VASCALONGA 2019: CORSIA NUMERO 6

Ieri, 8 giugno, ho finalmente partecipato alla Vascalonga, la staffetta di nuoto a squadre, non competitiva, che si tiene ogni anno per beneficenza in piscina.

Lo desideravo da almeno quattro anni, da quando l’ho scoperta nel mio percorso di riabilitazione acquatica. Era un desiderio fortissimo, un obbiettivo che mi ero prefissata e che speravo prima o poi di raggiungere.

È stato un percorso lento e difficile.

La prima volta che ho assistito all’evento non ero in grado di nuotare neppure per una vasca di venticinque metri. Stavo curando con la ginnastica in acqua un problema assai doloroso al dorso e, come diceva il mio Coach, sì e no polleggiavo, cioè stavo a galla come un pollo.

Il secondo anno ero sì in grado di nuotare, qualche volta anche per venti minuti come richiesto, ma non in maniera costante e mi terrorizzava l’agonismo, il mettermi in balia dei nuotatori esperti che temevo mi potessero travolgere.

Il terzo anno ho avuto la frattura vertebrale e addio. Un lungo stop dal nuoto e il ricominciare daccapo una nuova riabilitazione, nascondendo lacrime e sconforto.

Il quarto anno l’evento della Vascalonga è coinciso con una uscita con gli amici subacquei a Rovigno, per una immersione in mare. Non potevo rinunciare, era una rinascita, un altro obiettivo raggiunto!

E siamo arrivati a ieri.

Ho rischiato di non partecipare neanche stavolta. Da quasi un anno una lesione a un tendine della spalla e al trochite mi fa vedere i sorci verdi in alcuni movimenti. Ho dovuto limitare, per l’ennesima volta, il nuoto, e se non nuoti con costanza il fiato non lo fai mai. Lo so, ho uno scheletro di burro, articolazioni croccanti come grissini e muscoli di gelatina. Mi passa un guaio e me ne arriva un altro. Dovrei limitarmi a partecIpare a tornei di burraco e non andare in cerca di rogne mettendo a repentaglio le mie povere ossa. Ma sono anche cocciuta e preda delle passioni. Tutto ciò che è acqua mi prende in modo totalizzante e non c’è niente di peggio che dirmi che non posso fare qualcosa, perché io quella cosa la farò a tutti i costi.

Come sempre mi sono affidata a un allenamento mirato e graduale da parte del mio insuperabile Coach, che ormai si è adattato ad affrontare qualunque incidente di percorso mi capiti, e da che ci conosciamo non sono stati pochi. E sono ricorsa anche al magico rattoppo di un bravissimo osteopata, anche lui ormai rassegnato a rimettermi in sesto piuttosto spesso. Il resto ce l’ho messo io.

Sono arrivata con molto anticipo rispetto al mio turno di gara. La mia amica Alessia, con cui condivido la passione acquatica, era già là. Arrivare in anticipo prima di una prova importante è una mia vecchia abitudine. Tipo all’esame di maturità, quando ho assistito all’orale di tutte le mie compagne molto prima che toccasse a me. Serve a conoscere il nemico, ad assuefarsi all’ambiente. Insomma, a superare l’ansia. Perché vorrei vedere chi è che non provi un pochino di ansia prima di gareggiare. Io ce l’ho, in fondo è la prima gara della mia vita, provare un po’ d’inquietudine credo sia lecito, ma la tengo a bada osservando.

Intorno è la solita bagarre. Spalti gremiti, le vasche che ribollono, nuotatori ovunque, dentro e fuori dall’acqua, i contavasche in movimento, la voce della speaker sopra ogni altro rumore a scandire i turni e i cambi. In parole semplici, un vero casino. Ma un casino bello, allegro, il clima è di festa. Non è una competizione, si gareggia per beneficenza, ma in fondo ciascuno vuole ottenere un risultato buono.

Perfino io.

Mi sono iscritta in una squadra di persone come me, nuotatori non esperti ma volenterosi e appassionati. Non credo che avrei potuto sopravvivere all’agonismo degli squali da piscina che lottano fino all’ultimo sangue. Per cominciare mi serviva una cosa tranquilla. Scopro solo sul momento che il nome della mia squadra è “Lenti ma contenti” e mi scappa una risata. Perfetto! Si adatta alla grande alla mia condizione. Già mi sento meglio.

A noi è riservata la corsia 6, quella con l’acqua bassa, giusto per non farci travolgere dagli squali. È la corsia in cui gareggiano, oltre a noi, le persone con disabilità e quella afflitte dal Parkinson, dove si può anche camminare e ognuno nuota come può, secondo le proprie possibilità. Qui vale tutto, lo stile a rana, lo stile libero o lo stile a-modo-mio, e la gara è solo con se stessi.

