VACANZE 2019

Cosa ricorderò delle cortissime ferie di quest’anno passate nel mio Salento? Ferie in famiglia, a rinsaldare i legami che la lontananza tende a sfilacciare, a rivedere gli affetti, quelli che sono rimasti, e a notare le differenze dall’ultima volta. Al di là di questi, dunque, cosa mi resta stavolta?

Prima di tutto il tempo poco clemente: come al solito, direi. Da quando sono migrata al nord ogni volta che torno, in qualunque stagione, si aprono i cieli per la pioggia o si scatenano i venti. Per cui incappo sempre nell’unica settimana di tutta l’estate in cui piove o nei tre giorni consecutivi (ma a volte anche di più) di fredda tramontana. E sappiate che quando tira la tramontana perfino in certe serate estive dell’assolata Puglia il golfino non pesa.

È una maledizione ormai, di cui si ride in famiglia, che però non mi impedisce di andare al mare sempre e comunque, per non sprecare neanche un attimo. Anche stavolta, indomita, il mio posto sulla spiaggia me lo sono tenuta ben saldo, tra grigi nuvoloni e un dispettoso maestrale (parente stretto della tramontana).

Sono state vacanze tranquille senza avventure, di estremo riposo ancorché assai brevi. Cosa può restare di questi giorni che neanche in un pensionato trascorri in maniera così… calma?

Resta il mare: sempre lo stesso, sempre un po’ diverso e pazienza se l’ho potuto vivere poco, comunque mi ha rigenerato. Lo stesso vale per il sole, quando c’è stato. Il sole in Puglia, non so perché, non è lo stesso sole del Veneto. È un fuoco che asciuga le ossa.

Mare grosso, che toglie la voglia di fare il bagno, onde abbastanza alte da bandiera rossa, da scoraggiare i timidi, ma da divertire i bambini. E anche gli adulti. Prendere i cavalloni sulla riva, essere colpiti con tanta forza da barcollare, sentire la sabbia risucchiata sotto i piedi dalla risacca e ridere e urlare, perché l’acqua spruzzata così violentemente da bagnarti tutta è un tantino fredda. Sì, non ridono solo i bambini. Lo fanno anche i grandi, che dentro cercano l’ingenuità senza pensieri dell’infanzia perduta o mai vissuta. Consiglio a tutti di farsi travolgere da un’onda, ogni tanto. In spiaggia, ma anche nella vita. È uno scacciapensieri, una risata di cuore. Dopo si sta meglio, più freschi e sereni.

Niente immersioni, purtroppo, nemmeno un po’ di snorkeling. E questo è un piccolo rimpianto che mi resta. Ancora una volta devo rimandare l’esplorazione subacquea del mare della mia infanzia. Ma sono testarda, prima o poi verrà quel momento. Ne sono sicura.

Resta ancora, di questi pochi giorni, l’aver assistito al salvataggio di due bambini con il loro nonno in balia del mare agitato. I piccoli incoscienti non si erano accorti che la corrente li stava trascinando al largo e dopo non riuscivano più a tornare a riva, sospinti dalla corrente e dalle onde. Il nonno, piuttosto arzillo in verità, quando li aveva visti si era parecchio arrabbiato, ma senza pensarci due volte si era tuffato verso di loro, riuscendo a sospingerli verso una boa. Da là però era difficile per tutti e tre avvicinarsi alla riva. Non era una situazione drammatica, ma seria sì. La gente intorno si affannava a incitare il bagnino a intervenire, qualcuno aveva chiamato pure la Guarda Costiera, che è arrivata in breve tempo. Cresceva l’ansia nel timore di assistere a qualcosa di brutto. Per fortuna si è risolto tutto bene e in fretta, sono bastati dei salvagenti legati a una cima. Niente di grave. Ma come non pensare a quei poveri disgraziati salvati in mare durante una traversata disperata? E a quelli che invece non ce la fanno? Mica sono in vacanza, loro. E non stanno giocando. La piccola avventura svoltasi sotto i miei occhi ha dato un senso reale, di portata infinitamente maggiore, a ciò che succede in alto mare quando qualcuno è in difficoltà. Signori ministri, signori governanti, è facile proibire i salvataggi, ma quando vedi con i tuoi occhi cosa significa rischiare di affogare, quando vedi come il mare toglie le forze, non puoi farne a meno: se sei umano fai di tutto per salvare anche solo una vita.

Che bello, mi resta negli occhi anche la visione di tante famiglie con bimbi piccolissimi alle prese magari per la prima o seconda volta con la sabbia e il mare. Tanti giovani padri amorevoli che giocano con i figli, che li fanno ridere, che fanno i castelli di sabbia insieme a loro o li aiutano con i braccioli e la crema solare. Uno spettacolo confortante. Non ci sono solo orchi o pazzi assassini in giro. Queste famiglie giovani e innamorate sono il nostro futuro: niente vale più della risata di un bimbo che scopre il mondo con fiducia.

