IL DONO DELLA SALUTE

PatchadamsNon ci si abitua mai. Anzi, passano gli anni, cambiano le storie, si modificano, forse, le patologie, ma la compassione non viene mai meno di fronte alla sofferenza. Se non fosse così non saresti un infermiere.

Quello che si incontra nella galassia dell’assistenza è spaventoso. Chi ha il dono della salute nemmeno immagina cosa voglia dire stare male. Male sul serio. Trovarsi a vivere una vita ai limiti della umana tolleranza. Eppure vivere.

A chi ha il dono della salute e ugualmente si lamenta di chissà cosa io consiglio di fare un giro nei reparti di un ospedale, oppure a casa di certe persone con situazioni gravi, gestite da familiari costretti a diventare d’un colpo infermieri, badanti e medici tutto insieme.

Chi ha il dono della salute si troverebbe allora davanti, per esempio, un anziano dolcissimo che a causa di un cancro non ha più la lingua, per cui non riesce a parlare, per cui non riesce a inghiottire, (ma ci prova e si causa polmoniti da inalazione di cibo), per cui è divorato dalla cachessia, per cui non ha più carne fra la pelle e le ossa. Ma mantiene intatta la lucidità mentale e la voglia di comunicare con una grinta che le forze non sostengono, nemmeno per tracciare scarabocchi incomprensibili sulla carta. La pelle bianca e incartapecorita gli regala dieci o quindici anni di più di quelli che ha. Una piccola mummia vivente, rugosa e pallida, ma come si fa a non fargli una carezza sul cranio pelato quando ti guarda come un cucciolo e cerca invano di spiegare un suo pensiero?

Chi ha il dono della salute potrebbe trovarsi davanti il giovane leucemico che invece di cercare lo sballo del sabato sera deve pensare tutti i giorni a difendersi dal germe che è nell’aria, dal colpo d’aria, dallo starnuto altrui, e ricordarsi di prendere le terapie e di tornare in ospedale per la chemio. Eppure il ragazzo non rinuncia a essere trandy: sul fantasma del suo corpo indossa un ormai largo completo grigio, con gilet e panama in tinta sulla pelle grigia e glabra. E sorride.

Chi ha il dono della salute potrebbe imbattersi in persone in seno alla propria famiglia ma attaccate a un respiratore, costrette ad alimentarsi attraverso un tubo nella pancia, a non alzarsi mai più da un letto, a fare i conti con le piaghe e l’impossibilità di grattarsi il naso o cambiare posizione.

Oppure potrebbe trovarsi davanti anziani che non respirano perché hanno i polmoni vecchi e fibrotici, non camminano perché hanno ossa e articolazioni vecchie e usurate, non mangiano perché il tubo digerente è vecchio e atrofizzato, non regolano gli ormoni perché fegato, pancreas, tiroide sono vecchi ed esauriti. Anziani con così tante patologie, con così tante pastiglie da dover assumere da far paura solo a contarle. Anziani che però vivono, stanchi ma aggrappati alla vita, senza futuro che non sia il prossimo giorno o la prossima ora. Così teneri, così irresistibili, così incredibili.

O ancora potrebbe trovarsi di fronte a persone invase da cellule impazzite che si aggregano in uno o più mostri cancerogeni, o persone con difese iper agguerrite che attaccano se stesse, o persone che si trascinano aspettando la morte di qualcun altro per rinascere con un corpo estraneo nel corpo. Persone che in ogni caso hanno uno scomodo compagno di viaggio chiamato dolore.

Chi ha il dono della salute si troverebbe forse davanti alla persona, giovane o meno giovane, in uno stato di sonno perenne che non è coscienza (forse) e non è incoscienza (forse), che respira ma non si sa se pensa, se prova dolore, se riconosce, se è qualcosa di più di un vegetale o è uguale a una pianta nel vaso che va innaffiata perché non muoia.

Questo e tanto altro si troverebbero davanti, se solo andassero oltre il proprio piccolo mondo, coloro che hanno il dono della salute. E capirebbero che c’è molto di più serio, di più difficile, di più grave, di più intollerabile, di chiacchiere vuote da social network, di sterili polemiche pseudopolitiche, del piagnisteo per una finta povertà. E tutto appena nella porta accanto.
Magari incontrerebbero la stessa tenerezza e la stessa compassione che avvolge l’infermiere nel suo vivere quotidiano. E nell’egoismo generale che contraddistingue il nostro tempo non sarebbe un male.

Al di là della tenerezza e della compassione, sorgerebbero poi delle domande, tra coloro che hanno il dono della salute, le stesse che pure l’infermiere si pone, tutti i giorni, invano.

