correre sugli spalti. Ci sono anche delle ragazze e pure qualche distinta signora, una perfino con il cagnolino in braccio, che mi fanno sentire meno esposta alla curiosità (ma che ci farà ‘sta tizia tutta sola allo stadio con un taccuino in mano?!).
Già prima del fischio d’inizio purtroppo girano uomini ubriachi. Sono in tanti con bicchieri enormi di birra in mano, un paio sono proprio spolpi, e altri poco ci manca. Uno è a torace nudo e mostra i tatuaggi. Ricorda una certa “carogna” assurta ad una triste celebrità in un altro stadio, qualche tempo fa. Penso che l’alcool che ha in corpo dev’essere proprio tanto per scaldarlo così, perché è vero che non fa troppo freddo, sono circa 18-19° C, ma di certo non è estate.
Che peccato. Per loro, per la loro salute rovinata, per le vite sprecate, per il triste spettacolo che offrono, non riuscendo a diventare nemmeno messaggio di monito per altri, che invece sorridono benevoli.
D’accordo, siamo in Veneto. Se non era la birra era il prosecco, non si scampa.

Ma ecco che il riscaldamento degli atleti, arbitro e guardalinee compresi, è finto, tornano tutti negli spogliatoi per poi riemergerne pochi minuti dopo con la divisa ufficiale.
Foto di rito con il fotografo ufficiale, fischio d’inizio, si parte.

Ovviamente manca il commentatore, mica siamo in TV… Meglio, così metto alla prova le mie competenze in materia. Non sono proprio così svelta nel notare tutto, non posso che ammirare gli arbitri che invece devono avere mille occhi. E vabbè che hanno l’aiuto degli assistenti, però non è facile lo stesso, il gioco è veloce e la palla corre, rotola, vola, non bisogna mai perderla di vista, senza peraltro smettere di osservare anche i calciatori e quello che combinano. Per non dire delle panchine.
Credo che non farei mai l’arbitro di calcio.

La prima cosa che noto è che gli ospiti, in maglia rossa, hanno a occhio e croce una prestanza fisica più imponente. A parte uno o due calciatori piccoli e veloci, gli altri sono tutti ben piazzati. Il numero 8 per dire sarà quasi due metri! O almeno questa è l’impressione che ho dalla mia postazione. Tra l’altro noi spettatori abbiamo il sole negli occhi. Bellissimo sole che riscalda e illumina questo verde campo tra le montagne, però fa seguire con difficoltà il movimento in campo. Io a stento distinguo i numeri delle maglie. E dato che non conosco i giocatori per nome, immagino avrei difficoltà a fare la telecronista. Anzi, ne ho anche a fare la cronista.

Tra i cori incessanti degli ultras si srotola il primo tempo. Non ci vuole un esperto per capire che per i padroni di casa c’è un inghippo a centrocampo. Oltre non si va. Che sia una tattica?
Gli ospiti vanno all’attacco e tuttavia non concludono molto. Merito di una buona difesa, bisogna dirlo. Peccato che il nostro contropiede invece non funzioni molto.
Però una delle poche azioni giunte in area frutta un rigore ai padroni di casa. Sacrosanto, l’ho visto pure io, che ho alzato un braccio per protestare quando il giocatore è finito a terra e mi sono lasciata scappare un accidenti. Contenuto, perché sono pur sempre una signora.

Fatico a ricordarmi del mio status quando la palla, coccolata, mirata e centrata da un peperino numero 9, va in rete.

image

GOAL!!! Quasi salto in piedi, quasi urlo. Quasi. Contegno, signora, contegno. Insomma, gioisco per la momentanea vittoria, insieme al peperino che si arrampica sulla recinzione del campo come se avesse segnato il punto della vita.
Dura poco. Tempo due minuti e il fronte si rovescia, c’è ressa in area, dall’altra parte del campo, gli ospiti guadagnano una punizione da una posizione pericolosissima.
Difatti. Tiro, rimbalzo sulla barriera e forse anche per terra in uno sghiribizzo strano, e la palla, con tutta tranquillità, si infila dove non dovrebbe, cioè nella nostra rete. NOOOOOOOO!
Uno pari, mannaggia, tutto da rifare.

