ANNIVERSARIO ACQUATICO

PISCINAÈ giusto un anno che ho intrapreso un percorso di riabilitazione acquatica. Senza avere una patologia specifica riconosciuta, o esiti di traumi importanti o eventi neurologici.

Un anno fa ero, come si dice, alla frutta. Problemi dolorosi mai definiti, senza causa apparente. Anni passati con cocciutaggine in cerca di una diagnosi, e di conseguenza di una cura: una spesa incalcolabile in decine di esami e consulenze che non hanno concluso niente. Sei fatta così, gli anni passano, il tuo lavoro è pesante, non c’è rimedio risolutivo. Prova questo, prova quello, ma tanto…
Tanto era tutto inutile. Ed io, che per lavoro devo prendermi cura degli altri, non ero in grado di risolvere il mio dolore.
Si pensa che chi si occupa del benessere altrui sia esente dai malanni, e pertanto sempre disponibile e indistruttibile.
Non è così. Nessuno è di ferro. Continuare a mettere gli altri prima di ogni cosa porta a trascurare i propri disagi. E alla lunga si paga tutto.

Un anno fa l’ultimo specialista consultato, impotente, mi ha consigliato di andare a ballare. O di fare ginnastica in acqua. Ci ho pensato. Ho consultato le articolazioni sofferenti: hanno rifiutato persino l’idea del ballo, per quanto in passato si siano divertite nelle balere.
Sono andata allora in piscina, ho parlato con qualcuno, mi hanno detto si può fare. E ho cominciato la mia avventura.

Era un ambiente del tutto nuovo, per me che sono nata al mare, elemento che adoravo da sempre senza aver mai imparato correttamente a nuotare. Non ho imparato perché da piccola rifuggivo le occasioni di pericolo, sono stata sempre eccessivamente riflessiva e prudente, forse anche un po’ fifona e non c’era nessuno con la pazienza necessaria per insegnarmi. Del resto lì i bambini imparano da soli, e molto presto; io ero un’onda anomala.
Dopo è stato tardi per apprendere senza paura, al di là di un galleggiamento conquistato con orgoglio con le mie sole forze e che ritenevo comunque appagante. Infine problemi a un orecchio e il trasferimento in montagna hanno chiuso il discorso. Il mare era per me consolatorio solo a guardarlo, ma non saremmo mai stati in confidenza. O così credevo.

La piscina non è il mare, certo. Ma dal momento che vi ho messo piede mi è sembrato in qualche modo di tornare a casa. Era l’affinità con l’acqua, ma ancora non lo sapevo.
In realtà tutti sanno che il mare nel suo eterno movimento, nelle mutazioni cromatiche e nelle variabili della marea, della corrente, del moto ondoso, del fondale, delle creature che lo abitano in modo stabile e di quelle che lo invadono nella stagione calda, non è mai uguale a se stesso. E non è mai paragonabile all’acqua cheta di una piscina per quanto grande questa sia. In piscina è acqua morta, statica, nel mare l’acqua è viva.
Lo sanno tutti, e lo sapevo perfino io, che fino a un anno fa, appunto, non sono mai stata attratta neppure dal pensiero di tentare un approccio in un ambiente chiuso e umido come quello di una piscina comunale.
Avevo come metro di paragone il magnifico mare del Salento, con la sua vitalità, la sua purezza, che chi ci è nato non scambierebbe con niente altro al mondo. Per giunta ero preda di tutte le paturnie legate ai problemi alle orecchie, che temevo di aggravare.
No, chi mai avrebbe pensato di metterci un’unghia, in piscina?
E tuttavia, quando l’ho fatto, quando un anno fa sono entrata in vasca, ho cominciato a cambiare. A rinascere.

Non ero sola, nel mio percorso. Mi sono affidata a un personal trainer, a un coach, un preparatore atletico, un allenatore, un istruttore, un riabilitatore, chiamatelo come volete, la sostanza non cambia: una persona esperta ed empatica, che ha costruito per me (come per tutti quelli che segue per lavoro) un percorso su misura, che si è preso carico dei miei problemi fisici e mi ha aiutato ad affrontarli con degli esercizi personalizzati. Come nessuno prima, eccetto una fisioterapista che per anni si è prodigata per me con risultati solo parziali, per quanto importanti.

Se ripenso ai miei primi giorni in acqua di un anno fa, sorrido di tenerezza. Ero imbranata (vabbè, un po’ lo sono ancora…), non sapevo eseguire gli esercizi, mi lasciavo trasportare dall’acqua senza oppormi, non riuscivo neppure a camminare immersa fino al collo senza sbandare. Un disastro, dal punto di vista atletico e motorio. Lo stesso disastro che mi ha impedito da bambina di praticare un qualsiasi sport, quasi una forma di disprassia, a pensarci bene.
Un po’ alla volta, con la guida del coach, ho migliorato la mia performance. Ma non solo quello. In contemporanea ai piccoli successi ho imparato il gusto della sfida, la voglia di farcela, la fiducia nelle mie possibilità. Il “mai dire mai”, il mai dire “è impossibile”.
Ogni paletto superato mi ha regalato momenti di felicità pura. Dall’esecuzione di un esercizio ritenuto impossibile (e quanti ce ne sono stati!) all’immersione della testa nell’acqua, alla riuscita, faticosa, della prima sommozzata, al tuffo di piedi e di testa (su cui ho ancora molto da lavorare…), alla prima capriola sott’acqua, alla conquista, ancora più faticosa, dello stile libero. Tutti traguardi che ritenevo al di fuori delle mie modeste possibilità, e che invece ho conquistato, un po’ alla volta, uno per uno, con pazienza e non senza difficoltà.

