CONVALESCENZA

Doveva succedere prima o poi. La battuta d’arresto che non ti aspetti. Quella che ti dice che ti devi fermare, che stai chiedendo troppo al tuo corpo. Così il corpo si ribella e ti manda un segnale di protesta. Si rompe. E ti costringe a uno stop imprevisto e imprevedibile.

Sono caduta molte volte in vita mia: dalla bicicletta, dalle scale, da un sentiero di montagna, correndo sulla strada per gioco o sul lavoro per un’emergenza. Mi hanno anche fatta volare da un motorino e ho conosciuto il duro impatto con l’asfalto, con conseguenze di una certa importanza.

Ma non mi ero mai rotta in questo modo.

Invece ora, per una stupida caduta di quelle che nelle comiche in bianco e nero o nei programmi tipo Paperissima farebbero solo ridere, mi ritrovo con una vertebra fratturata. La D11, mi hanno spiegato.

Il dorso. Quello che da anni mi crea problemi, dolori, fatiche. Quello che a un certo punto della mia infanzia ha deciso di deviare in una curva scoliotica. Quello che, forse per questo, a un certo punto mi ha fatto impazzire, senza darmi tregua, non mi faceva trovare pace in alcuna posizione. Il dorso che mi ha fatto andare in pellegrinaggio di specialista in specialista per cercare una soluzione, che alla fine ho trovato da sola: ginnastica in acqua, nuoto e osteopatia, praticati tutti con impegno, costanza e una montagna di soldi.

Il dorso mi ha tradito per l’ennesima volta, e stavolta in modo serio.

Così ho sperimentato due giorni di ospedale “dall’altra parte” del letto. Come paziente e non come infermiera. Per giunta come paziente bisognosa di tutto, in condizioni di immobilità. Esperienza di cui tutti farebbero a meno, ma che a certo personale sanitario ogni tanto non guasterebbe sperimentare, per capire veramente cosa voglia dire essere un “paziente”.

Ora sono a casa, imprigionata in un busto che massacra da un lato e preserva dall’altro, con la prescrizione di non fare movimenti né sforzi né sollevare pesi. E di dormire supina, senza girarmi nemmeno sul fianco.

Proprio io che dormo in posizione quasi fetale. Infatti di notte, nell’abbandono del sonno, il corpo se ne frega delle prescrizioni e trova istintivamente la posizione antalgica. Sul fianco. Se mi sveglio e me ne accorgo mi viene il panico: avrò conseguenze? La mia vertebra rotta ne risentirà?

La vedo dura continuare così ancora per chissà quanto.

Il busto è un’armatura. Rigida. Comprime e opprime, sostiene e soffoca. Al secondo giorno già non lo sopporto più. Ma sono una paziente abbastanza ligia alle prescrizioni, per lo meno fino a che le condivido… Poiché non trovo alternative, devo fare come mi è stato detto. Ma trovare una posizione comoda non è semplice. Allora cammino per casa, come una tigre in gabbia. Poi mi stanco e devo sedermi. Quando mi siedo la parte del busto che preme sullo sterno accentua la pressione e quasi mi soffoca. Lo sterno alla sera è dolorante, la cute è rossa. Alla fine di questa penitenza avrò due possibilità: un callo o una piaga.

Ma anche se non sembra sono una combattente e ho trovato già un rimedio provvisorio: un po’ di imbottitura e via, anche se mi era stata proibita. E vabbè, disagio per disagio, mi scelgo il minore. L’ho detto, io cerco le alternative.

Non c’è alternativa al problema di raccogliere le cose che cadono. La stramaledetta forza di gravità che ha sbattuto me di forza col sedere a terra in questo periodo fa precipitare al suolo qualunque cosa, specie se utile o necessaria. Non ci si può chinare a raccoglierla, ovviamente, e allora vai coi piegamenti sulle ginocchia. Manovra raccomandata a chiunque per prevenire le lombalgie. Sì, ma come la metti con un ginocchio già sbilenco? E con l’acido lattico?

Dopo il primo giorno e duemila piegamenti, tanti quanti gli oggetti precipitati, i muscoli delle cosce sono atterriti e paralizzati. E doloranti. A quanto pare tre anni di ginnastica acquatica e nuoto non sono stati sufficienti a rinforzarli. Ma è un motivo di più per rimpiangere le mie ore di allenamento in un ambiente accogliente come l’acqua, dove se cadi non ti fai male e tutto intorno è solo una morbida carezza.

Mi viene un nodo in gola. Quanto tempo deve passare prima che possa tornare a nuotare e a fare i miei esercizi? Non lo so. Ma ho già una nostalgia prossima alla crisi di astinenza.

Stupida gabbia che mi costringi, mi impedisci e mi innervosisci. Non sai quanto ti odio.

Calma.

In fondo dovrebbe essere una condizione temporanea. Nella sfiga sono fortunata: e se mi fossi rotta qualcos’altro in modo irreparabile? Tipo l’osso del collo, tipo il midollo a un’altezza vitale, tipo la testa (no, quella mi sa che è un po’ troppo dura)?

