LE MIE OLIMPIADI

olympic flagIo non sono un’atleta. Non lo sono mai stata. Da piccola lo sport che mi riusciva meglio era girare le pagine di un libro. A scuola nell’ora di educazione fisica ero una frana, mi promuovevano solo per carità di Dio, perché eccellevo in quasi tutte le altre materie.

No, non sono un’atleta. Sono sprovvista del gene che fa di un comune mortale una persona idonea all’attività sportiva. Di sport ne ho provati tanti, ma fallendo in tutti ho dedotto di essere un caso disperato e mi sono dedicata ad altro.

Però sono una gran sportiva. Perché lo sport mi è sempre piaciuto guardarlo in tv. Variando nelle specialità, nel tempo sono stata appassionata di molte discipline. La classica sportiva da salotto.

Ora è tempo di Olimpiadi. E come sempre mi incateno, quando la vita quotidiana me ne lascia l’occasione, a guardare le gare, talvolta anche a notte fonda visto che con il Brasile, Paese ospitante questa edizione dei Giochi, c’è un fuso orario di almeno cinque ore. A volte avere un lavoro con il turno notturno ha i suoi vantaggi.

Guardo un po’ di tutto, tra quello che la tv trasmette e i buchi di tempo che riesco a ritagliare per sintonizzarmi con il Brasile. Certo ho le mie preferenze, mica mi piace proprio tutto, ma di tutto mi interesso. L’ho detto, sono una gran sportiva.

Guardo e provo una immensa ammirazione, oltre che una feroce invidia, per quelle capacità fisiche che a me mancano. Per quel famoso gene che il mio DNA ha dimenticato da qualche parte. Donne e uomini a mio parere immensi solo per il fatto di trovarsi lì. A disputare la gara delle gare, la gara della vita. Non c’è niente al mondo per un atleta che possa superare l’orgoglio di disputare una competizione olimpica. Vincere poi vuol dire salire in Paradiso, elevarsi oltre le vette, entrare nella storia, presentarsi al mondo con un biglietto da visita unico e preziosissimo.

Come non capirli, tutti quegli atleti. E come non invidiarli.

Ci sono vari spunti di riflessione che una Olimpiade mi procura, oltre al piacere fine a se stesso di guardare le gare. Così, tanto per allenarmi anche io in qualcosa: alle circonvoluzioni mentali, che non mi faranno vincere medaglie, ma che alla fine sono quelle che evolvono in emozione e di questo sì, mi nutro.

Quest’anno si fanno molti riferimenti all’aspetto fisico di certi atleti. ginnastaSpecie se sono donne. Così una ginnasta muscolosa viene scambiata per grassa anche se pesa 45 chili, mentre un’altra esile come una piuma viene data per anoressica. Un nuotatore ha la pancetta, un’altra atleta è quasi obesa. Chissà perché tutta questa critica. Un atleta che si trovi ad una Olimpiade, a inseguire una medaglia o semplicemente un sogno, solo per il fatto di trovarsi lì merita tutto il rispetto dell’universo. A prescindere dai chili in più o in meno, dai centimetri in più o in meno.

Ogni sport ha bisogno di alcune caratteristiche fisiche. Il corpo viene modellato con il pennello dallo sport che pratica. Ecco dunque che i nuotatori hanno una silhouette affusolata come quella degli squali. Altissimi, spalle larghe, braccia esagerate. Forse non il canone classico della bellezza, specie per le ragazze nuotatrici. Ma che potenza, che aereodinamicità, che siluri quegli atleti! Chi è che va a dire a un Michael Phelps che non è poi così bello con i suoi quasi due metri di altezza per pochi chili di puro muscolo, per mantenere i phelpsquali deve ingurgitare qualcosa come 12000 calorie al giorno? Piuttosto si scatenano i suoi tanti emuli, che farebbero carte false per essere uguale a lui. Ma un campione del genere è unico e irripetibile.

Parlando di corpi acquatici, di sicuro nessuno batte i tuffatori. Splendidi corpi dove i muscoli sono equilibrati, li si può contare uno a uno ad occhio nudo, le proporzioni sono precisissime, forse un cosciotto un po’ tondetto, ma pazienza. Però… in genere questi ragazzi sono di altezza medio bassa. Magari non potrebbero sfilare in una passerella di moda. A meno di non essere in slip. In tal caso, chi va a guardare l’altezza che non c’è?

I ginnasti pure non sono dei giganti. Anzi, essere troppo alti non va proprio bene per gli attrezzi della ginnastica artistica. Tra le donne spesso non si arriva al metro e mezzo. Alcune atlete cinesi sembrano bambine anche se hanno superato i 20 anni. Eppure la grazia, la potenza, l’agilità che esprime, in esercizi al limite delle possibilità umane, quel corpo così massacrato da anni di duro allenamento, che al di fuori del contesto sportivo qualcuno potrebbe perfino deridere o ignorare.

Come sono state derise (c’è chi dice “affettuosamente”) addirittura da un giornale, le atlete del tiro con l’arco, definite cicciottelle. Dimenticando che arrivare quarti a una olimpiade non è da cicciottelle qualsiasi, ma da cicciottelle specialissime che centrano bersagli così lontani da sembrare inverosimili. Un comune mortale normoformato riuscirebbe a tendere uno di quegli archi da competizione? E a centrare la sagoma?

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E se a un peso massimo di boxe o taekwando che superi i cento chili, o a un giocatore di rugby della stessa stazza nessuno oserebbe dire che è cicciottello, il pensiero potrebbe venire per un lanciatore del peso o del disco. Ma non scherziamo: se non fosse così, il peso o il disco finirebbero per ricadergli sui piedi. Esattamente come succedeva a me, alle medie, quando mi sembrava di pesare meno del… peso che dovevo lanciare.

