NON LASCIARMI

Una volta scrivevo quelle che si potrebbero chiamare recensioni, ma che in realtà erano solo opinioni personali senza alcuna pretesa. Molte sono andate perse perchè facevano parte del mio vecchio blog ingurgitato dal rifacimento estetico senza scrupoli dell’allora gestore. Però i testi li ho conservati. E sono felice, oggi che è stato assegnato il Nobel della Letteratura a Kazuo Ishiguro di riproporne una che riguarda un suo bellissimo libro.

Il libro si intitola Non lasciarmi. La recensione l’ho scritta nel 2007, diversi anni dopo l’uscita del libro e prima dell’uscita del film omonimo. La ritengo ancora valida, come attuale penso che sia la trama raccontata. La ripropongo e mi complimento con lo scrittore per il premio, a mio parere meritato. “Se non me lo avessero regalato, probabilmente non avrei mai letto questo libro. Non sarebbe servito il titolo ad attrarmi, perché avrei pensato ad un polpettone rosa che proprio non è il mio genere di lettura. Non mi avrebbe detto niente nemmeno la copertina dell’edizione Einaudi, che mostra solo una ragazzina con i capelli distesi al vento e un albero con la chioma piegata nella stessa direzione. E il nome dell’autore non lo conoscevo. Solo in seguito ho scoperto che Kazuo Ishiguro è lo stesso che ha scritto Quel che resta del giorno, da cui è stato tratto un magnifico film con uno strepitoso Anthony Hopkins.

Niente, insomma, avrebbe potuto farmi intendere che dietro queste apparenti banalità c’era una bella storia. Ma per fortuna il libro mi è stato regalato. Con tante raccomandazioni a leggerlo subito! E io, obbediente, l’ho letto. Subito.

Non mi sarà possibile raccontarlo senza svelare, almeno in parte, la trama. Me ne dispiace. Ad ogni modo la narrazione è svolta talmente bene che un riassunto non può bastare a rovinare l’effetto sorpresa nella lettura.

C’è uno strano istituto chiamato Hailsham, in un angolo della dolce Inghilterra. Un istituto per ragazzi “speciali”. In che cosa consiste questo essere speciali verrà rivelato un po’ per volta. Siamo negli anni Novanta, praticamente ieri. Tre ragazzini, Kathy, Ruth e Tommy, fra i tanti ospitati dall’istituto, stringono un legame di amore e d’amicizia che li legherà per tutta la vita. È proprio Kathy che racconta, in prima persona, la loro storia, quando ormai ha superato i trent’anni.

Nell’istituto i bambini, che non sono orfani, ma che non nominano mai i genitori (ma se non sono orfani, viene da chiedersi, allora questi dove sono?….) vengono protetti dal mondo esterno, con il quale non hanno alcun tipo di scambio. Vengono istruiti alla perfezione, incoraggiati ad esprimere creatività e intelligenza attraverso forme artistiche quali disegno, pittura, scultura. E un po’ alla volta, con una sorta di lavaggio di cervello, fin dall’infanzia essi prendono coscienza del proprio destino, del perché esistono.

Non sono ragazzi come tutti gli altri. Sono dei pezzi di ricambio. Cloni, creati appositamente allo scopo. Sono destinati ad effettuare un certo numero di donazioni (massimo quattro, se ce la fanno) e poi concluderanno il loro ciclo. A meno di non diventare assistenti di altri come loro che invece sono donatori.

Ecco, detta così, sono convinta che la prima reazione che può insorgere è di pensare a una sorta di robot, privi di anima e sensazioni, come insegna la miglior fantascienza. Ma questa non è fantascienza, sebbene possa sembrarlo. Se ci pensiamo bene è una cosa molto vicina alla nostra realtà.

Ci siamo mai chiesti, infatti, a partire dalla pecora Dolly, cosa vuol dire essere un clone? Non avere genitori, certo, essere al centro delle attenzioni scientifiche, certo… fino a che si tratta di animali, tutto bene, tutta una meraviglia… Ma quanto siamo distanti dalla possibilità di avere cloni umani? E come sono questi cloni? Robot senza anima? Ishiguro ci dice che no, non è così.

