VENTI MINUTI

VASCALONGA 2015 4Sabato pomeriggio. Sono in piscina e mi appresto a entrare in vasca. In realtà non so bene cosa fare in questa oretta di tempo che mi sono ritagliata… Faccio un po’ di salutare ginnastica o mi butto sul nuoto?
Il dilemma si ripropone ogni volta che sono qui per conto mio e non sto seguendo qualche corso.
Mi guardo intorno.

La vasca bassa, dove potrei fare qualche esercizio, è affollata quanto basta per scoraggiarmi. Poche e innocue persone sono il pretesto per non provarci nemmeno. Con buona pace del Coach, io dopo due anni e mezzo di riabilitazione a mettermi da sola a fare esercizi proprio non riesco. Tanto so che sbaglio le sequenze, che faccio modifiche strane all’esercizio, che mi propongo di fare una serie di dieci e finisco per farne una di quattro… Senza il frustino dell’allenatore le mie pecche di mancata atleta saltano subito fuori: pigrizia senza dubbio, ma anche mancanza di memoria tecnica (leggi imbranataggine congenita) e di stimolo necessario. E poi un po’ mi imbarazza saltellare o fare camminate ginniche da sola. Le facce nella vasca bassa sono sempre le stesse, anche loro alle prese per lo più con esercizi di rieducazione funzionale. Non dovrebbero fare caso a me. Eppure.

Ok, Coach, aspetto la frusta la prossima volta che ci incontriamo e anche una nota di biasimo. Sono una pessima allieva.
Intanto oggi opto per il nuoto.

Le altre vasche sono un po’ meno affollate, ci si può ragionare. Scelgo quella dedicata al nuoto veloce. E già questa è una mezza barzelletta. Io che nuoto veloce? Ma no, si fa per dire. È che è quella un po’ meno frequentata. C’è solo un uomo giovane che nuota come se non ci fosse un domani. Credo che non gli darò fastidio e lui non ne darà a me.
Decido che è la circostanza ideale per fare un tentativo di nuotata lunga.
Quanto lunga?
Quanto una vascalonga.
Venti minuti.
E questa sembra l’altra metà della barzelletta. Io che nuoto così tanto senza fermarmi? No, che c’entra… mi fermerò all’occorrenza, mica ho un fucile puntato alla schiena. Mica è una gara vera. Però è l’obiettivo che mi metto bene in testa, un bersaglio da colpire. La mia incostanza, la pigrizia, lo scarso rendimento fisico e soprattutto l’assenza assoluta di mentalità agonistica remano contro il mio proposito, mi sconsigliano vivamente.
E tuttavia oggi è questo che voglio fare.

Entro in acqua e tengo d’occhio il cronometro. Pronti, VIA! Parto con tranquillità, non devo abbattere record. E poi ho imparato a mie spese che le partenze veloci bruciano le riserve energetiche e finisce che all’arrivo non ci arrivi.

Mi concentro sulla tecnica del crawl. Nella teoria la conosco perfettamente. Nella pratica c’è sempre qualcosa che non quadra. Però arrivo al bordo, mi giro e riprendo a nuotare, senza fermarmi.
La cosa si ripete per quasi sei vasche. Sosta al bordo il minimo necessario per girarsi. E certo, perché la capriola che fanno i nuotatori veri io me la sogno, al momento non è cosa per me. So come devo fare: arrivo, tocco con mano, tocco con l’altra mano, mi giro, spinta, scivolamento e via. Sembra facile, peccato che non sempre mi riesca.
Fa niente, intanto sono ancora qua che nuoto.

Bracciata bracciata respiro.
Bracciata bracciata respiro.

Questo è il mio ritmo. Ma dopo sei vasche il respiro diventa un optional. Sono sicura che sto respirando?
Devo distrarmi, pensare a qualcosa, così non sentirò fatica e affanno.
Mi concentro ancora sulla tecnica.

Bracciata bracciata respiro.

