SANITA’?

sanità2I FATTI dicono che da qualche giorno non stesse bene. Malesseri non da poco per la sua età, giovane, ma statisticamente a rischio.

I FATTI dicono anche che fosse stato spinto da amici e parenti a farsi vedere. Una storia famigliare importante di eventi cardiologici lo imponeva. Maschio di 44 anni: una volta a questa età si moriva di infarto. Oggi magari no. O magari sì.

I FATTI dicono poi che lui al pronto soccorso ci fosse effettivamente andato, perchè stava davvero male.

Le VOCI raccontano che lui, nella sua semplicità di persona qualsiasi, non sanitaria, avesse lamentato un mal di stomaco strano (epigastralgia, in termini tecnici), con sudorazioni e senso di mancamento. Con la sensazione che il motore interno facesse fatica a girare. Ma CHISSA’ se l’uomo lo ha davvero esposto così il suo malessere. È una persona mite, buona, che teme di disturbare e forse minimizza per non dare lavoro a colleghi già oberati da mille cose.

I FATTI espongono il riscontro di una pressione arteriosa elevata e la ricerca strumentale di una causa per il mal di stomaco.

Le VOCI dicono che non si sia fatta altra ricerca, di altro tipo. Sono solo VOCI, non potremo mai, noi comuni mortali della strada, anche se in qualche modo colleghi dell’uomo, sapere se sono veritiere o meno.

I FATTI vogliono che l’uomo, che ha pure ricevuto una qualche cura endovenosa, sia stato rimandato a casa.

IPOTESI vogliono che magari la dimissione sia stata accompagnata da pacche sulla spalla e incoraggiamenti che dai, tranquillo, non è niente.

I FATTI, terribili, vogliono che l’uomo sia ritornato a casa, non guarito, non migliorato, che si sentisse troppo stanco e andasse a letto per riposare. E che da quel letto non si sia più alzato.

I MALEDETTI FATTI sono che l’uomo è passato dal sonno alla morte.

Fatti, voci e ipotesi impongono riflessioni accurate sul dove siamo arrivati e su come ci siamo arrivati.

sanità

Fermo restando che la verità verrà sancita dai risultati dell’autopsia, dall’analisi della documentazione clinica, dall’eventuale indagine penale se ci sarà, e fermo restando che nessuna accusa possa essere rivolta a chicchessia a prescindere senza conoscere la suddetta verità, dobbiamo fermarci a riflettere.

I meccanismi della sanità stanno andando alla deriva.

In nome di una eterna e irrisolvibile crisi economica ormai si giustifica qualsiasi aberranza. Nella sanità soprattutto, perchè si sa, è una voragine infinita che succhia risorse e non produce ricavi.

E dunque è giustificato che il personale sia sotto organico, mal pagato e spremuto fino all’osso, ma costretto a fornire prestazioni di eccellenza, perchè altrimenti non si raggiungono gli standard e i fondi vengono di conseguenza ulteriormente assottigliati.

Come tali prestazioni siano fornite, non importa.

Non importa se i turni siano allungati, i riposi saltati, gli operatori mancanti (licenziati, pensionati, trasferiti, deceduti) mai sostituiti o sostituiti in minima parte. Non importa che l’età media degli operatori, spremuti come limoni, sia quella di quasi nonni, anzi qualcuno a 50 anni nonno lo è già… Un’età in cui i riflessi rallentano, i malanni aumentano, la memoria si riduce, la stanchezza non si sconfigge mai. Non importa che ci siano migliaia di giovani forze fresche, là fuori, a spasso o alla ricerca di un lavoro all’estero perchè qui nessuno li vuole.

No, non importa se in due si deve fare il lavoro di quattro persone.

Se il medico magari è in servizio da dodici ore e qualche infermiere pure.

Non importa se gli infermieri devono fare il lavoro di tutti: dai portantini ai medici, dagli operatori delle pulizie alle rianimazioni cardiopolmonari, dai segretari ai centralinisti, ai fisioterapisti: non importa, fa tutto parte dell’assistenza al malato, no?, lo dice pure il codice deontologico… Forse sì e forse no, ma se così dev’essere, allora che ci siano i numeri per poter fare tutte queste cose, e diamo l’addio a tutte le altre figure professionali. Che tanto l’infermiere fa tutto. Salvo essere poi bastonato se si permette di farlo e magari sbaglia qualcosa. Vallo a raccontare che ci sei stato costretto.

Esiste un sovraccarico di lavoro che nessuno può contestare.

L’assistenza viene calcolata a minuto per paziente. Ma i numeri non tengono conto della tipologia dei pazienti e da quando i conti sono stati fatti forse le cose sono cambiate ancora.

