COMPLEANNO INPUNTADIPIEDI

in punta di piedi 2005Nel mese di febbraio appena conclusosi ricorre un altro anniversario, oltre a quello acquatico: il mio piccolo e implume blog cammina inpuntadipiedi da ben 10 anni.

È un bel compleanno, nel mondo virtuale usa e getta in cui mille nascite si accompagnano a diecimila morti. Molte cose sono cambiate, da allora, ma lui è ancora qui, piccolo e umile, senza pretese neppure di essere letto da qualcuno, gli basta esistere.

Ricordo come fosse ieri il periodo in cui sudavo come una pazza per aprire un blog. Tutta colpa di Giulio Mozzi, naturalmente. Frequentavo i suoi corsi di scrittura, il suo bollettino letterario Vibrisse era già un blog in rete, dopo essere stato per tanto tempo inviato via mail a chi era interessato. Erano gli anni in cui i blog andavano molto di moda. Era il loro periodo d’oro. Ancora non sapevano, poveracci, che i social network in breve tempo ne avrebbero decretato l’agonia.
Parlando con Mozzi dunque, poiché la mania di scrivere un diario l’avevo avuta da piccola, ma anche da meno piccola, mi era parso di capire che avrei potuto riprendere l’antica abitudine, non più nel segreto delle pagine di un quaderno nascosto, ma condividendo i pensieri con chiunque ne avesse avuto voglia.
Non ero pratica di smanettamenti al computer. Ma ci ho provato, seguendo le direttive di una delle piattaforme allora più in voga, Clarence. E all’occorrenza rompendo anche le scatole a qualche amico, tra cui lo stesso Mozzi e il mitico Cletus. Chiedi e ti sarà dato, pensavo. Tradotto: se non lo sai domanda, e imparerai.
In qualche modo sono nate le prime pagine di un diario che per me è sempre andato inpuntadipiedi. Nessun annuncio clamoroso (e dove lo avrei fatto? I social come detto non esistevano), non lo avevo detto a nessuno, quasi non volevo farlo sapere al mondo.
In qualche modo il buon Mozzi lo ha scoperto e magnanime ne ha dato l’annuncio in Vibrisse: momento epico che non dimenticherò mai!
In qualche modo il diario ha preso forma e spiccato non un volo, ma qualche saltello.
E in qualche modo è ancora qua.

Ricordo che non sapevo bene cosa scriverci. Riservata sulle mie cose, certi argomenti li affrontavo in seconda o terza persona. Le persone che mi stavano vicine nemmeno lo sapevano che scrivevo in rete. Ma non si sa mai, pensavo, erano pur sempre pagine pubbliche, chissà chi ci poteva capitare. E allora raccontavo quello che si poteva raccontare di me, quello che ritenevo si potesse sapere, non certo tutto. Piccole cose, piccoli pensieri. Che tanto la mia vita normale non poteva interessare nessuno. A volte commentavo fatti di cronaca, quelli che più mi colpivano, ma non sono stati molti. Non volevo che il mio diario fosse una specie di telegiornale. E ho imparato presto che commentare pubblicamente qualcosa significava attirare altri commenti e anche polemiche, perfino insulti. Non è stato il mio caso, a me non è successo, ma avevo visto che poteva succedere e non avevo alcuna intenzione di rovinare la piccola poesia del mio raccontarmi con stupide polemiche.

A volte ho recensito libri. Che bella cosa! Parlare di un libro che mi era piaciuto o non piaciuto spiegandone i motivi. Un ottimo espediente per tenere allenato spirito critico e memoria. Ma perché non lo faccio più?… Perché il mio tempo non è più quello, molto è cambiato, nella vita e pure nel modo di leggere. Ma quell’abitudine mi manca.