E questo primo tempo se ne va così, con le maglie rosse in attacco e la difesa che si sbizzarrisce in un numero a mio parere esagerato, ma per fortuna non sconsiderato, di passaggi all’indietro verso il portiere. Il gioco è maschio, più di un giocatore finisce per terra, apparentemente massacrato. Sono soprattutto gli ospiti a finire per terra. Ma come, e tutta quella prestanza fisica?
A volte ho la netta impressione di una piccola recita. Tanto più che la vittima in questione si rialza subito come Pierino-sempre-in-piedi e ricomincia a a giocare come se niente fosse. Eh, saranno giovani, forti, però… Altre volte invece si capisce che lo scontro c’è stato e duro. Una capocciata fra due giocatori che scambiano le reciproche teste per il pallone fa esplodere lo stadio di sgomento. Tranquilli, non è successo niente, le teste non rotolano, è la palla che se ne va per i fatti suoi, viene raccolta e ripresa a calci, poveraccia.
Triste destino, il suo.

Ad ogni modo fioccano i cartellini gialli. A fine partita, se non ho perso il conto, saranno cinque. Più uno rosso. Per l’allenatore, il nostro. Che non so cosa abbia fatto, forse ha protestato per qualcosa. Ecco, vedi, se si fosse stati in TV il telecronista avrebbe chiesto al commentatore a bordo campo cosa fosse successo, e anzi, già lo sapeva da sé, ma sarebbe stata una mossa per fare spettacolo e un po’ di gossip e poter giustificare lo stipendio del collega. Invece da qui e con il sole negli occhi non mi accorgo di molte cose. Mi manca il replay, le immagini al rallentatore. Fortuna che qua vicino c’è chi vede e commenta tra sé. E io ascolto e annuisco, o dissento, a sua insaputa.

Ma come diavolo fa l’arbitro a vedere e sentire tutto?

Fine del primo tempo.
Nell’intervallo cessano i cori, il tempo di sciacquarsi la gola e far riposare le ugole. Qui non scorre acqua fresca e dissetante, ma biondo nettare schiumoso.
Riposano anche i ragazzini raccattapalle. Poveracci, corrono quasi più dei calciatori a recuperare i palloni che finiscono fuori, sono piccolissimi, ma tenaci e tutti sudati per l’impegno più grande di loro. Sanno benissimo a chi va consegnata la palla in caso di rimessa laterale. Saranno le nuove leve del calcio?
Forse anche il fotografo non è proprio fresco. Corri di qua, che ti sembra l’azione da goal, e poi in un attimo tutto si sposta dall’altra parte e quindi corri di là. Non so come faccia a trovare il modo di documentare le azioni e i goal trovandosi al momento giusto al posto giusto. Che sia più di uno? Che sia capace di sdoppiamento? O è dotato di teletrasporto istantaneo?

Secondo tempo.
Qualcosa è cambiato. I nostri ora arrivano in galoppo fin sotto la porta e riescono a tirare. Ma un palo o un volo troppo alto sulla traversa, o troppo in là, e ‘sta palla malefica, che non dimentichiamolo è sempre tonda e va dove vuole lei, se ne impippa della rete.
Del resto fa lo stesso dall’altra parte. Un palo anche qui, per par condicio. Comunque per la maggior parte del tempo il portiere di casa è a centrocampo a incitare i suoi a gran voce, lo si sente anche da qua. Ma non c’era la regola del silenzio in campo?
Ancora un capovolgimento e negli ultimi minuti la nostra porta rischia di più. Minuti al cardiopalma: ma quando finisce?? Ammetto che non mi comporto sempre da signora e qualche altro accidenti mi scappa. Sempre discreti, però. Mica come quelli che si sentono alle mie spalle, che illustrano come la squadra avversaria sia sempre in torto (è un eufemismo, ok), e come l’arbitro sia sempre figlio di quella buona signora; sempre, qualsiasi cosa decida. Lui se ne infischia, fa il sordo e fischia dove e come gli pare.

E tre fischi imperiosi segnano la fine anche del recupero.
Qualche angelo custode nel giorno di Ognissanti ha voluto che finisse in pari. Non mi sembra ci sia da recriminare. Sarebbe stato bello vincere, ma va bene così.
I cori continuano, gli insulti ad arbitro e giocatori che si precipitano negli spogliatoi pure, i poliziotti fanno uscire noi persone “normali” da un’uscita secondaria (a dire il vero piuttosto stretta, ma tanto non siamo a San Siro e non siamo in moltissimi) per non passare davanti ai coristi che ancora stanno sbrigliando le ugole. Con un pensiero poco caritatevole mi auguro che domani qualcuno di loro sia almeno afono. Quando ci vuole ci vuole.

La sera è scesa, azzurra e rosa e ancora non fa freddo. Raggiungo agevolmente l’auto e in poco meno di dieci minuti sono a casa. Ho l’impressione di aver assistito a una bella festa in una bella giornata un po’ diversa che mi viene già voglia di rifare.
Potenza del pallone. Ma che c’avrà di così speciale?

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