VASCALONGA 2015

VASCALONGA 2015 1Non vede l’ora di entrare in acqua. Manca ancora qualche minuto al via ufficiale, ma lui è già a bordo vasca. Corsia 6, quella dell’acqua bassa, la sola probabilmente che può affrontare. Va avanti e indietro, con il passo trascinato e incespicante tipico della sua condizione, e se non bastasse quella tipica andatura a “etichettare” la malattia di cui soffre l’evidente tremolio delle mani è inequivocabile. Il morbo di Parkinson è tristemente riconoscibile a chiunque. Tutti conoscono gli effetti della malattia, il progressivo irrigidimento della muscolatura che rende difficile la mobilità, inespressivi i volti e al contempo accentua i movimenti involontari fino a causare tremori incontrollabili.
Le persone che soffrono di questa patologia nel tempo sviluppano, tra gli altri, gravi problemi motori e di equilibrio.

L’uomo che cammina a bordo vasca impaziente di entrare in acqua è in una fase intermedia. Cammina da solo a piccoli passi saltellanti e le mani hanno il caratteristico movimento conta soldi. È alto, anziano, indossa una cuffia rossa, ha il fisico asciutto e non c’è dubbio che in gioventù dev’essere stato un bell’uomo. Prima di fare i conti con la malattia.
Ma è altrettanto indubbio che la grinta che di certo aveva da ragazzo e da uomo sano l’ha conservata anche ora che non è più né una cosa né l’altra. Perché a dispetto della malattia lui ora è qui per gareggiare. Per partecipare alla vascalonga.

È infatti tempo di vascalonga in piscina. Una maratona di nuoto a staffetta, non competitiva, organizzata come momento conviviale, sportivo e di solidarietà, dato che una parte dei proventi andrà in beneficenza. Vi possono partecipare tutti quelli che sono in grado di nuotare senza interruzioni per 20 minuti. Atleti, nuotatori della domenica, ragazzini, principianti, anziani, chiunque. Anche quelli che fisicamente non potrebbero partecipare ad alcuna gara.

In effetti l’uomo con il Parkinson non è il solo a essere regolarmente iscritto alla maratona. C’è tutta una serie di persone con varie disabilità che alla propria condizione non vogliono darla vinta. Che nell’acqua hanno trovato una dimensione gioiosa e un sollievo a dolori, pregiudizi e situazioni tremende. Persone che vogliono essere presenti in modo attivo al momento di festa e di agonismo tanto come tutti “gli altri”.

La sirena dà il via alla maratona. Nelle 5 corsie dedicate al nuoto i partecipanti si tuffano in contemporanea ed è spettacolo. Perdo il conto di quanti atleti affollano ogni corsia nei due sensi di marcia. Divorano le distanze bracciata dopo bracciata, perché anche se non è competitiva è pur sempre una gara, è previsto un piccolo premio a chi percorre più metri nuotando il crawl o a rana e tutti vogliono dare il meglio.
Ma anche nella corsia numero 6 c’è grande impegno. L’uomo è finalmente partito per fare la propria gara. Lui non nuota, lui cammina, o meglio corre, insomma, fa del suo meglio per fare in fretta. Lo guardo incantata. Le difficoltà di movimento che a terra sono evidenti, in acqua quasi scompaiono. La sua piccola corsa appare normale, tanto quanto la mia quando faccio lo stesso esercizio. L’impegno che ci mette è impressionante. Non nuota, ma è il suo modo di partecipare, di essere come gli altri atleti, di dare il suo contributo alla gara. Insieme a lui, nella stessa corsia, altre due persone con diversi gradi di disabilità nuotano con impegno.
L’uomo invece corre. Per come può corre, nell’acqua, come la malattia non gli consentirebbe di fare a terra. Nessuno come me lo può capire. Non posso paragonare i miei problemi fisici ai suoi, ma so cosa vuol dire riuscire a fare in acqua qualcosa che a terra non si farebbe mai, o sarebbe molto più complicato. È da più di un anno a questa parte che ho fatto questa constatazione. Non smetterò mai di meravigliarmi per ciò che l’acqua consente.

