QUALCOSA CHE MANCA, A NATALE

natale61024x768ej7E va bene, è Natale. Anche quest’anno è Natale.
Difficile trovare qualcosa di nuovo da dire, o di originale. È prassi scambiarsi baci, auguri e panettoni, senza rendersi ben conto del significato del gesto e delle parole. Lo si fa, punto.
Ma augurare qualcosa vuol dire sperare che quella cosa si verifichi. Perciò auguri di cosa? Cosa augurarsi, cosa sperare per coloro che baciamo con il panettone in mano e il pensiero rivolto al pranzo o alla cena che brucia sui fornelli e sai poi che figura con tutti i parenti?

Difficile essere originali, dunque. Difficile e faticoso pensare di andare oltre il cerchio ristretto del proprio quotidiano. La fretta incombe, anche in un giorno che dovrebbe essere di serenità ma che in fondo non vediamo l’ora che finisca presto, perché non esente da uno stress forse addirittura triplicato.

Nel corso della mia vita il Natale ha avuto sempre un’importanza speciale, perché lo rivestivo della magia immaginifica dell’infanzia. Le cene e i pranzi in famiglia, i dolci fatti in casa, il Presepe costruito nei minimi particolari, con il Gesù bambino da deporre alla mezzanotte della vigilia con il bacio di rito. E, in seguito, la neve, che rende il tutto più affascinante e per qualche ora cancella le brutture del vivere. E i racconti, che tante volte nascevano in quei giorni sotto la mia penna, ispirati dall’incantata atmosfera natalizia.

Il Natale è il Natale. Ma il Presepe quest’anno non l’ho fatto, né grande né piccolo. Non c’è il Gesù Bambino da mettere nella mangiatoia dopo averlo baciato. È mancato il tempo, e adesso sento la mancanza del rito.
Non c’è la neve, per il momento, e anche se di questa non avverto la mancanza mi rendo conto che invece manca un tocco di fascino.
Il pranzo in famiglia, almeno per metà, quello c’è, per fortuna. Ma il ricordo va ai familiari che non ci sono più, e qualcosa manca, a tavola come nei cuori.
Soprattutto manca la serenità. Non tanto in casa mia: dove c’è amore la serenità si fa strada. Ma manca in un contesto più ampio, manca in giro, manca ovunque.
E se manca la serenità, siamo sicuri che il Natale esista, che sia davvero arrivato?

Come lo spieghiamo che il Natale c’è, e vive, alle persone che non hanno più un lavoro, che faticano a vivere a qualunque età? I giovani senza un lavoro fisso e senza un futuro, gli adulti che il lavoro e il futuro li perdono a due passi da una pensione risicata, gli anziani che la pensione se la tengono stretta ma gli vola via dalle mani.
Come lo spieghiamo che è Natale alle persone vittime di una violenza brutale, peggiorata, se possibile, dallo status di violenza domestica familiare, e che hanno perso amore, casa, certezze, fiducia e in qualche caso la vita?
Come la spieghiamo la gioia del cuore alle vittime di soprusi burocratici, di leggi infami, di furti di Stato, di ingiustizie grossolane, quando vedono che il più forte, il più ricco è spesso anche il più criminale, il più disonesto, il più protetto?
Come spieghiamo alle persone che vengono da lontano in condizioni disperate che è Natale pure per loro, anche se hanno un altro dio, e che i cammelli dei re magi non porteranno sulle gobbe qualche cosa di più concreto della mirra per tutti loro?
Come spieghiamo ai tanti malati terminali, ai gravi disabili, alle creature in coma vegetativo, a chi è appeso a un filo invisibile e ancora non sa se questo si spezzerà di qua o di là del confine della vita, come gli spieghiamo che forse non è che una flebile speranza, quella che la Stella cometa illumini la mente di scienziati, medici, di qualche eccellenza generosa e disinteressata che si batta per i loro diritti?
Come spieghiamo alle altre creature del creato, calpestate e torturate, che nel Presepe avrebbero diritto di stare molto più vicine loro, al Bambino, di tanti fratelli che di umano hanno ben poco?
Come spieghiamo ai Paesi in cui la guerra impera e distrugge, violenta e uccide vite fraterne e i più deboli, che lo spirito del Natale fin laggiù non ci arriverà?

È difficile a volte credere che ci sia un Natale. Ma soprattutto è difficile ammettere che il Natale oggi, con tutte le sue belle intenzioni di pace, amore e fratellanza, non è che un giorno come gli altri, in cui queste parole girano più che in tutti gli altri giorni. E girano a vuoto, perché quando arriva la sera del 25 dicembre, scopriamo che è passato solo un giorno un po’ più faticoso, e meno male che è passato e si può tornare alla normalità.

Ma è questo il punto.
Natale, per essere Natale, dovrebbe arrivare tutti i giorni, con il suo carico di cose belle e buone. Natale dovrebbe arrivare là dove manca qualcosa, che questo qualcosa si chiami affetto, amore, salute, fiducia, pace, consolazione, dignità, lavoro e quanto altro necessiti a vivere serenamente. Natale, per essere Natale, dovrebbe lasciare in giro tutti questi pacchi dono ogni giorno di ogni anno.

Io ci voglio sperare, nonostante tutto. Voglio credere che verrà il momento in cui sarà tutti i giorni Natale per tutti, e che non mancherà più niente a nessuno. Voglio crederlo perché ce n’è bisogno per guardare oltre il puntale dell’abete in casa nostra, perché i baci che ci scambiamo siano sinceri e non di circostanza. E per rimboccarci le maniche, perché costruire il Natale, giorno dopo giorno, in fondo tocca solo a noi.

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