IO SUB – parte terza

E così sono al mare infatti. Sistiana, vicino Trieste. Giornata bellissima, molto ventosa, mare calmo e azzurro, spiaggia ciottolosa. La comitiva è numerosa, forse una trentina di persone. Alcuni allievi come me (migliori di me), perfino bambini, altri sub esperti, istruttori, accompagnatori.

Ci si immerge a turno, io sono collocata inevitabilmente insieme ai bambini e scenderò dopo un breve ripasso teorico, con uno di loro, un altro ragazzo non ancora maggiorenne e l’istruttrice.

Sono ancora emozionata, un po’ in pensiero. Mi sembra che un orecchio non sia completamente in forma dopo l’immersione di ieri. Però non fa male e quindi penso che si sistemerà in acqua, come altre volte.

Il sole è caldo, ma il vento disturba e raffredda l’aria. Decisamente non è il mio destino fare un bagno in acque calde.

Bisogna vestirsi per l’immersione. Dio, che impacciata che sono! Gesummio, ma non potevi farmi un pochino più agile? Sì, certo. Se lo fossi stata avrei fatto sport da bambina o da ragazza, non nella mezza età. Che cosa pretendo da me?

Calma.

Ci metto una vita. La zavorra è aumentata e io stessa mi sento un piombo, uno zombie irrigidito in un’armatura di neoprene. I guanti sono sempre gli stessi, bucati e lunghi. Il gav non si allaccia, ma perché se è sempre lo stesso?! Perdo un sacco di tempo. Il peggio è infilare le pinne, queste sì sono nuove, insieme a calzari pure nuovi e più pratici. Le pinne invece sono lunghissime, non arrivo ad allacciarle. Mi sale la rabbia. Sono tutti in acqua tranne me. Qualcuno bonariamente mi prende in giro, io rido ma sono arrabbiata con me stessa. Decido di entrare anche se non sono perfettamente a posto. La mia bravissima istruttrice mi dà una mano, sarei persa senza di lei.

Acqua fredda anche oggi. Mi candido mentalmente alla polmonite doppia. Ma no, sono 16 gradi, è più calda di ieri. Capirai.

E finalmente vado giù. Sì, giù, nel mare.

Caspita.

Non ci allontaniamo troppo, esploriamo il fondale. Non è che sia così blu o limpido come speravo, essendo sempre sabbioso, ma pazienza. Tante forme di vita mi accolgono, laggiù. Distinguo delle specie di cozze enormi conficcate nel fondo, credo si chiamino Pinna nobilis, dei ricci dalle spine corte, delle creature rosse, le uniche che riesco a vedere con un po’ di colore e che credo siano chiamate pomodori di mare.

Altre forme di vita somiglianti a piante dai tentacoli fluttuanti. E tante meduse. Una mi fluttua incantevole davanti alla maschera e non ho paura: non sto facendo il bagno in costume per temere il suo morso urticante, sono protetta dalla muta e sto facendo una immersione. Ci rispettiamo a vicenda, ma in fondo sono io l’estranea.

Pesci non ne vedo, solo un banco di piccolini di non so che razza della dimensione di un paio di millimetri che nuotano tutti insieme come una nuvola. E poi altre creature che non saprei nominare.

È davvero un altro pianeta quaggiù. Respiro con la maggior calma possibile, però sono consapevole di dove mi trovo e in fondo sono un po’ timorosa. Controllo lo strumento al mio polso e vedo che manca poco ai 6 metri di profondità. Non ci posso credere. Vorrei sorridere, ma devo badare a non perdere l’erogatore, che è la mia paura principale. Mi è stato insegnato cosa fare, nel caso, ma sai com’è… meglio non provarci ancora.

Sono a -6 metri e non ci credo.

Abbiamo oltrepassato una rete posta a pochi metri dalla riva da pazzi criminali che evidentemente non sanno quanto sia pericoloso. Non ho alcun senso di orientamento, non so dove sono, ma so che nuotare pinneggiando, dopo avere preso dimestichezza con le nuove pinne chilometriche, mi riesce bene, e vorrei andare avanti così in lungo e arrivare chissà, all’altra estremità del golfo, ma l’istruttrice mi tiene saldamente vicina. Ha ragione, non mi fido nemmeno io di me stessa, meglio non esagerare con le prodezze. Anche perché, a conferma di quanta pratica devo ancora fare, senza un perché mi sento proiettata in alto. Non tanto da riemergere, ma nemmeno riesco a ridiscendere. Alla faccia dei 7 chili di zavorra, io volteggio sopra tutti gli altri e non riesco a segnalarlo. Mi hanno persa. Ok, mi scappa da ridere mentre mi cercano, ma sono di nuovo anche arrabbiata con me stessa e le mie incapacità.

Vengo ripescata e proseguiamo ancora per un poco l’esplorazione. Ora ho il respiro un po’ in affanno e comincio a sentire il freddo.

Risaliamo. Riesco a perdere anche una pinna, per ben due volte.

Mentre batto i denti e mi cambio, mi ripeto che non ci siamo, non va bene. Non si può essere così deficienti. Il bambino che si è immerso con me è ancora in acqua e ci resterà a lungo. Vedrà altre cose che io mi sono persa, beato lui e la sua giovane età che lo rende spavaldo, invincibile e soprattutto bravissimo. Come tutti gli altri. Tutti tranne me.

Cerco di essere razionale: in fondo ho fatto ancora poca pratica, magari miglioro con il tempo. Sappiamo tutti che imparare da grandi è cosa più laboriosa, e inoltre io ho già le mie difficoltà pratiche. Diciamola tutta: è una specie di miracolo essere arrivata fino qui.

Cavolo, tre anni fa non mettevo la testa un centimetro sott’acqua e oggi sono andata sotto di ben 6 metri! Ma ci rendiamo conto? Non posso essere troppo esigente con me stessa, nemmeno troppo condiscendente, devo solo essere obiettiva. E l’obiettività vuole che devo darmi tempo, che in ogni caso sono arrivata fino a qui quando nessuno ci credeva, che posso essere orgogliosa di me e che tutto il resto un po’ alla volta, se è il caso, arriverà.

Ripenso alla mia piccola esplorazione, niente a confronto di chi scende a profondità per me impensabili, a chi esplora relitti, a chi fa fotografie o riprese subacquee meravigliose, a chi nuota con gli squali o le balene. Niente, eppure è tanto se misurato nel contesto.

Alla fine della giornata non ho rimediato la polmonite doppia, nonostante il freddo, ma un principio di otite, tanto per ricordarmi del mio punto debole che ho veramente sfidato al limite dell’harakiri. Basta questo dolore all’orecchio per farmi accettare cosa sono e quello che ho fatto, e accanto alla mia incapacità tecnica ci metto la capacità di non arrendermi, di andare oltre con tutto il cuore e la passione di cui sono capace rischiando il tutto per tutto.

Non so come andrà, se avrò conseguenze, se potrò riprovarci, e in caso se migliorerò, se riuscirò ad andare nel mare un po’ più profondo, se sarò più sicura e meno in ansia, se mi perdonerò la mancanza di bravura. Non lo so. So che questa esperienza, ripensata a mente fredda, è stata meravigliosa, e ringrazio gli amici di Nonsoloaqua diving e la mia istruttrice per avermela concessa.

Di questa giornata resta anche questa foto che documenta il mio essere imbranata. Eppure io la trovo bellissima. Ho già nostalgia e voglia di riprovare. Sperando che le orecchie me lo consentano. E di trovare temperature più miti per nuove bolle.

(fine. per ora)

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