Il braccio ben esteso ad agganciare l’acqua. Non sforzo, perché ho le spalle delicate e non vorrei infiammarle, come è già successo. Però mi sembra di fare abbastanza bene. La mano entra in acqua, la spinge sotto: avanzo.
Espiro mille bollicine con il viso nell’acqua, a guardare non il fondo, ma un po’ in avanti. A ogni bracciata allungo il più possibile la muscolatura del dorso, quella così cattiva che quando si mette a dolermi mi fa sentire il gobbo di Notre-Dame, tanto fatico a tener su il tronco.

Negli ultimi tempi l’ho domata abbastanza. Merito dell’allungamento dorsale, appunto, mentre nuoto. E della ginnastica che svolgo da due anni a questa parte.
Ecco. Senso di colpa.
Era meglio se facevo qualche esercizio?

Bracciata bracciata respiro.

Il respiro è la faccenda più complicata. Devo fare entrare aria, non acqua, quando volto il capo alla terza bracciata. Facile. Cioè. A volte non proprio. Ma con quel po’ di esperienza che mi sono fatta nel tempo ho imparato a gestire, più o meno, l’ingresso improprio dell’acqua in bocca. Senza per ora annegare.

Bracciata bracciata respiro.

Comincio a essere un po’ sfiatata e rallento il ritmo. La sosta al bordo fra una vasca e l’altra si allunga un pochino, ma cerco di non farla diventare pausa per il tè e i pasticcini (Coach dixit). Si va avanti, che il cronometro gira.
Meglio però cambiare indirizzo ai pensieri mentre vado in automatico.
Per esempio, rifletto sul progresso fatto in tutto questo tempo. Sorrido, ma il rischio di bevuta è sempre là, così mi riesce solo un sogghigno sghembo affamato d’aria.
Sorrido perché penso che meno di un anno fa riuscivo a malapena a nuotare per una vasca sola prima di morire senza fiato. Adesso sono qui a cercare di far passare venti minuti nuotando. Sono sempre io? Sì, con la mia tecnica ridicola e annaspante, che però non è più un polleggiamento, bensì un tentativo serio di nuoto. Che in fondo non riesce proprio malissimo, a giudicare dal fatto che sono a metà circa del tempo prefissato e resisto ancora.
Qualche progresso l’ho fatto. Non sarò la Pellegrini, nemmeno in bozza, nemmeno come bestemmia, ma sono qui.

Bracciata bracciata respiro.

La Pellegrini percorre 100 metri nel tempo che io ci metto per farne all’incirca 30.
Sono una campionessa.

Bracciata bracciata respiro.

Fuori piove, l’ennesimo temporale violento di questo periodo che non vuole lasciare spazio all’estate. A me pare di sentire addosso anche l’acqua che viene dall’alto. È tutta acqua, acqua di sopra, di sotto, di fianco. Ci sono immersa, sento il rumore della pioggia sulle vetrate della piscina e per un po’ sono davvero un tutt’uno con l’acqua. Penso che si sta molto meglio qua dentro, anche se perfino l’acqua della vasca sembra grigia come il cielo là fuori. Sento i tuoni e mi chiedo se un fulmine potrà mai arrivare qui, condotto in un nanosecondo da tutto questo liquido. Ho una visione: una ranocchia arrostita con la cuffia rosa in testa uguale alla mia. Decido che è meglio cambiare pensiero. Manca ancora un po’ al traguardo dei venti minuti.

Bracciata bracciata respiro.