Lo sport modella il corpo secondo le esigenze. E io non posso che ammirare tutti questi atleti indipendentemente da come sono fatti. Perché dietro i loro muscoli ci sono intelligenza tattica e forza di volontà, caparbietà e orgoglio. Che invidio al pari della prestanza fisica (sì, pure del lanciatore di peso!).

Si dice sempre che lo sport è sacrificio e capacità di soffrire. È vero. Senza queste due qualità non arrivano i risultati.

Devo specificare che a me mancano anche queste doti? Nel mio tentativo recente di intraprendere l’unica attività fisica che in qualche modo, e tardivamente, più o meno mi riesca, e cioè il nuoto, ho toccato con mano quanto sia vero. Bisogna soffrire, bisogna azzerare mentalmente la parola “impossibile” o la frase “non ce la faccio”; bisogna morire, ma bisogna raggiungere quella meta.

È una condizione mentale che devo ancora raggiungere. Perché mi viene più facile cedere a un passo dall’arrivo che non morirci, sull’arrivo. Del resto non sono un’atleta, questo l’ho già detto. Non ho la mentalità vincente. Non sono prepotente; se siamo in troppi in corsia io mi scosto per lasciare passare gli altri. Un’atleta travolgerebbe chiunque ostacolasse il suo percorso. Perché l’atleta ha un solo scopo: vincere sugli altri.

Io mi accontento di vincere su me stessa. Le mie medaglie me le appendo da sola al collo man mano che faccio un (lentissimo) passo avanti.

Però che invidia per quel maratoneta che taglia per primo il traguardo. Anzi, per chi proprio ci arriva, al traguardo. E per chiunque partecipi all’Olimpiade come gara massima, ma comunque a una qualsiasi gara dove mettersi in gioco, dove sfidare con sicurezza gli avversari, dove provare a vincere anche se sai di non avere speranze da podio. L’importante è esserci.

Le mie uniche sfide sono state intellettuali, con le vittorie o i piazzamenti ai concorsi letterari. Ma lì la sfida è a distanza. Nelle sfide sportive generalmente l’avversario è lì con te. È una sfida fisica, ma pure mentale. Corpo e mente. Forza, abilità e intelligenza. Una prova completa, che finora io non ho mai sperimentato. Non ho mai fatto la fatica di partecipare ad un evento atletico. Perché io atleta non sono. Ma sto cominciando a capire cosa vuol dire esserlo.

Meglio tardi che mai?

In questa Olimpiade, come anche in tutte le altre cui ho televisivamente partecipato, ci sono anche tante lacrime. Tante delusioni. Tante sofferenze. Oltre che tante gioie. E qualche ingiustizia.

Le lacrime degli atleti che si infortunano e sono costretti al ritiro. Dopo anni di preparazione, cedere per una prova sfortunata e un infortunio è quasi una beffa. Una canoa che si rovescia, un salto che infrange una caviglia, uno strappo che blocca, una caduta che mette fine alla tua gara della vita. Maledetta sfiga.

E a proposito di cadute, questa è l’Olimpiade della caduta dei campioni. Tanto più fragorosa quanto più grande è l’aspettativa sulle loro spalle. Campioni spesso mediatici, carismatici, campioni dei record, come Federica Pellegrini (ma non è l’unica) che una volta tanto non centrano l’obbiettivo.

È come la caduta degli dei. Impensabile. Inimmaginabile.

Alex_SchwazerCadute per un errore di vita lontano (cadute ingiuste o provocate? Secondo me sì.), o cadute sul campo per un centesimo di secondo, fallimenti epocali per il tempo di un battito di ciglia. E la condanna del mondo, oltre al proprio implacabile mea culpa. Poca comprensione per il fallimento dei grandi. Come se davvero non fossero di questa Terra. Come se perdere il podio per un centesimo fosse uguale a perderlo per uno stacco di tre ore. Inqualificabile.

Eppure per me è quello il momento in cui gli dei tornano umani. Il momento in cui provare un moto di simpatia se possibile ancora più forte che in caso di vittoria. Perché in questo caso non c’è invidia, per quanto benevola, o ammirazione. C’è solo empatia. La solidarietà dei perdenti, se così si possono definire atleti che solo per un soffio non sono sul podio di una competizione olimpica. Mentre una come me non è nemmeno perdente, dato che non gareggia se non con se stessa (ok, qualche volta riesco a perdere pure con me stessa). Comunque sia, viva il dio dei giochi che torna umano. Anche se piange il cuore nel vederlo così vulnerabile per avere in qualche modo buttato via l’obbiettivo di anni e anni di preparazione. Lo scopo di una vita. La ripetizione all’infinito di allenamenti ed esercizi inseguendo il nanosecondo di miglioramento, l’affinamento della tecnica già perfetta.

Ecco, sono cose che posso capire anche io, che se di spazi di miglioramenti ne ho a bizzeffe, la capacità in proporzione è un po’ più scarsa e di tempi per migliorare è meglio nemmeno parlare. Non sono un’atleta (l’ho già detto?), ho cominciato tardissimo, migliorerò molto lentamente. E questo sarà il mio obbiettivo. Purché faccia mio l’esempio di questi ragazzi che piuttosto si rompono, muoiono, ma non mollano.

Nemmeno io mollo. Ma poiché non sono un’atleta, sono meno spietata con me stessa, perché conosco quello che ho fatto fin qui. Con pazienza, con la stessa caparbietà dei grandi atleti senza avere le loro capacità, vado avanti, lentamente, per la mia personale Olimpiade.

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