Io sono di parte, lo so. L’acqua è il mio elemento vitale, scoperto tardi, ma in qualche modo sempre sentito dentro. Il mio recente percorso lo ha confermato e ha rivitalizzato quello che da sempre sapevo senza che nessuno me lo avesse rivelato.
L’acqua è vita. Ed è alla portata di tutti. Dei bambini e degli adulti, di quelli che stanno bene, di quelli che la vivono con agonismo, di quelli che ci giocano, di quelli che non hanno avuto fortuna e sono stati abbandonati dalla salute, oppure la salute non l’hanno mai conosciuta. È nell’acqua che ci formiamo e cresciamo, nella protezione dell’utero materno. La stessa vita primordiale ha avuto origine in ambiente liquido. Ecco perché ci stiamo tutti bene, una volta superata la diffidenza iniziale, per chi ce l’ha, e la paura ancestrale che prende quando non si hanno più i piedi per terra.

Ecco perché sono idealmente dentro la vasca numero 6 insieme a quell’uomo dalla cuffia rossa e ai suoi compagni. Il nostro è un rapporto vitale, conquistato e non scontato, liberatorio e gratificante.
Mi sento più vicina a loro che non agli atleti che stanno facendo ribollire l’acqua tra bracciate, gambate, sorpassi spericolati. Forse prima o poi sarò anche io fisicamente in grado di nuotare per tutti quei minuti, in fondo una volta impadronitami della tecnica (dopo tanti e tanti mesi di faticosi tentativi!) rimane da sviluppare fiato e resistenza, nulla che mi sia precluso a priori, nonostante l’età e l’inizio tardivo. Questione di tempi, forse, e di volontà, oltre che della presenza o meno di saltuari acciacchi con cui fare i conti. Ma probabilmente la mia volontà non sarà mai paragonabile a quella di queste persone che hanno perso, o mai conosciuto, la fortuna dello stare bene. E che tuttavia con la partecipazione ad una manifestazione sportiva aperta a tutti conquistano il proprio diritto a essere come “gli altri”, proprio con quella forza di volontà che noi, persone comuni senza speciali prerogative, a volte perdiamo per strada.

L’uomo con la cuffia rossa ha rallentato l’andatura. I venti minuti però non sono ancora trascorsi. Temo che si sia stancato, mi chiedo se ce la farà a non cedere prima del tempo. Mi chiedo se non abbia bisogno di aiuto. Ma poi mi dico che se è là, da solo con se stesso, è perché non ha bisogno, in questo momento, di nessuno. Sapeva benissimo cosa doveva fare e se si trova in acqua, ora, è perché lo ha voluto ed è in grado di portare a termine la sfida. Però io la vedo la sua fatica e sono in ansia. E tuttavia, imperterrito, a ogni giro arriva a toccare il bordo opposto e ogni volta riparte.
Qualunque sia il suo percorso finale, per me ha già vinto. Così come i suoi compagni di squadra e di corsia.

Suona la sirena, è il momento del cambio della staffetta. In cinque corsie c’è quasi una ressa, fra chi entra e chi esce. Sono ammirata dall’abilità dei nuotatori. Ma sono stregata dall’abilità diversa che ribolle e si dà il cambio nella corsia 6. L’ennesima lezione di vita. L’ennesima conferma del potere dell’acqua. Che aiuta, rinforza, a volte guarisce, tanto l’anima che il corpo. Ma soprattutto rende tutti uguali, ognuno con le proprie capacità senza discriminazioni.
Siamo tutti campioni, là dentro. Forse, un pochino, pure io.
Di certo lo è l’uomo con la cuffia rossa che ora, fuori dall’acqua, riprende il suo passetto corto ed è costretto a tenersi per non cadere, in un mondo troppo terrestre che non lo capisce.

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