Mi rendo conto che è difficile, per chi non l’ha provato, comprendere la portata dell’entusiasmo che mi ha spinto, per tutto questo tempo, a continuare, a insistere, a migliorare il mio rapporto con l’acqua. Ho conquistato, a un’età non più verde, ciò che un bambino nato al mare assimila insieme al biberon. La fisicità dell’acqua. Detta anche acquaticità.

Certamente non va trascurato il fatto che ad un certo punto sono stata semplicemente bene. I malesseri fisici si sono attenuati, sono stati sopportabili e per lunghi periodi anche dimenticati. Non sono guarita, ogni tanto c’è una ricaduta. Quando non hai niente di preciso ma quel niente è cronico e disturbante, non guarisci. Però puoi stare meglio. Molto meglio. Puoi affrontare la vita di nuovo con il sorriso. Puoi tornare ad occuparti di chi sta peggio, comprendendolo molto di più quando ti dice che ha male. Perché il male non si vede e tu lo sai, e sai, per averlo sperimentato, che a una cosa che non si vede non sempre si crede.

Non posso mollare. Se smetto per qualche giorno di troppo tutte le disarmonie del mio fisico riemergono. Ma non ho alcuna intenzione di smettere, fino a che posso, fino a che gli eventi della vita me lo consentiranno, fino a che ci sarà qualcuno che continuerà a guidarmi e stimolarmi con competenza. Gli obiettivi da raggiungere sono ancora così tanti!

L’acqua ha un benefico effetto anche sull’umore.
Sarà l’assenza di peso, che ti porta in una dimensione del tutto nuova. Sarà la carezza continua che scioglie le tensioni. Sarà perché in acqua riesci a fare cose impensabili a terra. Sarà che quando sei là sotto sei in un universo a sé, fatto nello specifico di piastrelle azzurre, ma che sarebbe uguale nella fossa delle Marianne o nel basso fondale di un atollo tropicale. Chi lo sa, perché.
Di fatto, l’acqua aiuta a vivere.

Non lo dico solo io, che più di una volta sono tornata a casa dalla piscina ridendo da sola, cantando e a volte quasi piangendo di gioia.
Ho partecipato a un convegno sull’acquaticità che si ripete annualmente, qui nei paraggi. Ho ascoltato le voci di operatori e utenti dell’acqua, in particolare di disabili, che una volta immersi ritrovano capacità perdute. Ho visto i sorrisi dei ragazzi con disabilità cognitiva anche grave, che in acqua sono felici e a volte perfino più coordinati, e sfido chiunque a contestarlo. Ho conosciuto l’esperienza dei malati di Parkinson, che lì sotto recuperano un minimo di coordinazione e soprattutto tanto buonumore.
Non lo dico solo io. Lo sa chiunque frequenti senza clamore l’ambiente acquatico.
Non entro nel merito delle attività agonistiche, che non sono il mio campo e di certo saranno trattate da personale più preparato ed esperto di me. È un discorso diverso, anche se so che pure chi pratica una disciplina acquatica con professionalità non sa stare a lungo troppo lontano dall’acqua stessa.
Posso però dire che ho assistito a un saggio di tuffi e nuoto sincronizzato tenuto da bambini e ragazzi che si allenano in piscina con serietà e impegno. Ho provato una forte emozione nel vedere la temerarietà di bambini piccolissimi che si tuffavano da tre metri, e mi sono commossa nel gustare l’armonia delle ragazze del sincronizzato. Non so descriverne la bellezza e la perfezione, anche solo a questi livelli, che non sono certo quelli altissimi delle gare internazionali. Posso solo aggiungere da parte mia una buona dose di benevola invidia e di ammirazione per tutti loro.SINCRO

Io ho iniziato tardi, come ho detto, probabilmente non raggiungerò mai la perfezione tecnica in nessuna delle cose che il bravo coach mi fa fare. Ma ho imparato a non mettere limiti a quello che posso PROVARE a fare. Divertendomi, faticando, cercando di migliorare. Cercando di stare bene con me stessa, con i miei limiti, con le mie incapacità. Cercando di riguadagnare un benessere fisico che mi possa permettere di assistere a mia volta persone che hanno bisogno.
E tutto questo, per me, passa attraverso la liquidità, come per qualcun altro passa attraverso una corsa o un paio di sci o una bicicletta.
L’ho scoperto un anno fa. E ne sono felice.

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