MIMOSA, FEMMINA PER SEMPRE

donneMimosa era nata in una giornata di primavera colorata, profumata e luminosa, spazzata da un vento gentile.

Era nata femmina.

Mimosa bambina era sempre un passo indietro. Sognava ad occhi aperti di prati in fiore, storie fantastiche, stelle lontane e oceani avventurosi. Mimosa sapeva cos’era la realtà, sapeva adattarvisi, ma non le piaceva. La realtà le imponeva attenzioni che non la interessavano, o al contrario, crudeli solitudini. E magari entrambi allo stesso tempo.
Mimosa si chiedeva perché coloro che avrebbero dovuto volerle bene si dimenticavano presto di lei. Bambina che parlava poco, perché nessuno l’ascoltava, aveva imparato a starsene per conto suo, in un angolo, avvinta dai propri sogni. Protetta dalla sua stessa fantasia.

Coloro che avrebbero dovuto volerle bene non vedevano di buon occhio questa sua abitudine. E a dire il vero disprezzavano qualsiasi cosa che la riguardasse. Era una femmina, era solo un pensiero. In futuro quel suo essere femmina avrebbe dato solo problemi. Meglio mettere subito in chiaro quello che le sarebbe toccato. Meglio chiarire subito che la sua voce sarebbe stata il più delle volte inascoltata. Che i suoi desideri sarebbero stati sempre inutili. Che le sarebbe toccato sempre stare al servizio di qualcun altro, un genitore, un marito, un figlio, un anziano. Che tutto quanto le sarebbe costato il doppio di fatica che se fosse nata maschio.
E Mimosa lo capì presto.

Mimosa bambina che cresceva aveva lunghi capelli neri e occhi profondi, ma era ancora piccola, e aveva un segreto. Aveva un fidanzato grande come il papà. Quel papà che non la vedeva se non con fastidio, perché come si fa a giocare con una femmina? E come si fa a guardare una femmina che pur bambina comincia ad avere sul corpo contrassegni da donna?
Il fidanzato grande invece Mimosa la guardava, eccome. La toccava e l’accarezzava. Giocava con lei a fare le coccole, come fanno un papà e una mamma, ma non i suoi.

Mimosa viveva in un mondo di stelle e di calore. Quel fidanzato segreto, grande come il papà, dopotutto non le piaceva. Le faceva male, e lei non amava provare dolore.
Mimosa voleva solo essere amata senza dolore.

Le primavere, uguali a quella che aveva visto Mimosa venire al mondo, si rincorrevano. Mimosa era sempre bambina, una bambina grande. Una bambina sempre più femmina, che non trovava il suo posto nel mondo. Il mondo era sempre di qualcun altro. Nessuno lo divideva con lei. Qualcun altro le diceva quale fosse il suo posto e cosa dovesse fare.
Sempre un passo indietro, Mimosa. Sempre nel suo sogno di amore compatto, di favole buone. Dove la condizione di femmina non era un peso e sogni e desideri avevano possibilità di realizzarsi per quanto assurdi potessero sembrare. Non erano imbrigliati da chi pensava che non ne avesse diritto. Non le sarebbero costati il doppio di fatica, per poi essere ignorati e bollati come vani.

Mimosa femmina donna imparava che il diritto allo studio valeva per tutti meno che per lei. Che le sue opinioni non avevano peso. A lei toccavano dei doveri precisi, quelli stessi inculcati nel suo animo insieme al latte del biberon, proprio in quanto femmina. Imparava che doveva essere bella e perfetta, perché chi non è bella e perfetta non è amata. E non c’era modo di sottrarsi a tale imperativo, se non a grande prezzo. Mimosa vedeva le fatiche di quelle femmine che volevano essere diverse, e non era sicura di volerle emulare. Non era certa di esserne capace.
Mimosa voleva solo una cosa: continuare a vivere nel suo mondo pulito, dove tutti erano uguali e si volevano bene.

Mimosa femmina incontrò l’amore che sognava. O tale lo credette. Anche quando questo amore si impossessò del suo corpo imprigionandolo in una morsa di dolore, fatto di lividi e fratture. Anche quando si rese conto che la parola piacere era bandita dal vocabolario dei suo corpo. Anche quando avvertiva che la propria volontà si annullava nella volontà del padrone. In fondo, non le avevano sempre ribadito che il suo pensiero non aveva valore? Ma allora se era così, perché il suo pensiero invece voleva volare via con ali proprie?

Mimosa femmina che divenne madre, conobbe un nuovo tipo di amore. E pazienza se i suoi capelli non erano più lucidi, se il suo corpo martoriato si allargava nell’ospitare una nuova creatura, se i vestiti non le stavano più. Ora aveva un modo nuovo per ripararsi quando arrivavano i colpi, circondando il ventre con le braccia e rannicchiandosi in quel mondo di amore e stelle in cui non sarebbe più stata sola. Nella sua pancia c’era l’oceano che aveva solo immaginato, e un re, o una regina, di cui sarebbe stata schiava volontaria per il resto dei suoi giorni, che l’avrebbe fatta sentire la persona più importante dell’universo.

Mimosa femmina, donna, bambina, nata in una luminosa giornata di primavera, colorata di fiori e speranze. Mimosa, femmina per sempre, costretta a interrompere il suo sogno in un giorno di primavera lacrimosa e senza futuro.

Mimosa, femmina per sempre, è ogni donna cui viene negato il diritto di studiare, di imparare, di avere voce, di diventare qualcuno.
Ogni donna che resta imprigionata da tabù arcaici e pregiudizi culturali.
Ogni donna che vede sottrarsi il diritto a gestire il proprio corpo e provare il piacere di essere donna.
Ogni donna che non conosce il significato della parola libertà.
Ogni donna che vede giudicato ogni gesto, ogni parola, ogni comportamento.
Ogni donna che diventa oggetto senza diritti, che si può maltrattare e buttare via.

Ogni donna per cui vivere è un atto di coraggio e non una faccenda naturale.

Mimosa è la femmina che sogna e fa paura.
È a lei che penso, oggi.

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