Osservo incantata e con un tantino di invidia il cambio turno. In media nuotano almeno in quattro per ogni corsia, talvolta in cinque, ma allo scadere dei venti minuti per qualche istante i nuotatori possono essere anche il doppio, perché il turno precedente deve arrivare fino in fondo per poter uscire, mentre gli altri già si sono tuffati. La sirena segnatempo non lascia scampo e così ci sono degli istanti di confusione che se fossi là in mezzo mi terrorizzerebbero. Ma nessuno si fa male, tutto scorre liscio, l’acqua continua a ribollire e gli squali a nuotare senza risparmio.

Nemmeno in corsia 6 comunque c’è da scherzare. L’allegra anarchia di nuoto dovuta alle capacità di ciascun concorrente è da tenere in considerazione. L’entusiasmo di queste persone che s’impegnano al loro massimo è travolgente… a volte letteralmente! Prendo nota che dovrò fare comunque attenzione e magari schivare qualche ostacolo vagante.

Riconosco ad un tratto l’anziano signore che quattro anni fa mi aveva colpito per la sua determinazione nel compiere la propria parte di gara a dispetto del Parkinson: a terra non è che un invalido che cammina incerto, in acqua si trasforma in un atleta come tanti altri che gareggia correndo. Oggi come quattro anni fa. Sembra che nulla sia cambiato, invece questi anni sono trascorsi; la cosa bella è che se lui è ancora qui e fa ancora la stessa prestazione di allora vuol dire che la malattia è stata tenuta a bada. Sono sicura che ciò è possibile grazie all’acqua, questa nostra madre acqua che ci culla e ci sostiene e migliora la vita. Sono felice per questo anziano, per me, per tutti quelli che ci credono e toccano sulla propria pelle il beneficio della liquidità.

Il gruppo delle persone con Parkinson che oggi sta gareggiando qui è allenato dal mio stesso Coach. Che per solidarietà fa anche lui un turno di vascalonga… correndo come loro!

Credo che la corsia numero 6 sia in assoluto la più strabiliante di tutta la piscina e di tutta la manifestazione. Non me ne vogliano i veri atleti che si dannano per superare il proprio record, che si sorpassano feroci sopra e sotto, che non respirano nemmeno e spingono sempre di più per superare tutti. Sono bravissimi. Ma in corsia 6 è un’altra cosa.

È la volta di Alessia e come sempre è uno spettacolo per gli occhi e il cuore. La sua disabilità non le ha impedito di diventare campionessa di nuoto paralimpico e per me è sempre un esempio e uno stimolo. Alla grande, conclude con una ottima distanza percorsa.

Alla fine tocca proprio a me!

Come speravo nel frattempo mi sono ambientata e rilassata, ho studiato le varie situazioni, ho ideato la mia tattica, ho perfino accennato a una specie di balletto al suono sparato a tutto volume della musica di sottofondo e la tachicardia si è calmata. Sono pronta.

Ritiro la cuffia della squadra, la mia squadra! È la prima volta in assoluto che faccio parte di una squadra sportiva, è la prima volta che gareggio, è la prima volta di tante cose!

Un ragazzino in maglietta bianca mi chiede il nome mostrandomi una tabella. È il mio contavasche, colui che seguirà e registrerà il mio percorso portato a termine nel tempo dei venti minuti. Mi ispira fiducia, ha l’aria sveglia. A quell’età quando gli dai un compito i ragazzi sono scrupolosi, per cui non ho dubbi che starà attento e farà il conteggio correttamente.

Gli spalti sono sempre stracolmi, il casino è ancora aumentato, ma io mi isolo. Nessuno in fondo bada a me, è una buona cosa. I nuotatori del mio turno sono un ragazzo con sindrome di Down e una imponente signora che gareggia per i parkinsoniani, non sembra malata, forse è una parente, non lo so. Suona la sirena e via!, incomincio a nuotare. Finalmente.

Mi colloco nella parte centrale della corsia. La signora, scopro subito, per lo più corre e ogni tanto nuota, in qualche modo. Il ragazzo più che nuotare fa delle lunghissime subacquee che mi suscitano invidia, perché io non sono capace di fare come lui… ma questo non è il momento, sono qui per nuotare e nuoto.

Mi sono allenata, a dispetto del dolore alla spalla. Non ho sforzato, ma non mi sono neanche risparmiata. Volevo farcela. Volevo nuotare per venti minuti. È stata dura. Il dolore mi faceva perdere la presa nell’acqua e raddoppiare la fatica, sempre col timore di rovinarmi del tutto l’articolazione e quindi essere costretta a rinunciare a nuotare. Ma ora sono qui.

Venti minuti sono tanti. So per esperienza che per farli passare non devo pensare alla fatica, non devo contare le bracciate o il tempo che rimane. Devo pensare ad altro. Mi concentro sulla freschezza dell’acqua, sullo scivolamento che ho imparato a gestire per non affaticare la spalla. Mi concentro sul benessere che riporto ogni volta che sto qui dentro. Ripercorro questi ultimi cinque anni in vasca, i vari infortuni superati, le otiti frequenti, il dolore combattuto con rabbia, il lungo tempo impiegato a imparare a nuotare con un po’ di tecnica. Ricordo che ho impiegato un’eternità a riuscire percorrere una sola vasca di venticinque metri a stile libero senza morire di fatica, e altrettanto ci ho messo a farne due, di vasche, e poi tre… fino a nuotare, come ora, per venti minuti. Sembra incredibile che ce l’abbia fatta.