Attraverso il blog, in quegli anni, ho conosciuto molta gente. C’è stato chi mi ha chiesto il permesso di utilizzare un mio post, sorprendendomi ogni volta della facilità con cui perfetti sconosciuti arrivavano sulle mie pagine. Ancora non avevo compreso le potenzialità della rete, la velocità delle connessioni, dei link, e di come ricercando una parola o un argomento potevi andare a finire ovunque. Certo però mi faceva piacere.
Ho ricevuto pure delle proposte, per così dire, indecenti, che nulla c’entravano con la scrittura. Così, a scatola chiusa. Non ho mai messo foto mie sul blog, sono poco esibizionista. I dettagli sulla mia vita vera erano quasi inesistenti. Non c’era un cognome, una professione, non c’era una foto che mi riguardasse. È quasi così anche oggi! Cosa mai poteva attrarre un certo tipo di proposte?

La storia delle avances è stata anche divertente, ma è morta là. Non cercavo avventure, non cercavo amicizie (ma ho apprezzato quelle che ne sono derivate), non cercavo fama. Mi piaceva solo scrivere qualcosa e gettare la pagina al largo, chiusa in una bottiglia e affidata alla marea. Qualcuno l’avrebbe raccolta e qualcosa sarebbe successo.

Per diversi anni sono stata costante. Poi, è cosa nota almeno agli amici, la piattaforma Clarence, diventata Dada, ha deciso di colpo di cancellare i blog che vi ospitava. Senza preavviso, a parte qualche pregressa difficoltà di gestione nella pubblicazione dei post. Una pugnalata al cuore. Ben cinque anni di vita e pensieri spazzati via senza riguardo, senza che nessuno si degnasse di una scusa o di una risposta ai miei perché. Oggi, grazie al suggerimento di un amico, ho trovato quelle pagine in parte recuperate nell’immenso archivio della rete, ma solo in parte, appunto. Alcuni post, come il primo in assoluto che presentava il diario, che non avevo pensato a salvare, non si trovano più. Vabbè, pazienza. È già qualcosa aver recuperato un ricordo, anche se non completo.

E la voglia di scrivere non era ancora passata, ecco perché adesso inpuntadipiedi, da cinque anni, continuo ad andarci qui su wordpress.

A ben pensarci dieci anni di vita sono tanti. Moltissime cose sono accadute nel mio privato che non ho scritto sulle pagine del diario, perché ci sono dei limiti, nella mia riservatezza, che mai oltrepasserò, non è giusto darsi completamente in pasto a chicchessia. Ma molte altre sono là, e raccontano di me, o quello che ho voluto che di me si sapesse.

Così ci sono le mie emozioni legate a ogni avventura letteraria. Ci sono i dubbi e la fatica di rimettersi in discussione e studiare ancora (l’argomento andrà aggiornato al più presto, perché non si è esaurito…). Ci sono incontri che hanno lasciato un segno e qualcosa legato al mio lavoro. E qualche lettura, nei primi tempi targati wordpress, la si trova ancora.

È vero, negli ultimi mesi non scrivo più molto. Un pensiero veloce lo affido a facebook, senza doverci perdere molto tempo. Perché questo è il problema: il tempo che si fa negare e non è sufficiente a fare tutto quello che si vorrebbe. La socialità sulla rete ha portato al moltiplicarsi di contatti e di impegni che si concatenano uno all’altro, causa e conseguenza. Tutte belle cose, per carità, ma come si fa a recuperare la concentrazione e il tempo necessari per una riflessione un po’ più articolata?
Anche perché pure la vita procede a balzi, mettendo il turbo, richiedendo apnee sempre più prolungate tra un impegno e l’altro.
Non si può dire che sia un bene o un male in assoluto. È questo che offre la vita oggi, giusto o sbagliato che sia. Sta a noi, come sempre, la discrezionalità e un uso appropriato, con un po’ di cervello.
Facebook a piccole dosi ha i suoi vantaggi, ma va dosato, appunto. Se temevo che un blog limitasse la privacy, ora che vedo quello che può succedere con i social, devo rivedere le mie paure di allora. Ora è quasi peggio.
Ma niente critiche, ogni periodo ha i suoi mezzi.

Tornando al piccolo blog, io gli farei gli auguri. Per aver resistito fino qui, pur con tutti i suoi silenzi. Per non avere alcuna intenzione di morire. Per il solo fatto di esserci, e di continuare a darmi la possibilità di camminare, ancora inpuntadipiedi, nelle mie emozioni.
Tanti auguri e lunga vita, caro diario.

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