Cosa stiamo facendo all’umanità?
Stiamo dimenticando i limiti della vita, spostandoli sempre più in là?
E perché così facendo non garantiamo lo stato di benessere, ma alimentiamo il proliferare di condizioni senza prospettive e insostenibili se non per la volontà incrollabile dei singoli e dei loro famigliari, che tuttavia sono soli e hanno a disposizione riserve energetiche personali assai limitate?
Esiste ancora un paletto da rispettare, un accanimento da evitare, una sofferenza da rifuggire, nei meandri della nostra coscienza?
E chi stabilisce qual è e dove si trova questo paletto, questo confine invalicabile? Quando vedi l’anziano solo e abbandonato, ma deciso a vivere nonostante tutto fino all’ultima goccia e anche di più; o quello circondato da amore testardo, ma esausto; o la persona cui solo il cervello funziona mentre tutto il resto è da buttare; o viceversa, un fisico ancora abbastanza prestante ma la sola follia demenziale a governarlo e nessuno che riesca a gestirla: chi regola il limite del paletto? Chi alza o abbassa l’asticella?
Chi stabilisce dove e come è giusto prolungare la vita oltre limiti che solo fino a qualche anno fa sarebbero stati chiari e netti?
Chi può rispondere alla domanda fondamentale: perché tanta sofferenza? A scontare quale peccato tremendo queste persone soffrono tanto?

Allo stato attuale non ci sono risposte. Non ce ne sono nemmeno per l’infermiere, che se ne ha evita di palesarle anche a se stesso, perché sono enormi e insostenibili. Perché fino a che ne avrà la forza, o non toccherà a lui trovarsi dall’altra parte, non risparmierà una carezza, un gesto pietoso, un sorso d’acqua, una battaglia donchisciottesca contro il sistema troppo manageriale, troppo interessato all’economia e poco umano.

L’infermiere vorrebbe tanto che chi ha il dono della salute, e soprattutto chi ha anche il potere di decidere, ammesso che ci sia, entrasse a contatto con la galassia sofferenza, con l’universo vita, con il mondo della porta accanto che non gode delle stesse banalità di chi sta bene, costretto ad apprezzare solo il fatto di respirare, quando può.
Perché la vita vera è anche questa e nessuno deve ignorarlo.

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2 Risposte to “IL DONO DELLA SALUTE”

  1. mimmodv Says:

    A volte mi capita di pensare a fratello di mio nonno che a venticinque anni, nel 1917, venne colpito da una cannonata nella sua postazione di artigliere, abbarbicato sulle montagne vicino Gorizia. Per la cronaca morì due mesi dopo, poco prima di natale, all’ospedale di Padova “per le ferire riportate in combattimento” almeno così recita il referto. Mi sono immaginato in che condizioni e con che tempi dalla postazione di montagna sia arrivato all’ospedale di Padova, senza antibiotici a disposizione, credo anche con scarse possibilità di trasfusioni. Oggi che (guerra a parte) un incidente anche grave nella stesa zona potrebbe risolversi in un’ora al massimo, in cui, tramite elicottero, il paziente si troverebbe in un reparto di terapia intensiva con ben altre prospettive. Ma in quei reparti “confine del mondo” per chi ha avuto l’occasione di entrarci, si percepisce quella sottile linea di confine, intrisa di sofferenza.
    Il progresso della medicina ha portato alla ospedalizzazione di tutti e due i momenti chiave di un’esistenza. Molto spesso si nasce e muore in ospedale, sottraendo questi passaggi di confine che una volta venivano vissuti invece all’interno delle famiglie (con tutti i pro e i contro che questo rappresenta).
    Mi chiedo spesso cosa sia il giusto mezzo nell’opporsi con la tecnologia all’incedere di uno stato patologico prolungando a volte non già la speranza ma soltanto la sofferenza. Per conto mio mi piacerebbe poter fare come nel film “piccolo grande uomo”, dove l’anziano guerriero cheyenne che quando avverte la sua ora, si ritira in montagna e si stende, viso al sole, a rendere al cielo l’ultimo respiro (…oggi è un buon giorno per morire…).
    Io sono molto attaccato alla vita, mi sono sempre divertito molto a compiere il dovere di esistere che la nascita mi ha dato e non so come potrò comportami quando la salute verrà meno e mi toccherà chiedermi se restare aggrappato all’idea di vita o arrendermi al naturale corso di un’esistenza che si spegne.
    Certamente però credo che l’eccessiva ospedalizzazione della morte abbia sottratto molta naturalezza a questo momento e accresciuto quindi la paura del trapasso. Quella stessa paura che non ci fa accettare la fine della vita con sufficiente serenità.
    Poi è una questione di carattere, io so che comunque vada quel giorno mi lamenterò con disappunto di dover lasciare “ancora un sacco di cose da fare…..” .

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  2. ramona Says:

    ciao Mimmo!! Io sono come te, troppo attaccata a questa avventura che chiamano vita per pensare senza dispiacere a quando dovrò lasciarla. Avrò senz’altro anche io lasciato indietro una montagna di cose da fare, da gustare, da vedere e insomma, da vivere. Non ci è dato di essere accontentati in tutto, questo si sa. E tuttavia ti dico una cosa. Secondo me la persona che sta per morire se ne accorge, lo sente, e il più delle volte lo accetta, quando sa che è arrivato il punto di non ritorno. A volte può essere pesante il periodo prima, perchè la non accettazione c’è. è umana, e a volte è perfino utile per combattere la malattia. Ma quell’attimo in cui si sente che l’ora è arrivata, credimi, è accettato da tutti. Sono quelli che restano che a volte non lo accettano.
    Ti mando un bacione grosso e un abbraccio forte forte!!

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