IL CERCHIO SI CHIUDE?

È cominciato tutto qui.

Al sesto piano dell’ospedale più di trent’anni fa c’era il reparto di medicina con oltre quaranta pazienti. È stato il primo reparto in cui ho messo piede da allieva infermiera, come si diceva all’epoca; oggi si direbbe “studente di infermieristica al primo anno di corso universitario triennale”. È giusto, la professione evolve, bisogna adeguarsi ai tempi.

Resta il fatto che da qui io ho cominciato a frequentare il mondo dell’assistenza infermieristica, vivendo sul campo un’avventura affascinante e tremenda insieme.

Oggi quel reparto non c’è più, ci sono gli uffici della dirigenza. E quelli della medicina aziendale: è qui che sto aspettando il mio turno per essere visitata. È qui che si chiuderà un cerchio.

Trentadue anni esatti sono passati da quando sono entrata qui per la prima volta come studente, con un po’ di batticuore per il dubbio che affligge un po’ tutti agli inizi: ce la farò?

Avevo la cuffia inamidata in testa, messa malissimo perché non sapevo come funzionava. Avevo la penna, la forbice, il camice, bianco come le calze e le ciabatte. E un golfino blu.

In questo reparto, che ora non c’è più, ho iniziato la mia carriera.

Le stanze di degenza sono diventate uffici, dove c’era il box delle infermiere ora sono le poltroncine della sala d’aspetto. Ma io ricordo tante cose di quel periodo. Oltre i vetri di fronte a me c’erano gli studi medici. C’era la sala dove mi sono rifugiata a piangere di nascosto per la frustrazione: nessuno mi ascoltava mentre richiedevo attenzione per un vecchietto cui bisognava rimettere un sondino, tolto per fare un esame, per dargli da mangiare. Lui era afasico, non parlava, ma si faceva capire benissimo e io volevo che qualcuno gli rimettesse quel sondino, altrimenti come facevo a dargli il pranzo frullato che non poteva inghiottire? Nessuno mi dava retta, i medici erano presi dai loro problemi professionali e le infermiere dai bisogni di tanti altri pazienti. E io non potevo fare niente se non piangere di rabbia, che a mio parere anche quel vecchietto aveva diritto come gli altri.

Mi trovò la caposala, dietro quei vetri, seduta sul lettino di un ambulatorio vuoto, sconfitta dalla gerarchia. Lei si fece dire cosa era successo, mi consolò e venne di persona a rimettere il sondino al nonnino. Così potei dargli il pranzo, che continuava a richiedere a gran voce, attraverso il siringone apposito, mentre ingoiavo i singhiozzi e facevo del mio meglio in una manovra per me del tutto nuova.

Le stanze di degenza erano super affollate di una umanità variopinta e sofferente. Ricordo Romeo, etilista e cirrotico in stadio avanzato, dal colorito itterico, che mi chiamava per nome. Dopo tutte le volte che lo avevo lavato dal vomito o dalla diarrea era entrato in confidenza. E ricordo di averlo visto, anni dopo, ripulito e in ordine, nel parcheggio dell’ospedale. Ancora si ricordava di me e mi diceva soddisfatto che ora stava bene.

Ricordo l’allegria con cui gli allievi del secondo anno conducevano per mano noi matricole a imparare le tecniche infermieristiche che a loro volta avevano appreso prima di noi: ne ricordo uno in particolare che si divertiva a farmi scherzi sfottendo la mia origine terrona, ma in fondo ci siamo voluti bene. Lui non c’è più, sopraffatto da una vita difficile e dalla malattia vigliacca. Non ci sono più neanche quasi tutti i medici che allora ignoravano la piccola allieva che cercava attenzione per un nonnino in difficoltà. Sono quasi tutti morti.

Ne è passato, di tempo, da allora.

Da qui, da quel pavimento di piastrelle rosse che veniva lavato dalle inservienti (e una volta perfino dalla caposala, giuro!) con la cosiddetta saponata, ho mosso i primi passi del tirocinio.

Ora qui aspetto di essere valutata nelle residue possibilità fisiche che mi restano, trent’anni dopo.

E la sentenza non giunge inaspettata.

Non sono più idonea alla movimentazione manuale dei carichi, a una postura incongrua protratta. La mia schiena dopo questi decenni intensi, dopo il trauma di sei mesi fa, non può più reggere il carico di lavoro che viene richiesto. E quasi certamente non potrò più restare nel reparto in cui lavoro da ventisei anni.

