SOGNO, DILUVIO, DISASTRI, 4 NOVEMBRE. EMOZIONI A NON FINIRE.

Oggi è una giornata fortemente emotiva per me.

È cominciata con il risveglio da un sogno dolcissimo, tanto reale da farmi male quando ho capito che vero non era e non lo sarebbe stato mai. Un terribile momento di consapevolezza: il tempo perduto si è portato via anche la possibilità di vivere nuovamente certe emozioni. Non si torna indietro e andando avanti non ci saranno più quei batticuori già vissuti.

Forse non dovrei avere voglia di ritornare adolescente, ma tant’è. C’è qualche mio coetaneo che al ricordo di quei palpiti non si lasci sfuggire un sospiro? Siamo umani e abbiamo un cuore.

Non parlerò pubblicamente di questo sogno, troppo intimo e privato. Che arrivi solo il suo struggente passaggio.

Poi c’è stata la sfilata delle forze armate, che oggi è il 4 novembre, con in più tutto il corollario dei festeggiamenti per il centenario della fine della Grande Guerra. Mi emoziono per quell’evento che dal punto di vista umano è stato un disastro mondiale: enorme la perdita delle giovani vite che in condizioni disumane difendevano un ideale, un valore, un territorio nemmeno troppo unito. E pensare che oggi tanti loro coetanei si perdono in futilità e odio, in bullismo e disprezzo per la vita.

Al di là di ogni retorica se la Storia fosse spiegata bene nelle scuole avrebbe molto da insegnare. L’odio, la voglia di supremazia, l’intolleranza non pagano, portano solo a distruzione di massa, di vita e valori. Quei giovani morti che oggi onoriamo forse nemmeno sanno perché sono morti, ma avevano in qualche modo interiorizzato i concetti di unità e Patria; paroloni più grandi di loro, che in ultima non erano che ragazzini, nemmeno maggiorenni, mandati al macello. Quelli che invece sopravvissero riportarono ferite morali indicibili: troppo violenta la carneficina cui dovettero assistere. Troppo vicina la faccia bianca della morte, resa rossa dal sangue. Qualcuno impazzì. Altri non ne vollero parlare più. Ma in tanti, a distanza di tempo, rimase l’orgoglio del gesto, del contributo dato in cambio di un ideale che certo non riempiva la pancia né il portafoglio.

Varrebbe la pena di far fare, ai ragazzi di oggi, un viaggio in posti come i sacrari militari, i musei dedicati, o nei luoghi dove ancora esistono le postazioni e le trincee, dove si tocca con mano come si viveva la guerra (che non era quella tecnologica di oggi, dove basta premere un pulsante per distruggere una intera Nazione). Io sono stata di recente a Redipuglia. Ci sono stata con il rispetto dovuto a chi lì è rimasto per sempre e con la certezza, una volta di più, che la guerra è una bestia orrenda. Vedi le armi vere, vedi l’inutile spirito di sacrificio, vedi l’assurdità di tutta la faccenda. La stessa sensazione che provi nel visitare le trincee, nel leggere le lettere dei soldati al fronte, nel visitare i luoghi in cui ragazzi coetanei fra loro, ma di nazionalità diversa, si fronteggiavano da un lato all’altro della montagna per lunghi mesi. Sì, varrebbe la pena. I luoghi parlano più di un libro di testo.

Altro motivo di occhi lucidi, oggi, è il prendere atto dell’ennesimo disastro ambientale, cui siamo costretti ancora una volta ad assistere impotenti, vittime e colpevoli assieme. Nuovi morti, stavolta in Sicilia, in una orrenda uguaglianza catastrofica, la natura che si ribella in modo equanime da nord a sud alla nostra scellerata indifferenza.

Qui nell’alto Veneto ancora non si è ancora smesso di piangere per lo scempio avvenuto fino a ieri, ma ci si rimbocca le maniche anche se il cuore piange. Si fa fatica a comprendere come possa essere accaduto tutto insieme: prima l’enorme incendio della montagna, poi l’uragano, la tromba d’aria, il diluvio, il fango e le macerie, gli alberi abbattuti come bastoncini dello Shangai. E non è ancora finita, il maltempo sta per tornare a colpire una situazione precaria e difficile in cui la gente non ha risolto molti disagi. Le immagini che arrivano dai media afferrano alla gola e lasciano senza respiro per il dolore.

Infine mi commuovo nel vedere la solidarietà della comunità locale, che si arma di pale, badili e carriole e va da sé a sistemare quello che si può sistemare, spalando fango, raccogliendo foglie, liberando tombini nei quartieri, nei rioni, nei parchi. In montagna intanto il lavoro è per i professionisti delle motoseghe, delle macchine operatrici, dei tecnici dell’elettricità. Ma anche di coloro che avendo poco lo dividono con chi li aiuta. E non si tirano indietro nemmeno i richiedenti asilo, che vogliono rendersi utili per risollevare quella che al momento è la loro dimora.

Perché alla fine è questo il concetto di Patria, un luogo del cuore da difendere, di cui avere cura tutti insieme nello spirito unitario dei nostri bisnonni, che l’italiano nemmeno lo parlavano e tuttavia sapevano cosa significasse avere una casa e una famiglia ed estendevano coraggiosamente un concetto concreto a uno astratto. Povere anime vittime di politiche criminali (proprio come le vittime attuali) a cui dobbiamo ciò che oggi abbiamo, e che ora contendiamo a una natura che noi stessi abbiamo colpevolmente schiavizzato.

Insomma, tutto è partito dall’emozione per un sogno bellissimo e impossibile. Ed è proseguito su un fiume in piena di sensazioni e riflessioni. Nel battito unico di un cuore troppo gonfio per restare indifferente.

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