In questi giorni hanno recuperato il relitto di una imbarcazione affondata nel Mediterraneo lo scorso anno con un carico pazzesco di migranti. Sono 700 le persone morte nell’acqua, che si sommano alle migliaia annegate prima e dopo. Persone che non hanno potuto nuotare, che sono state sopraffatte dal mare, che hanno visto la loro breve esistenza interrompersi in un catino d’acqua. Perché il Mediterraneo è un catino, rispetto all’oceano. Ma è sufficiente per essere spietato. L’acqua non è sempre amica. Penso a tutto quella gente, alla loro disperazione, al terrore che li ha invasi quando l’acqua è arrivata alla gola e ha allagato i polmoni, alle vite distrutte nel sogno di un nuovo inizio per colpa del mare. Penso all’abbraccio mortale, che per me invece è così vitale. Forse non è stata tutta colpa del mare. Forse siamo noi i colpevoli di quella tragedia.
Annaspo, spingo con le bracciate e cerco l’aria. Io posso farlo. Loro non hanno potuto. E se una lacrima ora scappa si confonde qua in acqua e non la vede nessuno.

Prendo fiato al bordo. Non dovrei ma… Forse è proprio tempo di tè e pasticcini. Quanto manca alla fine? Ancora un po’. Riparto.

Bracciata bracciata respiro.

Il ritmo è ancora più lento. Ho l’impressione di non farcela più. Ma bracciata dopo bracciata vado ancora avanti. I veri sportivi quando sentono arrivare lo sfinimento non si fermano, spingono ancora più forte per superare il momento, per superare il limite.
Io sono tutto meno che sportiva. Quante volte mi fermo perché tanto, mi dico, so che ce la farei, tanto vale fermarsi… Invece no, stavolta non mi fermo. È l’occasione per riflettere, con il pensiero un po’ appannato dalla fatica, su quella che sono e su quella che sembro, che le due cose non sempre coincidono.
Negli ultimi tempi ho avuto delle conferme a questa mia sensazione di estraneità. Io sono una cosa, ma agli altri arriva un’altra immagine di me, diversa e contrastante. Questo può comportare delle incomprensioni, dei pregiudizi e delle situazioni che possono ferire. Rivedo la ragazzina insicura che ero, bisognosa di piacere a tutti e se non era così ci stava male. Chissà poi perché. Ma bracciata (ora rabbiosa) dopo bracciata considero che il tempo è passato e io non sono più quella ragazzina. Che non si può piacere a tutti, che può capitare di risultare anche sgradevoli, più o meno volontariamente. E che l’apparenza può ingannare chi si ferma alla superficie. Se non risulto bella e simpatica a prima vista, mi dispiace, ma non è un problema mio. Ho l’età per poterlo affermare e per potermene fregare. A costo di sembrare asociale.

nuoto

Io in realtà non sono asociale. Io farei volentieri amicizia. Con il tipo che nuota insieme a me, per esempio. Non ne vedo il volto, ma quando lo incrocio sott’acqua mi sembra un delfino. È snello, agile, muscoloso, si vede che nuota da tempo. Gli invidio quell’apparente assenza di fatica, quel tono muscolare, quella resistenza che non lo fa fermare mai. Mica come me, con le mie soste per tè e pasticcini. Ecco, io con uno così farei amicizia. Ma sembra che il nuoto sia uno sport solitario. Sei concentrato su te stesso, sulla prestazione, sui dettagli, magari sui tempi. Non c’è tempo per dedicarsi alla socialità.
Peccato però. Caro il mio delfino che nel frattempo ti sei dissolto nell’acqua senza che me ne accorgessi, la ranocchia che ha nuotato insieme a te, e che tu hai doppiato una infinità di volte, in realtà è una sirena in incognito. E non te ne sei nemmeno accorto.

Mentre ridacchio badando a non bere, una occhiata al cronometro mi dice che mancano pochi secondi al termine. Veramente me lo stavano già ricordando il fiato corto e la tachicardia, oltre ai movimenti scomposti, ormai non più produttivi.
E finalmente scadono i venti minuti.
Bracciata dopo bracciata ho percorso quasi 20 vasche. Sì lo so, sono una pippa.
Sì lo so, domani le spalle avranno le loro rimostranze da farmi e forse nemmeno lo sciatico sarà così entusiasta. Ok, la prossima volta ginnastica. Ma intanto riprendo fiato, poi lo trattengo, vado un po’ in apnea e rido da sola, sott’acqua, felice come una bambina. Felice come una sirena.

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