I miei tempi sono lenti, lo so, non sono una ragazzina, per giunta sono acciaccata: quello che ho conquistato è per me motivo di orgoglio e una sfida costante a fare meglio.

Mentre macino vasca su vasca tengo d’occhio soprattutto il ragazzo al mio fianco. A volte ci troviamo appaiati, lui è potente, viaggia sott’acqua come un pesce, ma non bada a dove scalcia… così mi ha presa leggermente un paio di volte e altrettante ho schivato un calcione in faccia. Direi che sono diventata brava anche in questo. Sono quasi pronta a competere con gli squali delle corsie accanto. No, scherzo, non ancora!

Continuo a nuotare e mi sforzo di non guardare il cronometro. Non ci riesco perché è proprio ai lati della piscina, ben visibile. Temo di ricascare nel mio solito problema: quando sto per arrivare, mollo. L’ho fatto in passato, in ogni circostanza. Quando sto per arrivare alla meta mi fermo e rinuncio. Mi accontento. È sbagliato, lo so. Negli allenamenti abbiamo lavorato anche su questo. Vincere la fatica è soprattutto un atto mentale. Quando sono più stanca dovrei accelerare. Dovrei. Per stavolta magari cerco di non rallentare. La spalla dolorante fa sentire la sua esistenza, sento che la bracciata è un po’ meno efficace. Il fiato invece tiene. Se non avessi paura di procurare un guaio all’articolazione ci proverei ad accelerare. Magari ce la faccio, magari ci guadagno qualche metro. Preferisco invece essere cauta, solo per questo, lo giuro! Per una volta che mi sento competitiva, se non altro contro me stessa, mi frena la paura dell’ennesimo stop. E io all’acqua non ci voglio rinunciare.

Quando tocco il bordo scopro che mancano circa venti secondi al termine. Ecco la prova del mio cambiamento. Sono un po’ stanca, anche se meno di quanto avrei pensato, la spalla è là, chi se ne dimentica: in altri momenti mi sarei detta vabbè, ce l’ho fatta fino a qui, mi accontento. E invece riparto, mantengo il mio ritmo, ma riparto, non ho intenzione di rinunciare ad andare fino in fondo. Io quando prendo un impegno lo porto a termine, al massimo delle mie possibilità. Se venti minuti devono essere, che venti minuti siano! Il suono della sirena del cambio turno mi coglie che manca ancora forse poco meno di metà vasca alla fine, vagamente prendo nota che un’altra persona della mia squadra si è tuffata e mi nuota incontro, mentre sono ancora stretta tra la signora, che ha comunque rallentato, e il ragazzo che invece ci dà dentro da pazzi. Arrivo, tocco il bordo e mi affretto alla scaletta per lasciare spazio al turno successivo. Il ritorno alla terraferma è sempre un piccolo trauma, riacquisti il peso, diventi un piombo e lo sforzo fatto fa girare la testa. Tutto superato in breve. Il mio contavasche è sparito, sono curiosa di sapere quanta strada ho percorso nuotando. Più o meno ne ho un’idea, in fondo mi sono allenata, anche se spesso quando sono da sola perdo il conto. Intanto il ragazzo che nuotava con me non ne vuole sapere di uscire, si diverte troppo nelle sue lunghe subacquee, del resto comprendo perfettamente il suo sentirsi pesce, ma intanto aumenta la confusione in corsia, non si capisce quanti sono i concorrenti in gara e forse si rischia qualche scontro. Alla fine, quando si decide a uscire, ancora sulla scaletta il giovane alza le dita a V in un meritatissimo segno di vittoria. Ha ragione, ha vinto lui. Ho vinto anche io. Ha vinto l’anziano con il Parkinson, ha vinto Alessia, ha vinto il bambino alla sua prima prova e l’adulto che ha percorso come un dannato più strada di tutti. Hanno vinto tutti. L’importante è davvero sfidare se stessi, vincere le proprie paure e i propri limiti, fare squadra e restare singoli, contribuire alla festa solidale in qualunque modo.

Sono uscita dalla piscina soddisfatta, felice, con addosso la solita sensazione di benessere e la consapevolezza di aver tagliato un traguardo e insieme un punto di partenza. A distanza di 24 ore lo scheletro di burro, le articolazioni croccanti come grissini e i muscoli di gelatina un po’ protestano, ma chi se ne frega. Non avrei mai detto cinque anni fa, mentre in quella stessa corsia 6 zompettavo in cerca disperata di un sollievo al mio dolore, che sarei arrivata fino qui. Quando mi sono imbattuta nella vascalonga però mi sono detta: un giorno ci sarò anche io. Così è stato. Non sembra, ma sono un mastino travestito da gentile e attempata signora.

Come dite? Alla fine quale è stato il mio percorso? L’ho dimenticato. Tanto lo so, un giorno farò meglio e nuoterò con gli squali.

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