Come si può garantire con poche risorse umane la qualità di un’assistenza a pazienti per la maggior parte anziani e bisognosi di tutto? E come si fa, dovendo badare a queste persone in età avanzata che poco possono fare da soli e che hanno un’infinità di patologie e di terapie, come si fa, con sul collo l’ossessione e la paura di eventuali denunce da parte di famigliari che non hanno ancora ben chiaro quale sia il limite della vita, come si fa, con tutto ciò, a non trascurare le vite giovani, che solo perchè sono giovani a volte si pensa che debbano avere problemi meno gravi?

Detto ciò è necessario anche un esame di coscienza: non bisogna perdere di vista quello che comporta la professione sanitaria e cioè il prendersi cura delle persone con un bisogno di salute.sanità3

Guardare la persona che si presenta con un problema, ascoltarla, andare oltre quello che dice, raccogliere la sua storia, indagare, osservare i sintomi, fare le dovute associazioni.

Bisogna lasciare il tempo ai professionisti sanitari di fare questo, non asfissiandoli con storie di risparmi, limitazioni di organico e di prescrizioni, non minacciandoli di ritorsioni sulle prestazioni mancate e sugli errori, perchè spesso l’errore ha delle cause precise, di certo mai volontarie.

E bisogna che i professionisti il tempo se lo prendano, che tornino a usare la testa e il cuore, dimenticando protocolli e automatismi, osservando la persona con obiettività e ragionamento e anche con l’istinto, oltre che con le conoscenze. Magari fregandosene dei numeri imposti e delle statistiche.

La mia impressione di veterana dell’ambiente, in generale, è che anche la formazione abbia parte in causa. Siamo certi che alle nuove leve si insegni l’umanità nella professione? Siamo certi che non si insegni a essere più manager che olistici? Siamo certi che gli ultimi medici e infermieri e in parte anche operatori sanitari non dimentichino di avere a che fare con persone e non con casi clinici?

Questa sicurezza io non ce l’ho.

L’ultimo master che ho frequentato mi ha dato il titolo di case manager: gestore del caso. L’impronta è stata ancora una volta quella del risparmio: cercare la soluzione migliore per ridurre prima di tutto la spesa pubblica, possibilmente poi venendo incontro alle esigenze della persona.

Non ho mai avuto problemi nell’ammettere che quando ho cominciato il mio percorso di infermiera è stato per necessità. Avevo bisogno di un lavoro e ai tempi questo era di facile accesso, dopo la triennale formazione teorico-pratica: c’era molto bisogno e i concorsi fioccavano. Infatti ho cominciato subito a lavorare.

Eppure, nonostante la motivazione pragmatica e non idealista, mai una volta ho dimenticato di avere a che fare con persone. Mai ho dimenticato che dall’altra parte avrei potuto esserci io, e ci sono anche stata in effetti, osservando quanto mi accadeva intorno con sconsolato occhio professionale.

Ho imparato la dedizione assoluta dalle colleghe più anziane, aggiungendo la mia personale quota di sensibilità. Ho imparato che la persona malata ha sempre ragione e dal suo punto di vista sempre ha la priorità. E mi sono addossata a volte il rammarico di non essere riuscita a essere presente in ogni cosa. Ho passato notti insonni per un errore commesso involontariamente, o per essermi presa a cuore una persona che è mancata in modo drammatico.

Nel tempo ho imparato anche a chiudere la porta una volta timbrato il cartellino, lasciando il lavoro fuori dalla mia vita quotidiana e personale per salvaguardare la mia salute mentale, ma non sempre è facile e non è facile per tutti.

A fronte quindi di chi magari per una formazione superficiale dal punto di vista umano è assai carente, c’è poi chi scoppia perchè impedito, dai tempi stringenti, dal sovraccarico di lavoro, da mille esigenze contingenti, a fare quello che vorrebbe fare con il cuore: dedicarsi alla persona in tutti i suoi bisogni. C’è chi non regge alla disumanizzazione, chi è schiacciato dal senso del dovere così tanto che non riuscendo a fare tutto quello che gli si chiede esplode in un burnout paralizzante.

Ci sono tante, tante cose che non vanno.

Ci sono tante potenzialità umane che si stanno distruggendo in nome del risparmio, in nome di leggi mostruose che impediscono il ricambio delle forze. Perchè ci vuole freschezza nell’affrontare il dolore, ci vuole forza e lucidità. Ci vuole cuore.

Perchè oggi non si può vedere morire un giovane di 44 anni per un errore, se errore c’è stato (ripeto, questo lo si deciderà nella sede più indicata).

Che almeno il sacrificio di questo uomo mite e sempre disponibile serva a qualcosa per il futuro. Altrimenti non avrà avuto alcun senso.

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