Da sempre nei momenti peggiori mi metto a considerare chi sta peggio di me. Perché c’è sempre quello che sta peggio di me, qualunque sia la mia condizione. Questo mi aiuta a considerarmi fortunata e a non piangermi addosso, a reagire a quelle che considero avversità, a trovare del buono in ogni evento negativo.

Proviamoci.

A causa di questo incidente devo rinunciare alla mia attività acquatica, alle immersioni che mi avrebbero fatto ottenere il brevetto da sub, all’eventualità della prima e sola gara cui ho pensato di partecipare nella mia vita (la vascalonga, una staffetta di nuoto), a un corso di aggiornamento che insieme al master dell’anno scorso mi avrebbe forse consentito di migliorare la mia condizione professionale, alle vacanze al mare, a prendere il sole, all’attività di giardinaggio e per la prima volta (un’altra prima volta!) alla cura di un orto. Devo rinunciare per ora anche alle uscite in bicicletta. E sinceramente anche scrivere al computer è di una feroce difficoltà.

Ma tutte queste rinunce sono temporanee. O così almeno mi auguro.

Di fatto devo rinunciare anche a lavorare, a fare la spesa e le faccende di casa, a occuparmi di ogni pratica e rogna burocratica, a correre dal commercialista al farmacista, dalle poste al supermercato.

E questo no, non mi manca. Era questo il di più, la fatica di tutti i giorni. Tutto ciò che ho nominato prima erano le cose belle, quelle che mi piacevano. Queste ultime erano di troppo.

Se il corpo si ferma, se mi manda uno stop così importante, c’è una ragione. Devo riposarmi. C’è qualcosa che deve cambiare, e non sarà, o così spero, ciò che mi piace davvero a cambiare. Dovrà essere lo stile di vita. Quelle forzature che tolgono l’aria che respiri, che rubano il tempo ai tuoi interessi, che fanno ammalare le tue cellule ormai stremate da ritmi disumani. Quello dovrà cambiare. Spero che cambi.

Perciò maledetta sia questa gabbia che mi opprime. Ma se rompersi la schiena era necessario per fermarsi, va bene, fermiamoci. Guardiamo le cose belle che nonostante tutto ci sono.

Dicevo che dopo ogni evento negativo cerco la positività per farmi coraggio.

Una l’ho già detta: la presunta temporaneità della faccenda. Ci vorranno forse mesi, ancora non lo so, ma prima o poi butto via la gabbia.

La seconda, che non è una scoperta, ma una riconferma, è l’affetto di chi mi sta intorno. Grande, sincero. La disponibilità a darmi un aiuto anche pratico per gesti che sembravano così banali come lavarsi i capelli o la schiena, o tagliarsi le unghie dei piedi. Non sono una invalida, lo so che tante persone hanno la disgrazia di vivere questa condizione in modo permanente, per nascita o per fatalità. Se già prima mi immedesimavo in loro ora li comprendo pienamente e capisco cosa vuol dire dipendere da qualcuno. Ma per me, come ripeto, e come continuo a sperare, sarà solo per un periodo. Per loro no. A queste persone va tutto il mio cuore. Anzi, una parte va anche a chi si offre per aiutarmi in quei piccoli disagi che per ora non posso superare da me. Un grazie enorme non può bastare, ma la mia commozione è immensa. Basta un saluto, un sms, una visita, una telefonata, un “che posso fare per te?”, e io salgo alle stelle per l’emozione di sentirmi nei pensieri altrui. Mi basta. Se poi qualcuno mi risolve un problema pratico, io lo amerò per sempre.

L’altro fatto positivo ancora non riesco a metterlo tutto in pratica, ma un po’ alla volta ce la farò. Ho tutto il tempo per riprendere in mano lettura e scrittura, le attività che sono scolpite nel mio DNA e che negli ultimi tempi ho potuto svolgere solo in modo fugace. Sono attività di riposo, mentre prima correvo. Certo scrivere, lo ripeto, non è semplice, la gabbia comprime anche le braccia estese sulla tastiera e la posizione seduta non la posso reggere a lungo. Però è certo che a me se si dice “non si può” mi viene da disubbidire a tutti i costi… sono quella delle alternative, no? In qualche modo riuscirò ad organizzarmi, a trovare un accordo con la stupida gabbia.

Di una cosa sono sicura.

Il tempo passerà. Più o meno velocemente passerà.

Non so se rimarrò quella di prima della caduta, se potrò fare quello che facevo, tutto o in parte. A me per esempio basterebbe tornare in acqua, riprendere il nuoto, ottenere il brevetto da sub. Se riuscirò a ottenere questo, mi accontenterò. Di tutto il resto se ne può parlare.

Il mondo rallenta solo per me. Mettiamoci in stand-by. Tutto passa, passerà anche questo.

Allora tornerò a dormire in posizione fetale.

E tornerò al mio sogno di sirena.

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