IO SUB -parte prima

Lo avrei detto, solo un anno fa, che sarebbe arrivato questo momento?

No, non avrei mai osato immaginarlo. O meglio, non lo avrei nemmeno creduto possibile.
Invece ora sono qui che mi sto infilando una muta da sub.

Sì, io. Quella che fino a tre anni fa non metteva la testa sott’acqua. Quella che ha sfidato i diktat di una parte della Medicina secondo i quali certe cose non avrei mai potuto permettermele.
Tipo andare sott’acqua, appunto.
Le mie orecchie, dicevano, non potevano essere bagnate, né reggere la pressione. Mi sarei scassata. Mi sarei fatta male. Ed è vero, un giorno mi sono fatta male.

Avevo raggiunto in apnea la profondità di 5 metri. E il mio orecchio destro, rigido come un muro, aveva ceduto nella sua parte più fragile, il timpano.
Però ci ero arrivata, a -5 metri.
Nessuno ci avrebbe scommesso. Nemmeno io. Solo il mio giovane istruttore aveva avuto la serafica convinzione di incoraggiarmi a tentare. Con ragione, perché alla fine ci ero riuscita. E pazienza per l’inconveniente dell’orecchio.

Avevo dovuto sorbirmi i rimproveri dei medici, che mi hanno definito pazza e incosciente per quello che avevo fatto. Non sapevano che era solo l’inizio.
La caparbietà, il rifiuto dei divieti assoluti, la passione nascente per quel mondo blu mi hanno spinto a insistere.

Fino a ieri l’altro era una tragedia se mi bagnavo un orecchio. Ieri sono andata 5 metri sotto la superficie dell’acqua, senza respirare. Oggi infilo una muta e domani mi permetto ancora di più: indosso una bombola e scendo oltre il limite che qualcuno voleva impormi.

Non so da quale parte si indossa una muta… è pesante, è grossa, è stretta. Nel mio caso è anche un po’ lunga, perché io, ahimè, non sono un gigante, ma le curve non mi mancano e per andarmi bene in larghezza un capo d’abbigliamento spesso abbonda in lunghezza. Vabbè. Pare che non sia un problema.

È solo una prova a secco, questa, prima dell’immersione vera che si terrà fra due giorni. Ma sono emozionata. Pure un po’ timorosa. Però vado avanti, come un panzer col batticuore.

Sono mesi che studio per diventare subacquea. Solo un otorino, fra le decine di specialisti consultati, mi ha dato la speranza di poter accedere al mondo sommerso. Prova con le bombole, mi ha detto dopo il guaio post apnea. Ce la puoi fare, con un po’ di aria e di tempo in più rispetto all’apnea.
E io ho provato.

Perché da quando ho incontrato l’acqua mi sono innamorata. Perché da niente che sapevo fare ho imparato a nuotare quasi come si deve e anche a lungo, ho fatto ginnastica immersa nel liquido ritrovando salute, benessere e forma fisica, ho imparato a fare i tuffi perfino dal trampolino e sono scesa senza respirare dove non sapevo di poter arrivare. In poco più di tre anni ho fatto un percorso che ha dell’incredibile per me, per quella che ero allora, per l’età che mi ritrovo ora.

Le bombole mancavano al percorso. Mica potevo lasciarmi scappare l’occasione.

Non sono una kamikaze. Cosciente dei miei problemi li ho esposti a chi doveva insegnarmi e sono stata accolta ugualmente e seguita passo passo. Non ero un’allieva come gli altri. Ero un po’ più delicata. Molto più imbranata. E tuttavia decisa a tentare, fin dove avrei trovato uno stop insormontabile.

Piano piano ho cominciato ad armeggiare con l’attrezzatura. Ho faticato a capire la parte tecnica, perché io sono più romantica che tecnica e la mia manualità è piuttosto limitata. Piano piano, con pazienza sono riuscita a imparare, più o meno, alcuni esercizi necessari all’emergenza. E piano piano, con prudenza, ho cominciato ad andare giù. Laggiù. Fra mille bolle blu. Metro dopo metro, quasi centimetro per centimetro.

Che meraviglia.

Io, proprio io, che vado avanti e indietro per la piscina a quasi 4 metri sotto, in mezzo alle bolle. Senza difficoltà, senza danni alle orecchie. Prudente come un tizio scalzo che cammini sui vetri. Ma felice.

Ce la posso fare.

Una volta tolto l’appannamento alla maschera (eh sì, non avevo manco capito che non ci vedevo fino ad allora!) ho realizzato che c’ero pure io, fra tutti quei subacquei che si esercitavano in piscina. In mezzo a loro. Non li guardavo da dietro un vetro, ero in mezzo a loro.
Difficile spiegare la felicità.

Quello senza dubbio è stato un momento felice della mia vita. Non l’unico, e forse nemmeno l’ultimo, ma un momento perfetto, quell’istante in cui ho volato sott’acqua da sola, controllando ogni gesto, ogni respiro, ogni bolla.
Ce l’avevo fatta.
Alla faccia di chi giurava che non potevo.

E ora sono qui che cerco di provare una muta. Perché il percorso non è finito, per diventare una sub devo allontanarmi dalle piastrelle della piscina. Devo provare l’acqua libera.
Un passo pur sempre graduale: dalla piscina prima si passa al lago, in seguito sarà il mare.
Il mare…..
Come faccio a crederci?
Bè… esattamente come ho creduto a tutto quello che è successo finora. Se non ci riuscirò mi fermerò. Ma se ci riesco, vado avanti!

Intanto mettiamola questa benedetta muta. È prestata per l’occasione, è quella che è. Bellissima. Grossa, pesante e stretta. Ci sono inguainata dentro come in una seconda pelle, a stento respiro. Su il cappuccio, dentro i capelli. Comincia a prendere forma quella cosa che fra due giorni farà la sua prima immersione con le bombole all’aperto.

Calzari, ok, vanno abbastanza bene.
Guanti… insomma. Un pochino grandi, che guaio… così sarò ancora più incapace. Speriamo bene. In realtà è tutto un po’ grande per me. Questione di centimetri.
Zavorra, che altrimenti non si va sotto manco pregando. Bene, cinque chili alla cintura; a secco sono una enormità per me, a stento li sollevo.
Il resto dell’attrezzatura, pinne e bombole, mi aspetteranno sul luogo convenuto.

Mi sembra una mission impossible.

Ma come farò a gestire la rigidità della muta, il peso della bombola e della zavorra, i guanti un po’ lunghi, le pinne di due numeri più grandi, magari un erogatore che tenta di sfuggire dalla bocca?

Ce la posso fare?

Lo ammetto, sono un po’ in ansia. Temo di fare casino.
Sono felice e sono in ansia. Ma sono anche tranquilla, perché so anche di essere in buone mani, quelle della mia istruttrice, esperte e pazienti. Perché sono decisa. E perché in fondo saremo in un piccolo laghetto di montagna, nemmeno troppo profondo, adatto ai principianti come me.

Mi troverò a tu per tu con le trote, dipingerò loro addosso i colori della barriera corallina e farò finta di nuotare nel mar rosso.
In fondo, chi può dire che non lo farò davvero, prima o poi?

Ce la posso fare.
Tolgo la muta.
Trote, aspettatemi, ci vediamo fra due giorni.

(continua)

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