Kathy racconta la storia sua e dei suoi amici, con un tono di piatta rassegnazione. Non c’è ribellione al loro destino programmato. Nemmeno quando scoprono, o si illudono, che l’amore possa cambiarlo. Perché ad un certo punto finiscono per scoprirlo, l’amore, così diverso dal sesso a sè stante, che pure non viene loro proibito. E già dall’infanzia hanno scoperto la bellezza dell’arte, della musica, nell’unico istituto preposto allo scopo che abbia voluto coltivare queste sensibilità. In altri luoghi simili, viene raccontato, non c’era stata la stessa attenzione per i cloni. È un altro esperimento, forse, il tentativo di dimostrare qualcosa fino allora ritenuta inconcepibile. L’umanità dei cloni stessi.

Grazie all’amore c’è un tentativo di ribellione alla propria sorte, da parte dei protagonisti, che potrebbe però, negli intenti, al massimo procrastinare di qualche anno l’inevitabile. E sarà inutile.

Ma al di là della rassegnazione, rimane il sentimento. I cloni hanno sensazioni ed emozioni, conoscono la gelosia e l’amicizia e l’amore. Rimangono turbati quando scoprono un loro “possibile”, cioè una persona “reale” da cui possono essere stati copiati. Una sensazione indefinita che aleggia nell’aria, che si può identificare con la ricerca delle origini, con il bisogno di avere un “genitore”. Come tutti, in fondo. Tutti gli esseri umani.

Con l’umanità reale questi ragazzi non hanno contatti. Solo gli istitutori, e una certa Madame che sembra schifarli “come ragni” ma poi in realtà è loro affezionata… Solo da grandi vengono lanciati nel mondo, ma sembra che non riescano ad integrarsi. Eppure sognano di fare una vita normale, di lavorare come segretaria in un ufficio, per esempio… Sognano. Ma con una sorta di fatalismo vanno incontro alle donazioni in attesa di chiudere il ciclo. E chiuderlo appena dopo la prima, o la seconda donazione, viene considerato un fallimento.

Ho divorato questo libro in pochissimi giorni. E prima di cominciarne un altro ho dovuto aspettare, fare un reset. Perché non riuscivo a togliermi di mente il destino di questi ragazzi. E guardandomi intorno, osservando visi sconosciuti nella folla, mi chiedo se non possa essere già una realtà. Chi di loro è stato creato dal nulla per soddisfare un bisogno emergente, quello di salvare altre vite con la propria? Il giovane con un libro in mano e gli occhialini tondi? La ragazza con la minigonna e la coda di cavallo? Il bambino con lo zaino di scuola sulla schiena?

E una domanda tira l’altra: cosa ne sappiamo dei tanti embrioni che riposano nei congelatori? Hanno un’anima congelata, ma ce l’hanno. È così difficile crederlo, immaginarlo? Che diritto abbiamo avuto di crearli e lasciarli lì? Che diritto avremo di distruggerli? La questione è ancora aperta, a dispetto delle nostre coscienze indifferenti.

Per tornare al libro, ne consiglio la lettura.

C’è però qualche piccola pecca.

Per esempio per la rivelazione finale è stata usato un sistema un po’ scontato, privo dei colpi di scena, sia pur pacati, presenti in tutta la narrazione. Le donazioni non sono nemmeno lontanamente specificate, mentre secondo me un minimo di concretezza si poteva dargliela (cos’è che si dona? Cuore, fegato, polmoni, midollo? Non viene detto, forse perché ritenuto ininfluente).

Inoltre a mio modesto avviso ci sono qua e là difetti di editing, o di traduzione. Di poco conto, certo, ma che tuttavia si potrebbero notare. A meno di non lasciarsi trascinare dalla voce ipnotica e a tratti incerta di Kathy e della sua, diciamolo pure, triste storia d’amore.”

 

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