Mi tornano in mente tante persone incontrate in tutti questi anni.

Mi ricordo della signora che aveva il marito ricoverato e che mi ringraziava perché quella volta che era toccato a lei io l’avevo aiutata a lavarsi e cambiarsi anche se ora non la riconoscevo.

Mi ricordo dell’uomo ricoverato di notte, portato dall’ambulanza dal suo paese non proprio vicinissimo, spaventato oltre misura, che prima di essere dimesso mi ha chiamato per nome fermandomi in corridoio e mi ha ringraziato per averlo tranquillizzato e accolto con gentilezza quella prima notte.

Mi ricordo dei pazienti cronici, dai ricoveri ripetuti sempre più frequenti, che quando vedevano un volto conosciuto nel personale di turno si sentivano in famiglia.

Ricordo tutte le urgenze che mi sono capitate, quelle risolte e quelle in cui non c’era stato niente da fare.

Ricordo tutti i pazienti di cui ho parlato nel mio libro Un golfino blu racconta e tanti altri ancora.

Ricordo la fatica di fare le notti, la solidarietà e l’affetto delle colleghe, le avventure e le disavventure passate in tutti questi anni, le storie di ciascuno di noi, le confidenze e le condivisioni di studio, vita, voglia di migliorare.

Ora qualcosa cambierà.

Perché non posso più fare quello che ho fatto fino qui. Il corpo si è arreso. Come si sta arrendendo quello delle colleghe della mia generazione. Non si salva quasi nessuno, tutte hanno dei problemi.

Abbiamo lavorato con una generosità che spesso andava oltre il semplice senso del dovere. Ci siamo usurate, ci siamo consumate e in alcuni casi ci siamo rotte come vecchi robot.

Quando sento che vogliono alzare l’età per andare in pensione anche alla nostra categoria, vedo nero davanti agli occhi. Vorrei che chi deve decidere venisse a vedere di persona come stiamo, che leggesse i nostri fascicoli personali. Che capisse quanto questa professione consuma, moralmente e fisicamente, quando viene fatta col cuore.

Non lo so cosa mi aspetta. Io so che l’esperienza acquisita in tutto questo tempo potrebbe essere messa a frutto in molti modi, non necessariamente faticosi dal punto di vista fisico, ma i tempi non sembrano ancora abbastanza maturi. La restrizione sulle assunzioni, i mancati rimpiazzi di quei fortunati che sono potuti andare in pensione (o sono morti…), i numeri, quei maledetti numeri che sulla carta fanno apparire una situazione di personale florida quando invece è allo stremo, tutto concorre ancora a rallentare il vero progredire dell’assistenza. Un’assistenza che dovrebbe essere personalizzata, continua, garantita sul territorio, in continuità dopo il ricovero.

Si arriverà forse, prima o poi, anche a questo. Intanto il sistema sta per collassare, in quanto basato su un tipo di lavoro che le forze in campo non possono più garantire, perché non ce la fanno più.

Proprio oggi ho ritirato il famoso “pezzo di carta”, il diploma di master conseguito lo scorso anno. Un master di primo livello, sudato e faticato, ma per nulla apprezzato (mi è stato già consigliato di “scordarmelo”, non è di quello che l’azienda ha bisogno, mi hanno detto con scarsa, per non dire nulla, lungimiranza). Sono orgogliosa di averlo conseguito. Lo studio non è mai fine a se stesso e a me quel master ha aperto gli occhi su un mare di possibilità.

La sensazione oggi, andando via dal sesto piano che mi ha visto iniziare il percorso che mi ha portato fino qui, è che si chiuda un cerchio, una parentesi importante di vita.

Nonostante il groppo in gola, so che non è finita qua. Con ogni probabilità sta per aprirsi una pagina nuova, diversa. Forse una nuova avventura. Forse una veste nuova nello stesso ambiente che mi ha accolto per tanto tempo, chissà (illusione?…).

Non lo so. Sono in un limbo in attesa che mi diano una nuova collocazione, o vengano ridisegnate le attività professionali che posso svolgere.

Spero solo di trovare ancora tanta umanità da raccontare, nel bene e nel male, che dia un senso ai faticosi e lunghi anni a venire, alla divisa bianca e al mio golfino, che anche se ora non è più blu, ma rosa, resta il simbolo di quello che sono stata, di quello che ho fatto e di quello che ho dato.

                                                          (1992)

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