Tornando a terra mi resta ancora una tristezza profonda, mai provata prima, osservando gli splendidi olivi salentini. Olivi malati, attaccati dalla Xylella. Non ne avevo mai visti così da vicino, prima. Sapevo, come tutti, quello che stava succedendo, anche se le notizie non sono di quelle che i media pubblicano quotidianamente, anzi, semmai tendono a ignorarle. Mi sono trovata davanti a un velo grigio che ricopre piante secolari distruggendole, facendole morire poco a poco. Un colpo al cuore. Giganti che svettavano nell’azzurro intenso di colpo ingrigiti, invecchiati, morenti. Sono passata da qui tre mesi fa e tutto era normale. Cosa è stata, la magia di una strega cattiva? Come si può verificare in così poco tempo una simile catastrofe? Cosa succederà allora, a breve, alle piante che finora hanno resistito testardamente? Sono destinate a soccombere, fino all’estinzione della specie?

Credeteci, è una visione terrificante, di quelle che trovi nei film sulla fine del mondo e che ti mettono angoscia. È così, e davvero non riesco a credere che non sia possibile trovare delle soluzioni. La mia impressione è che non si voglia.

Per contro mi resta anche il riscoprire uno dei luoghi che mi ha visto bambina. Era una campagna, ora traformata in un meraviglioso parco quasi nel cuore della città. Un”oasi, un respiro importante per i cittadini. È stata un’emozione riscoprirla, ricordare piccoli episodi di un tempo ormai perduto. E anche un piacere e un orgoglio per quanto di buono è stato fatto da quella che una volta è stata la mia città. Questo resterà un bel ricordo fra i ricordi.

Mi resta ancora, di questa brevissima vacanza a quanto pare piuttosto piena, la verve del giovane gestore di un locale in cui mi sono soffermata a gustare prodotti locali a dir poco ottimi. Il ragazzo, molto carino, dai tratti e la pelle da vero figlio del Sud, ha sfogato con me lo sconforto per la propria condizione, uguale a quella dei suoi coetanei: non trovando altra soluzione per vivere, non resta che andarsene da quello che ormai è un Paese per vecchi. Il tono con cui parlava era spesso intriso di quella salsa leghista e assolutista in cui non c’è spazio per le indecisioni: chi uccide deve essere punito con la morte, chi tocca donne e bambini va castrato, via i lavoratori anziani dai posti pubblici e largo ai giovani. E poi il racconto di un lungo percorso di studi, anche all’estero, la voglia pazza di dedicarsi all’insegnamento, ai bambini, anche quelli con problemi fisici o cognitivi, che meritano un piano personalizzato, mica come fanno ora… E i progetti, i sogni, la malinconica certezza che nulla si sbloccherà e toccherà fare le valigie e cercare un posto nel mondo, ovunque, ma non qui.

Io mi auguro che non sia così. Che lui, mio fratello, mio nipote, tutti i ragazzi che si affacciano alla vita e cercano una stabilità lavorativa per vivere con dignità, che tutti loro possano trovare fortuna nel posto in cui sono cresciuti. Perché migrare, ancora una volta, non è facile e non è giusto. Lo dice una che quella valigia l’ha fatta più di trenta anni fa.

Ritorno sulla spiaggia perché c’è ancora qualcosa che mi resterà di questi giorni. Sono i corpi. A cominciare dall’improvvisa consapevolezza del mio stesso, chiamiamolo con parole forti, decadimento fisico, altrimenti detto maturità, con tutti i cambiamenti che l’età comporta. Finora non ci avevo troppo badato. Di colpo sono costretta ad ammettere che il tempo è passato anche per me, non sono più quella di dieci o anche solo cinque anni fa. Mi fa paura solo dirlo, che sto invecchiando, ma, appunto, il corpo non mente. E anche se non mi riconosco in quel sovrappeso o nei lineamenti che cedono e si induriscono, sono proprio io quella lì. Imprigionata in un corpo che non sento più come mio, destinato a peggiorare fino all’ultimo dei miei giorni.

Ma proprio qui, al mare, i corpi sono esibiti per come sono, senza trucchi. E quindi non posso non notare che la perfezione che tutti vorremmo è assai lontana dalla realtà. Qui ci sono corpi reali, con tutti i loro difetti, anche più grandi, molto più grandi dei miei. E sembra che nessuno si preoccupi del proprio corpo, che perfetto non è mai: è largo, abbondante o quasi rachitico, ha la pelle bianca o scottata, o troppo abbronzata, ha i capelli bianchi o una ricrescita trascurata, ha cellulite e grasso, è cadente sotto ogni aspetto anche in età molto più giovane della mia. Noi siamo così, dicono questi corpi, non c’è niente di male né di strano. È la normalità. La conferma viene dalle coppie. Coppie variamente e stranamente assortite, per esempio con un lui magrissimo e una lei obesa, o una lei molto graziosa e un lui brutto e antipatico, però tutti felici e coccolosi. Perché la bellezza è davvero solo negli occhi di chi guarda con amore. I parametri di riferimento nelle vip o nella pubblicità sono lontani quanto Plutone dalla realtà. Quindi facciamo uno sforzo e vediamo di piacere prima di tutto a noi stessi. Così chissà che quei bei giovanotti abbronzati magari non si accorgano di quanto tu, donna normale, sia bellissima.

Alla fine la mia vacanza è stata tranquilla, ma in fondo densa di fatti, persone e pensieri. Per chi sa guardare nessun giorno è mai sprecato. Tanto meno quelli (purtroppo troppo pochi) passati in ozio davanti al mare, con il vento di maestrale nei capelli e il sale sulla pelle.

A ricordare che sei viva.

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