SEMPRE IN ACQUA.

Ma quando prendi un antidolorifico prima di praticare un’attività sportiva, vuole dire che ti stai dopando?

La domanda sorge spontanea, e come sorge allo stesso modo tramonta. Non me ne importa. Se l’antidolorifico mi consente di mettere a tacere il dolore alla spalla per poter nuotare, viva il doping! Tanto non devo fare gare, se non contro me stessa e la mia volontà.

Lo prendo, dunque, e torno in piscina.

Sono stata per l’ennesima volta costretta a uno stop. Il mio fisico ogni tanto mi ricorda che io sportiva non lo sono mai stata, che il massimo sforzo che mi consentirebbe di compiere è girare le pagine di un libro stesa su un divano. Più o meno quello che facevo da bambina mentre invece i miei compagni correvano, saltavano, giocavano a calcio, praticavano atletica, facevano i tuffi e le gare di nuoto a mare ed erano iscritti ai boy-scout. Perché diavolo a questa età devo sfidare la sorte, la salute e tutti gli auspici contrari, procurarmi qualche acciacco, santificare il calendario quando mi fa male qualcosa, essere costretta di tanto in tanto a fermarmi?

Perché quando sto in acqua io rinasco. Ecco perché.

L’ennesimo problema alle orecchie mi ha tenuto ferma tre settimane. Il dolore alla spalla per la lesione a un tendine della cuffia ormai da un anno sconsiglierebbe certi movimenti. Sono un relitto, non una sirena. Ma non me ne importa proprio niente. Perché comunque in acqua sto meglio. Mente, cuore e corpo stanno meglio. Una sensazione di benessere impagabile.

Torno in acqua, dunque. Comincio a nuotare.

Sono la pippa di sempre. Un paio di vasche e ho il fiatone. Eppure scivolando nell’acqua, per una volta non troppo fredda, mi sento a casa. Vorrei non aver bisogno di respirare, per non alzare la testa, tenerla immersa a guardare le piastrelle del fondo, gli altri nuotatori che mi svolazzano introno e laggiù, nella prima corsia, gli aspiranti sub che fanno la loro prima prova con le bombole.

Quanta tenerezza provo a guardarli. Ero così anch’io, qualche anno fa. Chi se lo dimentica?

A proposito di sfidare la sorte… Se gli specialisti otorini che mi avevano avuto in cura per un ventennio mi avessero visto alle prese con le bombole sarebbero inorriditi. Per tutto quel tempo mi avevano vietato perfino una goccia d’acqua nelle orecchie. Io fino allora ero stata ligia alle prescrizioni in modo maniacale, ma il richiamo dell’acqua mi aveva portato oltre. Avevo disobbedito. Ed era stato così emozionante che mi era venuto da piangere e ridere insieme. Il mio primo commento era stato: “Che figata!”.

Anch’io potevo scendere là sotto. Non ero una reietta terrestre. Ero una aspirante pesciolina. Sarei poi rimasta ranocchia, ma ancora non lo sapevo.

Il percorso da allora è stato lungo e intervallato da continui stop, sempre per problematiche fisiche. Eppure sono andata avanti, sia pure un po’ come i gamberi: due passi avanti e uno indietro.

Quante cose sono accadute dalla mia prima prova con le bombole… Ci penso con un pizzico di nostalgia per quel periodo di scoperte e progressi continui, anche se lenti e difficoltosi, mescolato all’orgoglio di esser riuscita a tagliare traguardi per me impensabili. Ci penso mentre noto che dai, l’antidolorifico tutto sommato ha funzionato e nuoto senza troppo dolore, giusto quel po’ che mi richiama comunque alla prudenza e a non esagerare (si fa per dire… le pippe non sono capaci di esagerare).

Che meraviglia però. La dolcezza dell’acqua, la carezza sul corpo, il sollievo dal peso. Non si può descriverlo, ognuno lo sente a modo suo.

Io lo vivo e basta.

Se almeno questa specie di doping mi aiutasse e migliorare la respirazione, bracciata dopo bracciata… invece no, quella è l’unica fatica che mi resta. E mi resterà nei secoli. Pazienza. L’importante è essere qui.

Domani tornerò a fare i conti con la ruggine del tempo. Forse continuerò il doping, forse proverò stoicamente a farne a meno, non lo so.

Domani è un altro giorno.

Oggi nuoto.

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